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UN QUESTORE MODELLO

7 luglio 2017

Paolo Bonacini, giornalista

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E’ successo giovedì 6 luglio nell’aula del processo Aemilia che un testimone chiamato dalle difese di tre imputati (Alfonso Paolini, Antonio Muto e Pasquale Brescia) si sia trasformato in un testimone d’accusa… verso sé stesso. E poiché non si trattava di un personaggio qualunque, ma dell’ex questore di Reggio Emilia dott. Gennaro Gallo, che guidò le forze di polizia della nostra provincia dal settembre 2004 al maggio 2008, la cosa ha destato una certa impressione. Soprattutto quando, in uno dei passaggi finali della deposizione, il presidente del collegio Francesco Caruso gli ha contestato:

“Si rende conto che lei, questore a Reggio Emilia negli anni in cui la ‘ndrangheta cresceva e si rafforzava in questo territorio, sta oggi mostrando una totale ignoranza del fenomeno?

L’ignoranza da sola però non basta a spiegare, e tantomeno a giustificare, quanto venuto a galla su frequentazioni e trattamenti di favore che i presunti mafiosi vantavano in questura. Sara Donatelli, giornalista della rivista Antimafia Duemila, chiamava queste frequentazioni “Il do ut des tra le forze dell’ordine e la cosca” il 9 giugno 2016, all’indomani di una deposizione in aula del maresciallo Camillo Calì, carabiniere che vanta una sfilza di encomi e riconoscimenti dal comando della Legione Emilia Romagna per il suo acume investigativo. Le “sconvolgenti parole” di Calì (è l’espressione usata in quell’articolo) riguardavano tutti i rapporti che la sua squadra d’indagine era riuscita a documentare tra esponenti della cosca radicata a Reggio Emilia e uomini della istituzioni, in particolare della questura reggiana. Nelle successive udienze di giugno vennero ascoltati sul tema anche il dirigente della Squadra Mobile Giglielmo Battisti, incaricato dalla DDA di Bologna di condurre accertamenti sull’assistente capo Domenico Mesiano, autista del questore Gallo (poi condannato a otto anni e sei mesi di carcere più due di libertà vigilata nel rito abbreviato di Aemilia), il sostituto commissario Maria Caione, che si occupava delle licenze di porto d’armi, e il funzionario amministrativo della questura Orietta Giacomini.

I fatti portati alla luce disegnavano un quadro complessivo di grande confidenza, amicizia, trattamenti di favore, in particolare tra l’assistente capo Mesiano e i tre imputati di associazione mafiosa, Paolini, Muto e Brescia. Ed è su quei fatti che difese e accusa hanno interrogato l’ex questore dott. Gallo, che ammette di avere conosciuto Paolini in questura, quando l’imprenditore venne chiamato per un intervento di emergenza dovuto a perdite di acqua.

Domanda dei PM Mescolini e Ronchi: “E’ stato pagato Paolini per quel lavoro?”

Risposta: “Non credo. Se n’è occupato direttamente Mesiano, ma non ricordo che sia stata mandata alla Prefettura, competente per i pagamenti, una fattura su quei lavori”.

Domanda: “E perché non è stato pagato?”

Risposta: “Non so, forse perché erano amici…”

Paolini nel 2007 aveva chiesto il porto d’armi per difesa personale e le indagini di Battisti hanno accertato che a firmare il rilascio non fu come da consuetudine il dirigente dell’apposito ufficio ma direttamente il questore Gallo. Che firmò anche il rilascio del porto d’armi per il fratello di Alfonso, Gaetano Paolini, e per Pasquale Brescia. Il quale, a sua volta, eseguì diversi lavori edili e di manutenzione in questura, dei quali Gallo non mostra però memoria: “Non credo… non sono sicuro”.

Domanda: “Perché ha firmato lei quei fascicoli e non li ha lasciati al dirigente del servizio?”

Risposta: “Perché me li sottoponeva Domenico Mesiano del quale mi fidavo ciecamente”.

