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REGGIO EMILIA: LAVORO, IMPRESA.

8 giugno 2017

La Cgil di Reggio Emilia quest’anno in occasione della presentazione dell’Osservatorio Ires sull’economia e lavoro nella Provincia di Reggio Emilia si propone di andare oltre la tradizionale analisi congiunturale (2016 su 2015) e di acquisire un angolo visuale che abbracci tutto il periodo della crisi economica, tutt’ora in corso, spaziando nell’arco temporale che va dal 2008 al 2016. Questo per meglio comprendere cosa sia mutato nel sistema territoriale reggiano, le dinamiche in corso, le criticità delle strutture produttive che via via si stanno manifestando e le sfide che ci attendono nel lavoro, nell’economia e negli assetti sociali locali.

Di più, la Cgil ha voluto, con la preziosa collaborazione dello Studio Baldi & Partners, riprendere quel lavoro, sospeso da qualche anno, di Analisi sui bilanci di un campione di 130 imprese manifatturiere reggiane al di sopra dei 20 addetti. Anche per questa attività di analisi si è deciso di scavare lungo l’arco temporale della crisi, prendendo in considerazione i bilanci dal 2008 al 2015. Lo scopo è quello di andare ancora più a fondo nel comprendere se e come sia andato in difficoltà il nostro modello produttivo.

Con questi due report la Camera del Lavoro Territoriale si propone di stimolare i decisori economici e politici locali a riprendere un terreno di analisi/confronto sulla situazione locale dopo anni, forse un decennio, in cui non sono più funzionanti sedi di concertazione.

Non vi è stata occasione di confrontarsi sulle criticità emergenti: dalle tendenze del mercato del lavoro a quelle dell’economia, alla tenuta del welfare pubblico, ai riassetti istituzionali locali, ai tagli ai bilanci degli Enti Locali, ed è apparsa sempre più evidente l’assenza di una regia politica nel portare a una sintesi generale i tanti interessi che si esprimono nella comunità locale.

Abbiamo la percezione di uno scollamento fra una certa autorefenzialità delle enunciazioni e delle politiche pubbliche e quanto si registra anno dopo anno come prodotto di spinte spontanee nella dimensione sociale, economica e produttiva.

In tal senso, con il concorso di tutti, andrebbe ripreso e ricalibrato il progetto dell’”Osservatorio sull’economia, coesione sociale, legalità” presso la Camera di Commercio, per consentirgli di fornire sugli aspetti economici analisi all’altezza delle sfide strutturali che il territorio ha di fronte, andando oltre l’offerta di dati eminentemente congiunturali.

Di seguito alcune indicazioni, pur parziali, di quanto emerge dai Report che saranno presentati, con un rilevante corredo di dati puntuali, nel corso dell’iniziativa di venerdì 9 giugno:

LA MISURA DELL’ARRETRAMENTO

Il tessuto economico della provincia non ha saputo reagire alla crisi, non si è mosso in  controtendenza rispetto alla dinamica nazionale; in altre parole il nostro territorio che ha alle spalle dati di eccellenza in termini di sviluppo quali – quantitativo non ha saputo reagire adeguatamente al colpo inferto dalla crisi e contrastare le politiche economiche di austerità.

Tutto sta in un dato: il valore aggiunto ovvero la ricchezza prodotta nel 2016 nella Provincia -rispetto al 2008 (l’anno prima del crollo) –  è ancora inferiore del 9%.

Ciò significa che questo territorio genera un decimo in meno di ricchezza. Preoccupante è il confronto con il dato Regionale che risulta essere di -2,4%, con uno scarto a nostro sfavore di circa 7 punti.

Ma  anche  rispetto alle provincie limitrofe la nostra performance è negativa: Reggio -9%,  Modena -3,3%, Bologna +3,8%, Parma +1,4% (totale area aggregata -1%); c’è di che riflettere in quanto un altro decennio in queste condizioni non sarebbe sopportabile da questa comunità.

Scomponendo per settori produttivi il calo del valore aggiunto arriva al -50%  nelle  costruzioni (vi si intravede il successivo crollo della cooperazione nel settore), al -6,6% nei servizi e al -6,5% nella industria in senso stretto: siamo al cospetto di una situazione produttiva profondamente depotenziata con profonde contraddizioni al suo interno.

