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A NATALE, SI’, MA DI CHE ANNO?

29 dicembre 2017

Paolo Bonacini, giornalista

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Giovedì 1 febbraio 2018, salvo sorprese, la parola ai Pubblici Ministeri.

Nel fissare il calendario delle udienze per il mese di gennaio il presidente del collegio giudicante Francesco Maria Caruso si spinge fino a quella data, che segnerà per il processo Aemilia l’inizio della fine con il via alle arringhe di accusa e difese.

Salvo sorprese significa che le sedute dall’11 al 30 gennaio, sei in tutto, dovranno bastare per la valutazione delle perizie tecniche e per ascoltare gli ultimi testimoni di questo primo grado di giudizio del rito ordinario iniziato quasi due anni fa. Ne sono passate diverse centinaia, in questi 22 mesi di udienze nell’aula bunker di via Avvenire Paterlini, di persone che hanno giurato al microfono di dire “tutta la verità”, ma i testimoni più importanti sono sempre quelli che debbono ancora arrivare, fossero anche solo tre.

I tre chiamati direttamente dal presidente Caruso per acquisire ulteriori elementi sul grado di conoscenza e consapevolezza delle amministrazioni pubbliche reggiane in relazione al problema ‘ndrangheta.

Il primo si chiama Potito Scalzulli e il suo nome piomba in aula alle 16 di giovedì 28 dicembre come una sorta di botto anticipato di San Silvestro. E’ l’ex direttore reggiano dell’ufficio del Catasto, oggi assessore di un piccolo comune in provincia di Forlì, ascoltato il 20 settembre scorso dalla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta da Rosy Bindi. Della storia abbiamo ampiamente parlato nell’articolo “Sarà vero oppure no?” che vi invitiamo a rileggere. In sostanza Scalzulli collega la propria esperienza professionale a Reggio Emilia con gli argomenti che spinsero la Procura reggiana, nel 2002, ad aprire una inchiesta poi archiviata per prescrizione dei reati ipotizzati. Si andava dalla corruzione alla truffa verso lo Stato, all’abuso d’ufficio e al falso ideologico. Stringendo al massimo la storia egli sostiene che nel Catasto reggiano si operava per falsificare al ribasso i valori delle rendite su centinaia di immobili e capannoni, arrivando anche a dimezzarli, per favorire i relativi proprietari o le società titolari attraverso un drastico abbattimento di imposte. Aggiunge l’ex direttore che il consigliere comunale Salvatore Scarpino, ex funzionario del Catasto reggiano, calabrese di origine, dettava legge negli uffici dove erano assunti molti addetti di origine cutrese. Scalzulli sostiene che quando andò a informare il deputato Maino Marchi, membro della commissione antimafia, della presenza di Scarpino tra gli indagati, lo stesso Marchi tagliò corto. Scarpino non si toccava perché in ballo c’erano i voti dei cutresi, quantificati in almeno 700, che lui garantiva per il partito.

Marchi e Scarpino negano decisamente e annunciano querele ma alla Commissione Antimafia Scalzulli ha ribadito le proprie accuse: “Nel corso del mio mandato di Direttore dell’Agenzia del Territorio a Reggio Emilia ho potuto, anche personalmente, venire a conoscenza di disordini amministrativi penalmente rilevanti. Ho presentato esposti e querele, dal 23 novembre 2010 al 10 aprile 2017, a titolo di difesa personale per evitare serissimi guai, quando ho preso coscienza che il gruppo organizzato di pubblici dipendenti gestori del malaffare, il cosiddetto Sistema Catasto, svolgeva azioni delittuose sotto protezione e in complicità con i vertici dirigenziali romani e bolognesi dell’Agenzia del Territorio. Essi sapevano di contare su appoggi e favori di politici nazionali e locali che avevano tutto l’interesse a conservare il consenso garantito dalla tenuta del Sistema Catasto, ritenuto determinante ed indispensabile per fare la differenza sugli equilibri politici elettorali”.

La domanda qui è: “Perché i giudici di Aemilia vogliono sentire Scalzulli?”

Forse perché di favori alle imprese edili, da parte di organi e persone dello Stato e degli Enti Locali, si è tanto parlato nelle udienze di Aemilia da rendere legittimo qualche ulteriore approfondimento. O forse perché c’è un reato che più di altri aleggia nell’aria dell’aula bunker: il 416 ter, cioè il voto di scambio politico mafioso, punibile con una pena da 4 a 10 anni di carcere. Si sa mai che a forza di aleggiare atterri su qualcuno dei presunti ‘ndranghetisti alla sbarra, qualora il processo accertasse che ci hanno davvero provato, come sostengono i collaboratori Antonio Valerio e Salvatore Muto, a portare a casa “utilità” e “favori” in cambio di voti.

L’ipotesi speculare, che cioè qualcuno li abbia dati o promessi (utilità e favori), non è invece compito di questo processo verificarla, posizione del capogruppo PdL in Provincia Giuseppe Pagliani a parte, già condannata in appello con quattro anni di reclusione.

Per eventuali altri soggetti la verifica dell’ipotesi toccherà magari a nuove e possibili indagini di cui per ora non si hanno alcuna certezza e riscontro.

Collegandosi a questo tema, nell’udienza del 28 novembre il PM Marco Mescolini si era opposto alla lista di circa 50 nuovi testimoni presentata dagli avvocati difensori a controprova dopo le dichiarazioni del collaboratore Antonio Valerio.

