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LE REGOLE DEL GIORNALISMO

3 giugno 2017

Paolo Bonacini, giornalista

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Tra gli imputati del processo Aemilia accusati di partecipare alle attività della ‘ndrangheta c’è il signor Pasquale Brescia. Nato a Crotone nel maggio del 1967, domiciliato a Reggio, finì in manette all’alba del 27 gennaio 2015 quando le forze di polizia arrestarono 117 persone mettendo il primo punto fermo ad anni di indagini disposte dalla Direzione Antimafia.

Dopo tante testimonianze richieste dalla pubblica accusa, dopo le ricostruzioni e le intercettazioni di carabinieri, finanzieri, poliziotti, commercialisti, amministratori giudiziari, dopo le sempre problematiche ammissioni e memorie dei tanti chiamati a raccontare in che modo e in quali circostanze hanno incontrato il respiro della ‘ndrangheta, ora nell’aula bunker si cambia registro. Vanno in scena i racconti degli imputati, guidati dalle domande degli avvocati difensori, e i monologhi si allungano, gli sfoghi divengono più frequenti, la tesi della comunità calabrese ingiustamente colpita dal voltafaccia di chi “prima l’ha sfruttata quando serviva” e poi “l’ha messa da parte come un ferro vecchio”, si arricchisce di tante voci.

Quella di Pasquale Brescia, che si sdoppia tra Aemilia e Aemilia bis per vecchi e nuovi capi di imputazione, è una delle più attese. E’ un uomo robusto di corporatura, con voce possente, che parla in aula il primo giorno di giugno; confessa la propria passione per la lettura dei giornali che poi curiosamente conserva in casa (“metri cubi di carta!”, dice) e nega sdegnato di essere uomo della consorteria. Brescia non è considerato dalla pubblica accusa un capo (in tutto sei) della ‘ndrangheta emiliana e neppure compare tra i cinque nomi degli organizzatori, le figure del secondo livello di responsabilità nell’organizzazione mafiosa. E’ un “partecipe”, uno che al pari di un’altra cinquantina di imputati aveva il compito di “eseguire le direttive dei vertici della associazione”. Eppure ci sono almeno tre buoni motivi per ritenerlo una figura importante di questo processo.

Era il titolare del ristorante Antichi Sapori di Villa Gaida dove il 21 marzo 2012 si tenne la famosa cena con il capogruppo del PDL in Provincia Giuseppe Pagliani. Brescia partecipò a quell’incontro ed anche a quello più riservato, di preparazione, svolto il 2 marzo precedente nell’ufficio a Pieve Modolena di Nicolino Sarcone.

Il secondo motivo riguarda le relazioni di Brescia. Dicono sia l’ordinanza di arresto che il decreto di rinvio a giudizio del 2015: Pasquale Brescia “tiene personalmente il rapporto con esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine, utilizzati anche per ottenere il porto d’armi, e condivide tali rapporti con chiunque degli associati possa farne richiesta o abbia bisogno”. In Questura specialmente, dove aveva eseguito lavori di ristrutturazione, Brescia aveva buone entrature. A partire dall’Assistente Capo Domenico Mesiano, condannato a otto anni e sei mesi nel rito abbreviato per le minacce alla giornalista Sabrina Pignedoli e i favori alla ‘ndrangheta. Probabilmente un favore lo hanno fatto anche a lui, Pasquale Brescia, quando gli hanno lasciato in custodia le proprie armi anche dopo che nel 2007 aveva sparato dalla finestra di casa ad un ragazzo ferendolo di striscio. “E’ partito un colpo mentre pulivo la carabina” dice Brescia al giudice che gli chiede conto di quel fatto. Nel suo “New West Ranch”, un maneggio totalmente abusivo a ridosso della ferrovia Milano Bologna a Cella, il poliziotto Mesiano andava a provare le pistole ospite dell’amico. Che era amico anche del Questore Vicario Cesare Capocasa, al quale si deve il regalo della statuina di un santo in ceramica trovata dalle forze dell’ordine nella casa di Brescia durante le perquisizioni del 2015. “Non è il simbolo della mia appartenenza alla ‘ndrangheta” sostiene in aula irridendo alla tesi. Poi elenca altre amicizie: esponenti politici locali, abituati a chiedere voti in campagna elettorale, e non meglio definiti personaggi importanti iscritti come lui alla ANIOC. E’ l’acronimo di Associazione Nazionale Insigniti di Onorificenze Cavalleresche, una cosa che richiama più al Medioevo che al Terzo Millennio. Chi ne fa parte può comprarsi on line il mantello in panno azzurro, con stemma dell’ordine e gancio dorato, per la modica cifra di 280 euro. Il presidente nazionale è l’on. Carlo Giovanardi, quello della delegazione reggiana è il noto dott. Giuseppe Albertini.

