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IL COLLABORATORE

9 ottobre 2017

Paolo Bonacini, giornalista

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Durante una pausa in tribunale l’avvocato Enza Rando, vicepresidente dell’associazione Libera che lei rappresenta come parte civile di Aemilia, mi dice conversando: “Questo è la prima volta, nei processi di mafia, che alcuni imputati diventano collaboratori di giustizia durante lo svolgimento delle udienze. Si è chiesto perché?”

Più che la mia opinione conta la sua, vista la lunga esperienza e la grande competenza in materia.

Siciliana d’origine ed emiliana di residenza, Enza Rando sta seguendo i processi più importanti d’Italia dell’ultimo decennio, da quello sulla trattativa Stato Mafia al procedimento contro uomini legati al boss latitante di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Dalle vicende di camorra napoletana alle grandi inchieste sulla attività di ‘ndrangheta dal sud al nord: Kyterion, Black Monkey, Minotauro, Meta, Pesci. E per ultimi Gotha a Reggio Calabria, con la cupola “invisibile” composta da parlamentari e alti funzionari delle istituzioni alla sbarra, e Aemilia qui da noi, con le storie del gruppo emiliano legato a Grande Aracri.

Nel novembre dello scorso anno qualcuno si introdusse nel suo studio a Modena buttando molte cose all’aria senza rubare apparentemente nulla. Gli hard disk erano stati estratti dai cassetti e lasciati sulla scrivania. “Hanno messo mano sulle carte, questo è chiaro. Secondo me è un messaggio intimidatorio e spero che si faccia luce, per la serenità di tutti” disse.

Aggiungendo: “Però non ci fermiamo”.

Tornando al tema dei pentiti, secondo Enza Rando la spiegazione può stare nel clima che si è iniziato a respirare col processo di Reggio Emilia. La comunità locale ha reagito, le istituzioni si muovono e le maglie che filtrano l’illegalità si stringono. Il processo ha prodotto una consapevolezza del problema che influenza anche gli uomini di spicco della grande famiglia reggiana di ‘ndrangheta; e chi tra loro non vede più un futuro nella vita dedicata al crimine, può decidere di saltare la staccionata e iniziare a collaborare.

E’ una visione ottimistica delle cose, o forse semplicemente realistica per chi ha visto di ben peggio in giro per l’Italia sul fronte della reazione civile alla penetrazione malavitosa. Ma quello che interessa sottolineare è la straordinaria coincidenza di merito con le motivazioni che illustra l’imputato Antonio Valerio ai PM nel primo giorno di interrogatorio, dopo aver deciso di iniziare la collaborazione.

Gli chiede la dottoressa Beatrice Ronchi il 24 giugno scorso, nelle prima battute di un colloquio infinito che continua in questi giorni in aula: “Qui in Emilia Romagna, e in particolare in Emilia, esiste la ‘ndrangheta?”

Risposta: “Non esiste da adesso. Esiste da sempre. Che poi fosse percepita all’esterno, dal reggiano, nel 1984 anche io credo che no. Come anche nel 1992: uno ogni mese ne ammazzavano. E se non è percepita così (la ‘ndrangheta), come la devi percepire? Oggi anche per questo sono arrivato a questa conclusione di collaborare. Perché la società ha preso coscienza, perché anche le istituzioni hanno preso coscienza. La città di Reggio Emilia ha preso coscienza e ha consapevolezza che esiste ‘sta ‘ndrangheta. Perché io non avrei parlato se non ci fosse questo, perché mi sarei sentito… sarei passato per matto”.

Poiché è evidente che Antonio Valerio ed Enza Rando non si sono parlati per concordare questa tesi, né uno dei due ha potuto copiare l’opinione dell’altro (l’avv. Rando ha parlato quando ancora i verbali di Valerio non erano noti e il pentito non ha di certo ascoltato la nostra conversazione in aula) in essa c’è senz’altro un fondo di verità.

Resta però legittimo chiedersi se e quali altre ragioni spingano uomini di spicco della ‘ndrangheta a collaborare; quante gocce di motivazioni si sommino alla prima (nulla sarà più come prima), facendo così tutte assieme traboccare il vaso.