Sui due nodi spinosi delle lottizzazioni di Pieve Modolena a Reggio e di Prato a Correggio, con i relativi presunti favori di funzionari e tecnici comunali alle imprese della ‘ndrangheta, Mescolini si era opposto in quanto i fatti “non sono contestati nel processo Aemilia”. Si tratta di eventuali delitti, disse in sostanza, che nel caso le affermazioni del collaboratore siano ritenute di rilievo, dovranno essere trattati dalla Procura ordinaria o da quella antimafia dopo la trasmissione degli atti da parte del Tribunale. Accogliendo quella tesi esattamente un mese dopo, il 28 dicembre, è il giudice Francesco Maria Caruso a dichiarare inammissibile la quasi totalità dei testimoni richiesti, con motivazioni che vanno dalla “testimonianza irrilevante” alla “superflua”, “tardiva”, “generica”, “non oggetto di questo processo”.

Concentriamoci quindi per ora e per Aemilia sui nuovi testimoni, quelli richiesti direttamente dal collegio giudicante che entreranno in aula dall’11 gennaio prossimo. Dopo Scalzulli toccherà all’ex assessore alla coesione e sicurezza sociale del Comune di Reggio Emilia Franco Corradini. Un altro come Scarpino, anzi più di lui, che in Consiglio Comunale ci ha passato una vita, con una lunghissima carriera politica che lo ha visto rappresentare in Sala del Tricolore tutte le trasformazioni dal vecchio PCI fino all’attuale PD.

Alla faccia della coesione politica Corradini si candidò a sindaco nelle primarie dei Democratici nel 2014 contro l’attuale primo cittadino Luca Vecchi e in una battaglia senza sconti finì al centro di roventi polemiche per le centinaia di extracomunitari che andarono a votare per lui in una sezione del centro storico. Il sindaco reggente Ugo Ferrari (Delrio era già da tempo a Roma) gli ritirò la delega di assessore per quella storia e Corradini rispose facendo ricorso al TAR e poi al Consiglio di Stato: una vera armonia di partito.

“Di lui hanno parlato in diversi al processo” dice Caruso, per cui “lo ascolteremo”. Anche noi lo ascolteremo e sarà interessante capire da che parte si collocherà Corradini rispetto alle incomunicabili e antitetiche politiche urbanistiche attuate a Reggio Emilia negli ultimi vent’anni. Prima quella di Antonella Spaggiari e del suo braccio operativo Angelo Malagoli, fautori della libera espansione della città e dell’aumento della popolazione, con relativi flussi migratori dal Sud al Nord, poi quella di Graziano Delrio e di Ugo Ferrari, protagonisti dello stop alle nuove urbanizzazioni e del cambio di rotta sul modello demografico della città futura, fatta propria anche da Luca Vecchi. L’assessore Franco Corradini è riuscito miracolosamente, come solo certi equilibristi sanno fare, ad essere uomo di governo sia nelle giunte Spaggiari che in quelle Delrio, e sul tema del rapporto tra edilizia/urbanistica/impresa/’ndrangheta avrà senza dubbio tante cose da raccontare.

Il terzo testimone è lo storico e scrittore Enzo Ciconte, profondo conoscitore delle dinamiche mafiose e in particolare della penetrazione ‘ndranghetista in Emilia Romagna. Per capire, conoscere, studiare la materia del radicamento mafioso, a lui si rivolsero più volte gli amministratori locali, in particolare l’ex sindaco Graziano Delrio che lo ha citato nella propria deposizione al processo. Ed allora, ribaltando le parti, venga Ciconte in aula a raccontarci cosa a suo avviso hanno capito e compreso a Reggio Emilia, quale sia lo spessore della consapevolezza politica sulle ferite inferte dalla ‘ndrangheta e sulle sue collusioni con pezzi di comunità locale.

Il processo Aemilia di conseguenza è prossimo alla fine ma non è finito. In gennaio se ne sentiranno delle belle in aula mentre fuori genti e istituzioni continuano a dividersi. Da un lato chi fa propria la cultura della lotta alla mafia senza se e senza ma, introdotta a partire dal 2009 nel suo mandato a Reggio Emilia dall’allora prefetto Antonella De Miro, oggi prefetto a Palermo. Dall’altro chi considera il problema sovrastimato, di interesse strettamente giudiziario e dannoso per l’immagine della Regione, per cui prima si archivia il processo e meglio è.

Che Aemilia in queste festività fosse già finito ci speravano anche gli imputati, soprattutto quelli in carcere.

Mario Vulcano è un crotonese del 1979, a processo nel rito ordinario come uomo di ‘ndrangheta a disposizione della mente economica Giuseppe Giglio. Dietro le sbarre a Bologna all’inizio di quest’anno si dava da fare, era propositivo, parlava di affari da sviluppare con un compagno di galera che prima non aveva conosciuto da uomo libero.

Racconta questo compagno: “Era molto vicino a me e parlavamo del nostro futuro”

PM Beatrice Ronchi: “In vista di una possibile scarcerazione?”

“Sì, perché a Natale dovevamo uscire. Dottoressa, tutti quanti eravamo convinti che a Natale c’era il regalo. Che dovevamo uscire.”

PM Marco Mescolini: “A Natale, sì. Ma quale??”

“Quale non si sa. Certo. Però…”

E’ facile immaginare il velo di tristezza negli occhi di quei detenuti che ci speravano davvero di essere fuori in questo Natale 2017. Il compagno di galera di Mario Vulcano che racconta l’episodio ai PM è un detenuto speciale. Anzi, molto speciale: “Come la Val d’Aosta, dottoressa. Io sono uno ‘ndranghetista a statuto speciale.”

Parola di Antonio Valerio.

 

 

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