Il terzo e più recente motivo di “popolarità” per Pasquale Brescia è la lettera scritta di suo pugno al sindaco Luca Vecchi dal carcere nel febbraio 2016. Per quella lettera, interpretata come una minaccia di stampo mafioso nei confronti del primo cittadino, a metà maggio a Bologna dove si celebra Aemilia bis i procuratori Mescolini e Ronchi hanno chiesto la condanna di Brescia a tre anni e quattro mesi, con l’aggiunta di un anno e quattro mesi di carcere per il suo avvocato Luigi Comberiati che consegnò personalmente la missiva alla redazione reggiana del Carlino.

La tesi della lettera era tutta giocata sul presunto razzismo dilagante, capace di influenzare anche le decisioni delle forze dell’ordine e della magistratura, che prendeva di mira a Reggio gli imprenditori cutresi. Il sindaco era ritenuto colpevole di incapacità nell’arginare questo razzismo e dunque doveva dimettersi. Il messaggio forte, il colpo al cuore rivolto a Vecchi, era però un altro e sicuramente non di natura politica: tu sei sposato con una donna originaria di Cutro, diceva in sostanza Brescia, imparentato con costruttori edili calabresi, e dunque avresti dovuto mettere la giacca dei calabresi e reagire. Se non l’hai fatto, o nascondi anche tu qualche scheletro nell’armadio, o sei un vigliacco. In ogni caso te ne devi andare.

Questo sì è razzismo, che colpevolizza a priori per le origini geografiche senza riferimento a fatti determinati, ma Brescia si inserì con quella lettera in uno sconfortante contesto di polemiche che già da tempo tenevano banco sulla scena politica reggiana, tutte incentrate, a ben vedere, sull’origine calabrese della moglie del sindaco. E’ lei la vera vittima incolpevole di quel fango e della lettera di Brescia. Lei che veniva quotidianamente “usata” per attaccare il marito senza una adeguata reazione della comunità locale. Reazione che avrebbe dovuto scattare, è bene precisare, non tanto verso “la moglie del sindaco”, ma verso “una qualsiasi donna”, perché violentata ripetutamente sulla pubblica piazza nell’indifferenza generale.

Questa brutta storia invita a riflettere sui limiti e i doveri del giornalismo, cercando risposte a due domande che si possono formulare astrattamente in questo modo:

1) Se un personaggio pubblico afferma una cosa eclatante, questa è comunque una notizia da pubblicare? Anche senza porsi il problema di verificare se quella cosa eclatante è vera o falsa e quali danni può produrre la sua divulgazione?

2) Le parole di un personaggio la cui credibilità è in qualche modo compromessa (perché indagato, perché in carcere, perché in conflitto d’interesse…) valgono quanto quelle di qualsiasi altra persona, o vanno trattate con maggiore cautela?