Confronto valore aggiunto prezzi base (concatenati 2010). 2008-2016 Area aggregata (Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna) e Reggio Emilia per attività economica
Fonte: elaborazioni Ires Toscana su dati Prometeia

 

UNA SELEZIONE DARWINIANA NELL’ECONOMIA
E UNO SVILUPPO DEL TERZIARIO GRACILE

Dall’inizio della crisi si registra a Reggio Emilia un crollo del 7,9% delle imprese attive – contro un -5,7% del livello  Regionale – che in valore assoluto significa un saldo di -4.200 imprese. Di cui  -1.040 unità nel manifatturiero,  -1.731 nelle costruzioni e -1.338 nell’agricoltura, con una crescita solo nel settore dei servizi. A crollare è soprattutto l’artigianato con -3.800 imprese.

La demografia delle imprese rileva quindi una terziarizzazione del sistema economico reggiano a cui non corrisponde una pari espansione del valore aggiunto nel settore dei servizi, il quale registra un arretramento del 6,6% dal 2008 al 2016. Oltre a ciò il settore dei servizi mostra una contrazione fortissima della produttività del lavoro così come un estensione delle aree di bassa retribuzione, il che suggerisce che si siano estese aree a bassa intensità di valore aggiunto.

LA POLARIZZAZIONE DEL SISTEMA PRODUTTIVO

Le imprese che chiudono e scompaiono sono quelle più fragili nei settori più esposti alla crisi e nella forma delle società di persone o ditte individuali, mentre crescono le società di capitali.

Ma ciò che pare molto interessante analizzare è quello che è successo dentro il sistema di impresa attualmente attivo. Il fenomeno dell’export è certamente di grande rilievo per la nostra economia.

L’esportazione delle merci reggiane rappresenta un fattore di tenuta e di traino dell’economia locale.

Nel 2016 un trend di +3% sull’anno precedente e con un valore assoluto che supera l’anno 2009 del 4,1%, contro un dato regionale di solo il 2,6%.

La propensione dell’export dell’economia reggiana (rapporto tra valore dell’export e valore aggiunto) passa dal 40% del 2009 al 60% circa del 2015 e nella sola industria il rapporto export/valore aggiunto passa da 140 a 170, in otto anni. Ciò colloca Reggio fra le prime realtà esportatrici del Paese ma costituisce al contempo una dipendenza critica.

Come si esprime questo export, chi lo determina? Su 3.650 imprese esportatrici le prime 25 fanno il 44% del valore esportato.

In questo si manifesta una evidente polarizzazione del sistema produttivo reggiano: fra chi esporta e cresce e chi vende solo su un mercato interno in contrazione, indebolendo l’incremento del valore aggiunto totale.

I dati mostrano infatti che la dinamica positiva delle esportazioni reggiane, che sostituiscono le mancate opportunità del mercato interno, non generano più un corrispondente effetto di traino sul valore aggiunto industriale.

Selezione e polarizzazione sono i due aspetti non favorevoli della traiettoria che il sistema produttivo reggiano sta percorrendo e si percepisce un rischio di futuro ulteriore indebolimento se non si correggeranno le tendenze in atto con adeguate politiche industriali.

L’analisi dei bilanci delle 130 imprese industriali, realizzata con la collaborazione dello Studio Baldi, conferma nettamente la polarizzazione che si è manifestata nel corso di questi anni.

Lo scarto è doppio: le 41 imprese con oltre 100 dipendenti (tra le 130 del campione)  in otto anni registrano un +15% di ricavi, +37% di fatturato estero  e +4,1% di occupati, aumenta il valore aggiunto, sono più patrimonializzate e con minore indebitamento. Le altre 89 (sotto i 100 addetti) calano nel fatturato (-2,7%) e negli occupati (-3,1%), arrancano nell’export e non aumenta il loro valore aggiunto.

Il confronto tra i dati rilevati dall’analisi sui bilanci sul campione delle imprese industriali con oltre i 20 addetti e i dati Prometeia sull’intero universo delle imprese industriali reggiane conferma ancora di più le indicazioni emerse. Prometeia indica per l’intera industria reggiana, nel periodo considerato, un calo degli addetti dell’11%, una crescita di produttività solo del +0,4% e un calo dell’8% del valore aggiunto.

I vagoni della corsa della manifattura reggiana, composti in gran parte da micro e piccole aziende sotto i 20 addetti, si allontanano sempre più da quella che un tempo era la locomotiva, ovvero le imprese capofila nel territorio.

Senza nuovi interventi di politica economica e industriale, quella che era l’economia dei distretti stenterà a ripartire.

