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QUAL E’ IL TITOLO DI QUESTO ARTICOLO?

5 luglio 2017

Paolo Bonacini, giornalista

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Se scrivo un titolo così, si innesca un paradosso logico/linguistico: il titolo mi dice che non so qual è il titolo, eppure è un titolo. Quindi?

Andiamo in udienza al processo Aemilia e ne troviamo un altro, di paradossi logici. Ore 11,43 del 4 luglio 2017: mentre negli Stati Uniti inizia il 241esimo anniversario dell’Indipendence Day, il giorno più importante, nel bunker di Reggio Emilia si accende il collegamento audio/video con il carcere di Opera, a Milano, per il testimone più importante: Nicolino Grande Aracri.

Il boss della cosca è lì, pronto, in maglietta rossa dalle maniche corte, capelli brizzolati testimoni del fatto che gli anni passano anche per lui, tanti fogli sparsi sul tavolino che ha davanti. Li guarda e li gira, li mette in ordine, si prepara per un lungo interrogatorio che in realtà sarà brevissimo: 32 minuti. Neanche ad un testimone di quart’ordine si riserva così poco tempo al processo, ma durante il botta e risposta tra Grande Aracri e l’avvocato Carmen Pisanello, difensore del presunto capo emiliano Michele Bolognino, scatta appunto il paradosso, che rende sostanzialmente inutile proseguire.

Domanda dell’avvocato Pisanello: “Senta, è possibile appartenere contemporaneamente a due diverse associazioni mafiose?”

Risposta di Grande Aracri: “No, assolutamente”

C.P. “E’ sicuro?”

N.G.A. “Certo. Non si può, ad esempio, fare parte della cosca Grande Aracri ed essere anche nella cosca Arena. Non è possibile. O di qua, o di là.”

Appare molto sicuro, Nicolino Grande Aracri, nel sostenere questa tesi. Come se ipotizzare il contrario fosse una eresia, una palese e insostenibile violazione delle leggi di ‘ndrangheta. Neanche il tempo di pensare alle implicazioni di tale affermazione che il giudice Francesco Maria Caruso interviene e le trasforma in domande, le implicazioni: “Mi scusi, ma la cosca Grande Aracri esiste?”

N.G.A. “Esiste perché l’avete inventata voi giudici con i processi, a partire dal 2000”

F.M.C. “Lasciamo stare i processi. Io le chiedo: nella realtà, la cosca Grande Aracri esiste, è mai esistita?”

N.G.A. “No, non esiste”

F.M.C. “Bene. Ma se non esiste, come fa lei a dire che si appartiene all’una o all’altra? Come si fa ad appartenere ad una cosa che non esiste?”

Già, come si fa? Se lo deve essere chiesto in quel momento anche Nicolino Grande Aracri, perché le regole di ‘ndrangheta valgono per la ‘ndrangheta che esiste, non per quella che non esiste. E se la linea difensiva del boss è sostenere che lui un boss in realtà non lo è; che è sempre stato, prima degli arresti, un umile e onesto contadino; che la casa madre di Cutro capace di guidare e controllare le attività mafiose in tante regioni del Nord e di dettare legge nel distretto di Crotone è solo una invenzione nata dall’accanimento giudiziario; se è vera questa tesi, che è la tesi difensiva di Nicolino Grande Aracri sostenuta non solo a Reggio ma sempre, come fa il testimone a sostenere con tanta sicurezza: “O con i Grande Aracri o con gli Arena”? Che è come dire: “O con me o contro di me”?

Nicolino tenta di ricucire la contraddizione dando alle inchieste giudiziarie il potere di averla resa “quasi reale”, la cosca che porta il suo nome: “Ha cominciato ad esistere nel 2000, nelle aule dei tribunali, l’avete creata voi, lo dicono le sentenze, lo dicono le condanne…”.

Ma la frittata è fatta, frutto forse del conflitto psicologico col quale possiamo immaginare si confronti un presunto boss di mafia ogni volta che deve testimoniare: “Profilo basso, io non sono nessuno, non conto niente, oppure tiro fuori la mia dignità di capo e a chi di dovere faccio capire che sono sempre qua, vivo e vegeto, pronto a comandare domani come ieri?”

La sicurezza del capo, Nicolino Grande Aracri nell’udienza reggiana, l’aveva mostrata di fronte alle prime domande dell’avvocato Pisanello, che cercava a sua volta di sminuire la portata e il potere, nell’ambito della cosca, di Michele Bolognino.

C.P. “In una intercettazione telefonica lei parla di uno ‘stroscio’. Cosa significa?”

N.G.A. “Uno stroscio è una persona da niente, che non conta nulla.”

C.P. “Poi dice ‘Tu sei l’ultima ruota del carro. Anzi, non ci sei neppure, sul carro’. Si riferiva per caso a Michele Bolognino?”

N.G.A. “Assolutamente no. Non so di chi stavo parlando. Non so neppure se la trascrizione della telefonata è giusta, perché molte sono sbagliate ed ho presentato denuncia”.

C.P. “E che rapporto aveva con Bolognino?”

N.G.A. “Lo conoscevo, mi è venuto a trovare una volta o due a casa mia a Cutro, con una scusa. L’ho incontrato nella mia tavernetta; aveva con sé un ragazzo di Pananice che aveva bisogno di legna da ardere. Abbiamo parlato del più e del meno, lui mi diceva che aveva un lavoro da 100mila euro di qua, uno da 100mila di là… Era vero, non era vero? Non lo so”.

I 100mila di qua e 100mila di là, buttati lì come se fossero spiccioli, fanno ripensare alla testimonianza di Bolognino in aula, sempre in videoconferenza dal carcere, con le difficoltà a riprendere la vita normale dopo una lunga detenzione, gli stenti, l’appartamento in affitto di 35 metri quadri, il problematico ritorno al mondo del lavoro.

L’avvocato Pisanello sperava che Grande Aracri trattasse Bolognino come una persona di poco conto, ed è stata soddisfatta. Ma d’altronde, pensando ancora ai possibili paradossi, cosa poteva dire il boss in maglietta rossa: “Sì, era uno dei capimafia che ho messo in Emilia Romagna per controllare gli affari sporchi della cosca?”

Se la cosca non esiste, non esistono neppure i suoi affiliati, non esistono i concorrenti esterni, non esistono i partecipi, gli organizzatori e men che meno esistono i capi.

Non esiste neppure Nicolino Grande Aracri, se la sua cosca non esiste, e forse questa è la cosa più difficile da accettare e da sostenere, per l’uomo che parla dal carcere di Opera.

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