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QUATTRO AMICI AL BAR

10 ottobre 2017

Paolo Bonacini, giornalista

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“Erano come quattro amici al bar, gestivano le informazioni e le strategie da seguire durante le udienze di Aemilia, erano informati di tutto, sebbene fossero in carcere a Reggio Emilia”.

Parola di Antonio Valerio, che alla ripresa del processo spara le sue cannonate più pesanti contro la cosca reggiana e contro il suo “disegno politico”, che il collaboratore di giustizia nell’udienza di oggi riassume in poche e terrificanti battute: “L’obbiettivo era risanare l’immagine delle famiglie Diletto e Sarcone, iniziare la scalata alla conquista della città attraverso le relazioni costruite. Diventare movimentatori di massa”.

Spara bordate che non colpiscono solo i suoi ex compari di mafia, perché sotto le cannonate ci finiscono consiglieri comunali, la moglie del sindaco, il catasto reggiano, giornalisti, forze dell’ordine, politici, persino un senatore.

I quattro amici al bar, anzi in carcere, sono Gianluigi Sarcone, Sergio Bolognino, Gianni Floro Vito e Pasquale Brescia, che anche dopo gli arresti del 2015 evidentemente non ce la fanno a scrollarsi di testa il sogno costruito nel tempo di un controllo assoluto del territorio e continuano a tramare per quel fine. Arrivando a concepire la lettera ricattatoria rivolta al sindaco Luca Vecchi e incentrata sulle parentele scomode della moglie di lui, Maria Sergio.

Ma andiamo con ordine nel raccontare una udienza, quella di martedì mattina 10 ottobre, che rimarrà segnata col pennarello indelebile nella storia del processo, per le evidenti implicazioni politiche di una testimonianza che, vera o falsa che sia, obbliga i reggiani ad interrogarsi su persone, fatti e relazioni che hanno accompagnato e presumibilmente condizionato lo sviluppo della città in un arco temporale assai lungo, prima che i nodi venissero al pettine di Aemilia.

La prima mezz’ora è incentrata sulle beghe di mafiosi in cella, tra il carcere di Bologna e quello di Reggio Emilia, con storie da Pulp Fiction che farebbero la felicità di molti sceneggiatori di Hollywood.

Come quella del povero detenuto siciliano di nome Claudio, che i Vertinelli si comprano dietro le sbarre regalandogli ogni tanto un chilo di caffè o qualcosa da mangiare, per usarlo poi nei lavori sporchi. Uno di questi è andare a pestare un detenuto di Isola Capo Rizzuto, tal Santo Maesano, che accusava i fratelli residenti a Montecchio di fare il doppio gioco in carcere e di avercela con Pasquale Riillo. Claudio entra con una scusa nella cella di Santo Maesano che però, da vecchio lupo di galera qual è, ne ha viste troppe per credere alle balle del siciliano e decide che la miglior difesa è l’attacco. Prende Claudio e “l’attacca al muro”, racconta Valerio, riempiendolo di botte. Il problema è che Santo Maesano è appena stato operato allo stomaco e i quaranta punti di sutura, freschi di sala chirurgica, si staccano tutti per lo sforzo mentre tiene l’altro sollevato da terra. Ma Santo Maesano non ci bada e finisce il lavoro prima di marcare visita in infermeria per farsi ricucire.

Sempre dietro le sbarre è il mite Alfonso Paolini (che ascolta in aula tra il pubblico il racconto di Valerio) a prendersela con Luigi Silipo, isolato da tutti per essersi mostrato troppo disponibile nei confronti dei PM che lo interrogano. Dice Valerio che non lo fanno neppure giocare al pallone e che Paolini gli mostra la forza delle parole: “Da sbirro, infame e carabiniere ti ho preso. E da sbirro, infame e carabiniere ti ho lasciato”. Tre insulti pesanti per quell’ambiente, che forse fanno più male della “cinquina”, come Valerio chiama uno schiaffo in faccia.

E’ in questo contesto turbolento in carcere, dove si fanno e si disfanno gruppi di amici e nemici “con pseudo socialità nella sezione Aemilia”, come li definisce Valerio, che i quattro amici al bar concepiscono la lettera ricattatoria verso il sindaco Luca Vecchi, con l’idea che anche lui debba montare sul carro di chi difende i costruttori cutresi dagli attacchi discriminatori alle origini geografiche. E con la postilla che per loro, naturalmente, il processo alla ‘ndrangheta è il primo e più scandaloso di questi attacchi.

Per comprendere a pieno il senso di questa lettera bisogna riassumere il disegno strategico della cosca reggiana nell’ultimo decennio, e Antonio Valerio lo sa fare benissimo in una mezz’ora di racconto senza soste: “Noi avevamo un obbiettivo politico: conquistare l’avvallo della comunità reggiana. Sarcone e Diletto avevano acquistato una parvenza di liceità, a Brescello non li consideravano mafiosi tanto che la figlia di Diletto si presentò alle elezioni. In generale tutti noi eravamo percepiti come imprenditori, lavoratori, capaci di generare ricchezza attraverso le attività di impresa. Avevamo con noi politici come Pagliani, ma facemmo una cena anche con il senatore Berselli (PdL). Olivo e Scarpino (consiglieri comunali dei DS) erano addirittura riusciti ad andare dal Prefetto dopo le interdittive, sponsorizzati dal sindaco Delrio. Questi sono dati di fatto. Poi avevamo Pasquale Brescia che andava d’accordo con le forze dell’ordine, e Giuseppe Iaquinta che era una figura pubblica, un lustro per la consorteria. Era la faccia pulita, che ci apriva le porte della Reggio bene. E poi andavamo in Tv, sui giornali, c’era quella giornalista venuta alla cena.”