Una di queste è senza dubbio il vantaggio che la collaborazione assicura sulla durata della pena. Nel processo abbreviato di primo grado i pubblici ministeri avevano chiesto 20 anni di carcere per Giuseppe Giglio, primo storico pentito del processo, tanto che lui c’era rimasto male essendo la collaborazione già in atto: “Ma come?” aveva commentato. I procuratori che lo interrogavano gli avevano risposto: “Lei intanto collabori, che siamo solo al primo grado: il processo non è finito”. La pena decisa dal giudice fu poi di 18 anni, ridotti a sei in appello. Sempre meglio di 20.

Un altro che sicuramente ha messo sul piatto della bilancia il peso degli anni da trascorrere in carcere è Nicola Rocco Femia, boss del gioco d’azzardo condannato in febbraio a 26 anni e 10 mesi al termine del processo Black Monkey a Bologna. Qualche giorno fa, dopo aver iniziato la propria collaborazione con la Direzione Antimafia, ha già chiesto di poter uscire di galera, dove si trova peraltro a scontare una condanna definitiva a 23 anni per narcotraffico. Ha dato parere negativo alla scarcerazione anche il Pubblico Ministero del processo dott. Francesco Caleca: quando è troppo è troppo.

Poi c’è chi collabora a 360 gradi. Nel senso che collabora con la Giustizia ma continua a collaborare anche con la ‘ndrangheta. Lo si deduce da una delle ultime deposizioni rese ai PM del processo Aemilia dallo stesso Antonio Valerio. All’ora di pranzo del 6 settembre sta parlando dell’importante ruolo della famiglia Sarcone a Reggio Emilia. Dice di avere saputo da Roberto Turrà, condannato nell’abbreviato di Bologna a nove anni e sei mesi, che i Sarcone avrebbero pagato il collaboratore di giustizia Pino Vrenna per “dimenticarsi di loro”.

Pino era uomo di spicco del clan Vrenna Corigliano Bonaventura per il solo fatto che suo padre, Luigi Vrenna detto “U Zirru”, era un capo assoluto con grado di Crimine. Il contabile della cosca era “Antonio Macrì, che aveva un magazzino di pesce sul porto”.

Pino Vrenna iniziò a “pentirsi” nel 2010, dopo essersi ritirato “in buon ordine” dalla ‘ndrangheta in seguito alla detenzione e alla morte della moglie. Ritirarsi in buon ordine è uno dei tre modi attraverso i quali si può uscire dalla cosca. Il secondo è diventare collaboratori di giustizia; il terzo è venire ammazzati.

“Ritirarsi in buon ordine cosa significa? E’ il fatto che uno cessa di fare azioni criminali?” gli chiede il procuratore Marco Mescolini nel marzo del 2012.

“No, no” risponde Vrenna “una volta ritirato non deve sapere più niente della associazione. Uno dice: non voglio sapere più niente di parte di ‘ndrangheta, voglio essere libero da ogni cosa”

“Ma questo buon ordine, viene concesso o uno lo fa per conto proprio?”

“No, no; viene concesso, basta che non ci sono omicidi in mezzo. Uno si ritira in buon ordine; se non ha fatto cose criminose, se ha fatto piccole cose, allora si può ritirare”.

Poi però aggiunge, per non farla troppo facile: “Però una volta che uno è dentro in questo meccanismo, è difficile uscirne. Anche se uno si vuole ritirare, in qualsiasi momento viene chiamato, pure per dare un consiglio, diciamo”.

Stando ai racconti di Valerio un altro che è uscito, forse in buon ordine o forse no, è Antonio Lerose, che però di “omicidi in mezzo” ne ha due, quelli di Vasapollo e di Ruggiero, per dire che le regole di ‘ndrangheta non sono sempre ferree:

“Durante la detenzione nei dieci anni di carcere per droga, Lerose Antonio, essendo un bel ragazzo, si è fidanzato con una volontaria, o una infermiera, o una assistente sociale del carcere, e si è sposato con questa donna, anche perché il gruppo Dragone era caduto in disgrazia”.

Da allora Antonio Valerio non ha più notizie di Lerose.

Ma torniamo a Pino Vrenna e alla famiglia Sarcone: secondo quanto riferito a Valerio da Turrà, Nicolino e fratelli, oggi “gerenti” della cosca reggiana, “avrebbero dato a Vrenna 180mila euro per NON accusare i Sarcone stessi di omicidi e di associazione mafiosa”.

Valerio fa notare che in effetti le dichiarazioni di Vrenna non avevano portato all’arresto dei Sarcone, tanto che poi lui stesso aveva commentato con Gianluigi Sarcone, in carcere dopo gli arresti di Aemilia, “che se l’era scampata per miracolo. E Gianluigi aveva annuito”.