Sono due quesiti sui quali il giornalismo, specialmente in Italia, non ha una risposta univoca e gli eccessi sono all’ordine del giorno. Bruno Vespa nel suo Porta a Porta ha ospitato personaggi come Anna Maria Franzoni, in seguito condannata a 16 anni per l’omicidio del figlio Samuele di 3 anni a Cogne nel 2002. E sempre a Porta a Porta nell’aprile 2016 è arrivato Salvo Riina, figlio di Salvatore, detto Totò o La Belva, il capo supremo della mafia. Entrambi hanno presentato i propri libri, entrambi sono assurti a star del video a vantaggio dell’audience. Le polemiche non sono naturalmente mancate e tra chi si è indignato (prima di tutto da giornalista) c’ero anche io. Mi basta ricordare che sulla televisione pubblica di Stato Salvo Riina ha potuto dire: “Rispetto mio padre, non tocca a me giudicare”, e affiancare questa frase ai nomi di alcuni (tutti sarebbero troppi) degli ammazzati per i quali Totò Riina si è preso diversi ergastoli: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Antonio Scopelliti, Boris Giuliano, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Cesare Terranova, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici. E mi scuso per i tanti nomi omessi.

Trasferiamo allora la questione al caso della lettera di Pasquale Brescia e all’altro caso al centro del processo Aemilia: l’intervista a Gianluigi Sarcone nel programma di Telereggio “Poke Balle”, trasmessa nell’ottobre 2012.

La mia opinione personale è che non esistano regole assolute (censura sempre o in onda ad ogni costo), a maggior ragione per storie importanti e delicate. Ma un conto è valutare i contenuti della lettera di Brescia nel contesto di un processo, come oggi avviene, dove l’imprenditore accusato di appartenenza alla ‘ndrangheta deve rispondere penalmente di ciò che ha scritto, un conto è pubblicarla come una qualsiasi lettera scritta al direttore e attendere o sollecitare la risposta del sindaco. In questo secondo caso il rischio è di accondiscende al disegno di chi l’ha scritta; di cadere nella trappola.

Il caso del giornalista Marco Gibertini, conduttore di Poke Balle, è in qualche modo analogo. Dare spazio a Gianluigi Sarcone per sostenere le proprie tesi sul complotto reggiano ai danni degli imprenditori calabresi non è stata un una scelta di corretta informazione ma un favore a Sarcone. Un quarto d’ora privo di contraddittorio, inserito in un programma/comizio altrettanto monotono che aveva un unico protagonista: Giuseppe Pagliani. Con l’aggravante che Gibertini, lo sappiamo col senno di poi emerso dall’inchiesta Aemilia, cercava e voleva proprio quello: offrire un megafono ai suoi compari di ‘ndrangheta per rispondere all’accerchiamento delle attività illecite che era iniziato a Reggio con le indagini della Direzione Antimafia e l’azione repressiva della Prefettura.

Perché è riuscito ad andare in onda? Perché ha potuto approfittare (forse ne era consapevole, bisognerebbe chiederglielo) di una straordinaria e forse irripetibile situazione a Telereggio: l’assenza di un responsabile giornalistico di rete. Ero io quel responsabile, ma una settimana prima della messa in onda di Poke Balle, il 2 ottobre 2012, avevo formalizzato al presidente della nostra impresa editoriale le mie dimissioni da direttore e da amministratore delegato, per ragioni aziendali che nulla hanno a che fare con Gibertini. Mi ero preso due settimane di ferie per lasciare il tempo al presidente di trovare una soluzione ai problemi aperti e avevo pregato il gruppo dirigente della televisione di governare la normale amministrazione. Gibertini giocò su questo vuoto; il direttore del Tg Franzini mi telefonò per chiedere il mio parere sull’intervista a Sarcone e ci trovammo d’accordo che non era il caso. Ma Gibertini infilò comunque quell’intervista nel programma e la nostra televisione si prese la meritata critica di Davide Nitrosi sul Carlino.

Mi piace pensare che forse, se fossi stato presente a Telereggio, Gibertini non sarebbe riuscito a farcela. Ma con i “forse” e con i“se”, come è noto, non si fa la storia.

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