Lo interrompe il presidente Caruso: “A cosa miravano in realtà le vostre iniziative su questi fronti?”

Risposta: “A creare consenso popolare, a mobilitare le masse, a portare avanti le nostre problematiche. Ci stavamo strutturando con una organizzazione di cui ha bisogno qualsiasi movimento. Un movimento costruito su due linee parallele: una che coinvolgeva tutti i cittadini, un’altra che copriva la ‘ndrangheta.”

Sono le “due linee parallele che poi convergono ad un fuoco comune” delle quali Valerio parla tante volte durante la sua deposizione.

Qui si inseriscono gli approfondimenti sui consiglieri Olivo e Scarpino e sulla dirigente del comune di Reggio Maria Sergio.

“I due consiglieri comunali sanno in realtà chi sono gli imprenditori cutresi, conoscono la loro storia?” chiede il presidente per comprendere il pensiero di Valerio sul grado di consapevolezza dei problemi di ‘ndrangheta.

“Assolutamente sì” risponde secco il collaboratore di giustizia. Che aggiunge: “Olivo aveva addirittura difficoltà con il linguaggio; non aveva studiato scienze politiche. E’ parente di Brescia, è la faccia pseudo pulita, che grazie al suo ruolo è riuscito ad aggiustare tutte le magagne costruttive che aveva col Comune di Reggio. Tutte.”

E qui chiama in ballo Maria Sergio, moglie del sindaco Luca Vecchi: “Ci furono dei favoritismi. Ci sono stati dei cambi di destinazione d’uso, come un’area immensa a Pieve, da parte del Comune. Per chi sa, questi aspetti li capisce al volo. La Sergio è legata ad Eugenio Sergio (imputato al processo per appartenenza alla cosca) ed ha anche un legame di parentela con me” dice Valerio “tanto che Totò Muto mi chiese di fare pressioni su di lei visto che avevamo uno zio in comune. Ma io gli ho detto che non potevo interferire con mio zio su ciò che poteva fare con sua nipote”.

Dopo che il collaboratore ha detto queste cose, verso mezzogiorno, il collegamento col luogo segreto dal quale parla viene interrotto e il PM Beatrice Ronchi informa l’aula degli accertamenti fatti all’anagrafe dal suo ufficio, dato che questi legami di parentela Valerio li aveva già raccontati nell’interrogatorio riservato dell’8 settembre. Nonostante gli archivi anagrafici di Cutro siano stati bruciati, dice, sono riusciti a risalire al nonno di Eugenio Sergio, Salvatore Francesco detto “Paolo u feroci”, nato nel 1902, boss di ‘ndrangheta degli anni 60 caduto in disgrazia per avere ucciso due donne. Suo fratello, di nome Francesco, nato nel 1910, è il nonno della moglie del sindaco. Sul fronte delle relazioni famigliari Sergio/Valerio, il PM dice di avere accertato che Turrà Giuseppe, esponente del consorzio Aier, è sposato con Palmina Valerio. Il primo è fratello della madre di Maria Sergio, la seconda è sorella del padre di Antonio. I certificati anagrafici vengono depositati agli atti.

Si aggrappano a queste parentele i quattro amici al bar, per sperare di tenere vivo il disegno politico da fantascienza, oppure spaventosamente reale, al quale avevano lavorato prima degli arresti. Spediscono nel 2016 la lettera al sindaco Vecchi della quale abbiamo ampiamente parlato, “in accordo con gli avvocati Pancaro e Comberiati che la ritengono una buona strategia difensiva. Ma a mio avviso no. Non è una strategia. E’ un progetto”.

E’ un attacco disperato della cosca costretta dietro le sbarre, che però Valerio non condivide, perché non condivide l’idea di gridare alla discriminazione, di lanciare una chiamata alle armi con lo slogan “ci attaccate solo perché siamo cutresi”.

Uno dei pezzi più forti della sua deposizione di oggi è proprio su questo tema: “Ma dove sta questa discriminazione? Io non l’ho mai sentita. Mai vissuta. Mai percepita. A Reggio sono benvenuti anche gli extracomunitari, figuriamoci i cutresi. Quando facevo la boxe con i reggiani nessuno mi ha mai detto qualcosa perché venivo da giù. Reggio è un’isola felice, dicevamo. E io sono uno dei protagonisti di quella idea. Anzi: Reggio è la città più felice d’Italia. Tutti questi costruttori cutresi che dal nulla si sono fatti grandi…” dove li trovi in un’altra città, lascia intendere Valerio, che aggiunge: “Ma dove pensate che io potevo crescere i miei figli, dove volevamo farli crescere? A Reggio Emilia”.

Capito?

Questa udienza non passerà inosservata a Reggio. Maria Sergio ha già deposto in aula spiegando semplicemente che è venuta via da Cutro in fasce e che non ha più avuto rapporti con parenti e comunità locale. Ma Valerio lancia accuse che finiscono nei verbali e che andranno confermate o smontate. Per la moglie del sindaco è un calvario che continua. Per Reggio Emilia un problema politico di trasparenza che chiama nuovamente in causa tante persone con diversi ruoli di governo negli anni e nella storia dell’ascesa/discesa della ‘ndrangheta emiliana.

Con un interrogativo a monte ancora da sviscerare: quando è iniziata questa storia? Chi ha fatto credere ad alcune famiglie mafiose che fosse possibile diventare “movimento politico di massa”? Chi è stato così “cretino”, per scomodare il termine coniato da Nando Dalla Chiesa, da immaginarsi che la ‘ndrangheta può essere utile alla politica, senza capire che nella realtà avviene l’esatto contrario?

I quattro amici al bar, o meglio in galera, o se volete in comune, sono lì a dirci che abbiamo il dovere di cercare le risposte.

 

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