180mila euro per dimenticarsi qualcosa non sono pochi. Come abbiano fatto i Sarcone a contattare Vrenna non è chiaro, ma se la storia di Valerio troverà riscontri, un’ombra scenderà sulla credibilità dei racconti di chi collabora.

C’è infine chi ha deciso di collaborare non per guadagnare soldi, ma mettendo in conto di perderli o di aggravare la propria posizione processuale. Uno di questi è senza dubbio Angelo Salvatore Cortese, del quale abbiamo ampiamente parlato. Braccio destro di Nicolino Grande Aracri, grado di crimine, iniziò a collaborare nel 2008, e fu il primo cutrese a farlo, accusandosi di avere avuto un ruolo negli omicidi reggiani di Vasapollo e Ruggiero, per i quali era stato definitivamente assolto in cassazione e indennizzato per ingiusta detenzione con 100mila euro. Non sappiamo se quei soldi ha dovuto restituirli, ma di certo la sua scelta ha ragioni diverse da quelle appena viste.

Ha deposto in aula a Reggio Emilia nel febbraio di quest’anno, buttando fuori, abbiamo scritto allora, il maremoto che deve covare dentro la sua anima: “Ho passato 25 anni con la ‘ndrangheta; all’inizio era come se avessi vinto il superenalotto. La fratellanza, i valori, l’unità: ci credevo. Poi ho visto cose… Ti uccidono nell’amicizia, portandoti a cena la sera. Ti uccidono solo per un sospetto anche se hai dato la vita per loro. Hanno paura, paura di tutti. Per questo vogliono vicino solo persone stupide. Se uno ragiona, se uno guarda un po’ più in là, stai sicuro che prima o poi l’ammazzano. Per quanto riguarda me, io pagherò prima con la giustizia, e poi…”

E poi siamo qui, a chiederci quanto sono sinceri i collaboratori. Ma la domanda giusta è probabilmente un’altra: servono i collaboratori?

Altroché se servono. Quali siano le loro motivazioni, il supporto all’attività investigativa e i riscontri su fatti e personaggi hanno dimostrato la forza e l’utilità del patto che ne suggella l’essenza: voi ci aiutate a smascherare le mafie nelle quali avete militato, noi ne terremo conto riducendo le pene e dandovi protezione.

Angelo Salvatore Cortese, Giuseppe Giglio e Antonio Valerio, sono tre elementi determinanti dell’assalto alla ‘ndrangheta emiliana che la DDA di Bologna sta realizzando con Aemilia. Il primo è la memoria vivente della cosca Grande Aracri, il secondo e il terzo sono protagonisti di primo piano dell’anima reggiana di questa Famiglia.

Le loro deposizioni sono fondamentali.

E’ anche per questo, tornando al tema della “consapevolezza” sottolineato da Enza Rando, che qualcosa di meglio in termini di presenza le ultime quattro udienze della deposizione di Antonio Valerio avrebbero meritato. In aula c’erano ad assistere come al solito gli studenti, i volontari di Libera, delegati e funzionari di CGIL e CISL. Non c’erano, come al solito, rappresentanti delle istituzioni e degli enti locali.

Solo qualche giorno fa, sabato 7 ottobre, il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso, ospite in sala del Tricolore a Reggio Emilia, ha dichiarato che quando nel 2009 si insediò alla procura di Bologna e cominciò a parlare di mafie al nord “qualcuno diceva che strumentalizzavo questi fatti per protagonismo.

Il “protagonismo” è una etichetta micidiale in politica: la si affibbia alla bisogna ad avversari, concorrenti, colleghi, evitando così una discussione di merito che potrebbe svelare lacune e incompetenze. Nell’inverno scorso ho sentito con le mie orecchie due sindaci commentare, nell’aula di Aemilia, la costante presenza alle sedute di un loro collega, il sindaco di Castelnovo Monti Enrico Bini, con la battuta: “Ecco il sindaco antimafia; ammalato di protagonismo”, senza capire che nel suo piccolo Bini fa quello che dovrebbero fare anche loro o chi per loro: mostrare la faccia pulita di una comunità e testimoniare con la presenza fisica ad ogni seduta la volontà di comprendere cosa è successo per evitare che si ripeta.

Questo è un buon protagonismo. Esserci serve al processo, così come servono i collaboratori di giustizia.

 

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