Sul porto d’armi concesso ad Antonio Muto testimonia in aula il sostituto commissario Maria Caione: “Ci furono vari scambi tra prefetto e questore. Il prefetto voleva che il questore scrivesse parere contrario al rinnovo. C’era diversità di vedute, e c’era anche per altri soggetti: ricordo che si trattava di cittadini calabresi”.

Ancora più chiara la funzionaria Orietta Giacomini riguardo al rinnovo del porto d’armi per Muto: “Il dirigente aveva messo -si rifiuti-, però una volta sentito il questore la pratica tornò con la scritta -si rinnovi-. -Si rifiuti- fu cancellato e venne sostituito con la frase: -Sentito il questore, si rinnovi-.”

Domanda all’ex questore: “Come mai sottoscrisse lei queste informative?”

Risposta: “Se ne occupava Mesiano che me le portava già preparate e io le firmavo in piena fiducia. Su quelle persone non risultavano pregiudizi penali allora”.

E quelle persone, aggiunge, non erano suoi amici personali. Le ha incontrate solo una volta o due, per caso. Antonio Muto era lì per caso in questura un giorno che era passato a salutare gli uffici amministrativi dopo il proprio trasferimento a Parma; Brescia era per caso ad alcuni incontri della associazione Anioc, quella che tiene alto il nome degli insigniti di ordini cavallereschi, il cui presidente nazionale è il parlamentare Carlo Giovanardi. Tutti e tre, Paolini, Brescia e Muto, erano per caso un’altra volta in questura durante la festa pubblica di addio del dott. Gallo. Questo incontro è documentato da una foto che l’ex questore non ricorda essere stata scattata. Ma c’è, sono tutti in bella posa, Mesiano e Giuseppe Iaquinta compresi. E il dott. Gallo dice: “Era una festa aperta al pubblico, potevano venire tutti”. Sì, ma la foto è solo con loro e in una stanza chiusa; il questore non sta prendendo un bagno di folla all’aperto tra anonimi partecipanti.

Altra domanda: “Pasquale Brescia ha mai fatto lavori di manutenzione nella sua abitazione privata?”

Risposta: “No… Però ora che me lo chiede mi fa venire in mente che una volta debbo avergli chiesto un preventivo, perché avevo da pitturare le pareti”.

“Posso chiederle come mai lei ha scelto il ristorante Antichi Sapori di Pasquale Brescia per la sua cena di addio alla questura di Reggio?”

“Non l’ho scelto io, l’ha scelto Domenico Mesiano. Non gli ho chiesto perché.”

Lo chiama “collaboratore”, Mesiano; non era semplicemente il suo autista, non era un subalterno. Collaboratore, quasi un pari grado, forse per attenuare l’azzardo di una fiducia totale riposta nella persona più sbagliata che si può.

“Chi c’era a quella cena?”

“Tutti i dirigenti della Questura di Reggio; eravamo in dodici o tredici.”

“Qualcuno fece osservazioni al luogo scelto?”

No, nessuno”

“Chi pagò?”

“Io”.

Un giorno Paolini, che è intercettato da chi indaga sulla cosca, telefona all’ex questore e gli chiede se conosce il commissario straordinario del comune di Parma Mario Ciclosi che ha sostituito il dimissionario sindaco Vignali travolto dagli scandali. Glielo chiede, secondo quando riportato dal maresciallo Calì, con un tono piuttosto confidenziale: “Tu come sei messo con quello che sostituisce il sindaco?”

Il dott. Gallo nega in aula di avere confidenza sufficiente con Paolini per dargli del “tu” ma non nega di essere uscito di casa, dopo la telefonata, e di essersi recato da Paolini, che faceva la guardia al centro commerciale le Vele di San Prospero, sulla via Emilia tra Parma e Reggio, un luogo oggi al degrado.

“Perché c’è andato?”

“Perché me lo ha chiesto e se potevo aiutarlo l’avrei fatto”

“Le ha spiegato perché cercava il commissario?”

“No”.