IL LAVORO: PIÙ PRECARIO E PIÙ POVERO

Il 2016 segna a Reggio Emilia un recupero dei dati occupazionali con un incremento del +2,3% (rispetto al 2015) dovuto in  gran parte agli incentivi di decontribuzione sulle assunzioni ex novo, che hanno avuto avvio nel 2015. Si vedrà presto quanta stabilità avranno i rapporti di lavoro avviati grazie alla decontribuzione: se ne prevede ben poca.

L’incremento del 2,3% degli occupati a Reggio Emilia non eguaglia tuttavia le performance di altri territori: Bologna +5%, Modena +4,4% ed Emilia Romagna +2,5%.

Il recupero occupazionale di questi ultimi anni non riesce a colmare lo scarto rispetto all’inizio della crisi  -4.000 occupati (-1,3%).

Lo scarto fra il numero degli occupati teorici (calcolato da Prometeia) e gli occupati reali (calcolati da Istat) mostra una dinamica di significativa crescita nel corso della crisi e raggiunge le 16.000 unità.

Confronto tra occupati teorici e occupati reali (Istat) per attività economica, Reggio Emilia
Fonte: Elaborazioni Ires Emilia-Romagna su dati Istat 
e elaborazioni Ires Toscana da dati Prometeia, rilevazione gennaio 2017

 

Va considerato quanto l’uso efficace degli ammortizzatori sociali durante la crisi, realizzato anche grazie alla contrattazione sindacale difensiva, abbia contribuito a costituire quell’incremento di occupati reali. Permettendo con ciò un lieve calo del tasso di disoccupazione.

I movimenti negli avviamenti e cessazioni mostrano come nell’ultimo anno siano di nuovo incrementate le assunzioni a termine, e precarie in genere, rispetto ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato: segno di oggettivo fallimento delle promesse politiche fatte a inizio 2014 prima del varo del jobs act.

E grazie al jobs act si mostrano gli effetti dell’esercizio unilaterale del potere dell’impresa: nel 2016 +8% licenziamenti individuali di cui per giusta causa +30%, giustificato motivo soggettivo +51% e giustificato motivo oggettivo +8%.

Il peggioramento delle condizioni lavorative è infine conclamato dall’utilizzo massivo di voucher (1,8 milioni a Reggio)  che si stima equivalente a 3.000 occupati, ma senza diritti.

 

VECCHIE E NUOVE MARGINALITÀ NEL MERCATO DEL LAVORO

Oltre ai dati quantitativi emergono dall’osservazione del mercato del lavoro reggiano anche rilevantissime criticità qualitative che fanno emergere dinamiche problematiche interne alle condizioni di lavoro per genere e per età. Penalizzati sono le donne e i giovani.

I dati mostrano come i giovani non solo sono ostacolati nel conquistare un lavoro, spesso precario, dalla permanenza al lavoro di ultra sessantenni a causa della Legge Fornero, ma sono penalizzati anche nel riconoscimento retributivo (gli under 35 sono pagati il 20% in meno della media) a dimostrazione della fragilità contrattuale nella quale si trovano.

Ma anche la condizione delle donne occupate permane a Reggio molto discriminata: i dati mostrano che le donne per l’intero anno di lavoro vengono pagate solo fino ad agosto, con ben quattro mesi scoperti.

Questa asimmetria retributiva si evidenzia anche per i settori di impiego: assumendo a base le medie retributive del manifatturiero, nel commercio si è pagati solo fino all’11 ottobre, nel facchinaggio pure e nella assistenza sociale fino al 10 luglio.

È evidente quanto a determinare queste difformità stia anche la tutela e la rappresentanza sindacale: dove essa è più forte (mediamente) il riconoscimento salariale è mediamente più elevato e al contrario dove non è presente il riflesso negativo è ben chiaro.

 


“Le trasformazioni nella crisi e le sfide per un territorio”: questo il tema su cui rappresentanza sociale, politica, istituzionale e le migliori risorse intellettuali e culturali dovrebbero assumersi la responsabilità di portare a svolgimento in un ottica di partecipazione democratica.

 

Analisi in profondità, confronto delle valutazioni, costruzione di nuove idee, confronto plurale sulle proposte: solo così si potrà puntare a progettare un nuovo modello di sviluppo per Reggio Emilia.

 

 

Analisi dei bilanci 2008/2015 di 130 imprese Provincia RE
Sintesi Analisi dei bilanci 2008/2015 di 130 imprese Provincia RE
Osservatorio Ires Economia e Lavoro Provincia RE
Sintesi Osservatorio Ires Economia e Lavoro Provincia RE
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