“Quindi lei” incalza la dottoressa Ronchi, “riceve una telefonata da un uomo che ha visto una o due volte al massimo, che è già stato arrestato anche se poi rilasciato nell’inchiesta Grande Drago, che le chiede un favore, ed esce di casa, lo va ad incontrare, gli fa il favore. Perché?”

E qui arriva la risposta capolavoro dell’ex questore Gennaro Gallo, che non sapendo evidentemente come rispondere all’ovvietà di un perché, la spara grossa: “Perché se un cittadino mi chiede qualcosa, io sono disponibile”.

Si potrebbe andare avanti con tanti altri dettagli della “totale ignoranza” manifestata dall’ex questore sull’inopportunità e sui rischi del contatto con personaggi in odore di mafia, ma quando un funzionario importante come lui dice in sostanza: “Se un cittadino chiama, io rispondo”, non c’è più contestazione che tenga.

Viva l’Italia!

Dei furbi che si prendono gioco di noi.

SCRIVETECI! cgilrelegalita@er.cgil.it


Leggi i commenti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Gian Franco Riccò, ex segretario della CdLt di Reggio Emilia:

Il processo ordinario Aemilia arriverà a sentenza, vedremo le valutazioni dei giudici sulle posizioni individuali degli imputati ma la parola definitiva arriverà dopo la lunga parabola dei ricorsi fino alla Corte di Cassazione. E’ tuttavia consentito sollevare alcuni problemi squisitamente politici sulla base delle testimonianza rese nel processo ordinario a proposito di alcuni questori, alcuni dirigenti e assistenti della questura di Reggio Emilia, vale a dire una parte dello Stato italiano in terra reggiana ai tempi della ascesa di Nicolino Grande Aracri.

Ricordo che all’incirca nel 2008 – 2009 (potrei sbagliare di un anno), con l’amico Roberto Scardova andai a parlare con Turi Antonio capo della squadra mobile, gli chiesi se la Polizia conoscesse i mafiosi e le famiglie mafiose presenti nel reggiano. Mi rispose con un “certamente, li teniamo d’occhio”. Bene mi dissi, questo è un bel vantaggio per la legalità. Turi, mi pare, lasciò un buon ricordo quando si trasferì a Vibo Valentia nel 2011. Quando gli chiesi dei magistrati con i quali poter parlare dei fatti di mafia non riuscì ad essere preciso perchè non erano quelli della Procura di Reggio Emilia in quanto per fatti di mafia mafia era competente la Direzione distrettuale antimafia di Bologna che doveva allora servirsi della Direzione investigativa antimafia di Firenze. Poi la DIA venne creata anche a Bologna attorno al 2012-2013 per iniziativa parlamentare e del Consiglio regionale (il deputato reggiano Maino Marchi era della Commissione bicamerale antimafia e si diede da fare).

Guardando alle parole dette nel processo Aemilia risultano alcuni fatti piuttosto gravi, alle informazioni in possesso della polizia sulle famiglie mafiose presenti a RE, anche a seguito dei processi Scacco Matto, Edilpiovra e Grande Drago, due questori sembrano avere un eccesso di disinvoltura con alcuni personaggi che avevano rapporti con gli ambienti mafiosi. Fotografie in atteggiamenti cordiali, concessione porto d’armi nonostante parere contrario del Prefetto o di un dirigente, lavori sempre dati alla di ditta di uno del giro per la sede della Questura per volere di un dirigente. La Prefettura dal 2010 interviene sulle imprese sospettate di collusione con le interdittive antimafia a loro volta basate sulle informative delle forze di polizia. Senza lasciarci fuorviare dal poliziotto che serve un ‘ndranghetista di calibro elevato per portare a lavare la Maserati di quest’ultimo, cogliamo nella differenza tra alcuni dirigenti della Questura passati da Reggio Emilia con un comportamento troppo disinvolto e altri dirigenti e operatori dello Stato che hanno fatto il loro dovere, il Prefetto De Miro e non solo lei. Per fortuna! E’ qui che si palesa come una parte dello Stato ha fatto seriamente lotta alla criminalità organizzata mentre un’altra parte non è stata seria nel fare il proprio dovere.

Gian Franco Riccò

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