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LA CASSAZIONE DIMENTICATA

5 luglio 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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La lunga arringa difensiva iniziata sabato 30 giugno dall’avvocato Stefano Vezzadini riguarda un imputato assai particolare ed importante del processo Aemilia: Gianluigi Sarcone.

47 anni, nato a Cutro e residente a Bibbiano, domiciliato presso la propria convivente a Vezzano sul Crostolo, Gianluigi è fratello di Nicolino Sarcone, già condannato nell’appello dell’abbreviato di Bologna a 15 anni.

La posizione dei fratelli Sarcone si è complessivamente aggravata durante i due anni del processo: le ricostruzioni dell’accusa e le testimonianze dei collaboratori di giustizia hanno elevato Nicolino a capo assoluto della consorteria reggiana fino all’arresto del gennaio 2015. Gianluigi è stato a sua volta raggiunto da nuovi capi di imputazione all’inizio di quest’anno in quanto, stando ai PM, “dal momento dell’arresto assumeva dall’interno del carcere un ruolo di direzione e di organizzazione della associazione di stampo mafioso, nei confronti sia degli altri sodali detenuti che di quelli in libertà, anche grazie all’azione di raccordo attuata dal fratello Carmine”.

Lo stesso Carmine Sarcone, 39 anni, è stato arrestato nell’appartamento della suocera a Cutro la notte del 23 gennaio scorso su mandato della direzione antimafia di Bologna che lo considera il reggente a piede libero della cosca emiliana.

La dottoressa Beatrice Ronchi ha poi informato la Corte di Reggio Emilia al termine della propria requisitoria di avere chiesto ed ottenuto per Gianluigi Sarcone l’applicazione del 41 bis, il carcere in isolamento per i presunti capi mafia, visto il suo attivismo in galera capace di condizionare gli altri detenuti e di influenzare testimoni del processo.

Contro questa corposa struttura accusatoria Vezzadini ha sviluppato il proprio intervento guidato da due sentimenti: l’emozione per un processo di portata storica e l’angoscia per la profonda convinzione di difendere un innocente. Nei minuti introduttivi l’avvocato del Foro di Bologna è anche ritornato, con brevi accenni, alle polemiche che hanno acceso scintille tra stampa e Camere Penali lo scorso anno. Nessuna contestazione specifica di articoli o temi, solo un generico richiamo al fatto che “Tanti hanno scritto di tutto su Aemilia”, mettendo spesso alla sbarra anche i difensori degli imputati: “Si sono sentite accuse di ogni genere rivolte agli avvocati di questo processo”.

Torna alla mente la frase pronunciata dallo stesso Vezzadini in aula il 13 luglio 2017: “Lo vediamo tutti i giorni anche in questo processo che i giornali scrivono cose non vere”, e forse oggi come allora meriterebbe venissero specificati nomi, cognomi e argomenti, perché l’accusa di articoli scorretti o di attacchi agli avvocati non rimanga una semplice suggestione.

Molto preciso e dettagliato è invece apparso il suo affondo sui collaboratori di giustizia, tema al centro della prima macro area di svolgimento della sua arringa (le altre tre sono i dettagli della vita di Gianluigi Sarcone dalla scarcerazione del 2000 in poi, i suoi rapporti con la politica locale e i singoli capi di imputazione che lo riguardano).

I collaboratori e le loro ricostruzioni sono la spina nel fianco del processo ed è logico che quasi tutti i difensori cerchino di smontarne la credibilità. Per Stefano Vezzadini Aemilia evidenzia due tendenze entrambe deprecabili: o sono i collaboratori ad adeguarsi alla realtà disegnata dai PM per compiacenza, o sono gli inquirenti ad adagiarsi sui racconti dei collaboratori senza l’opportuno “rigore scientifico” nelle verifiche e nei riscontri.

In entrambi i casi Aemilia mette in luce, secondo Vezzadini, un “allentamento delle barriere di cautela” che dovrebbero guidare il Pubblico Ministero nella valutazione dei collaboratori. La critica al maxi processo e ai procuratori Mescolini e Ronchi su questo tema è assai forte: “Io faccio fatica a sviluppare tutti gli elementi processuali per le sole due persone che assisto, come fanno i PM a trattare con le dovute attenzioni 150 posizioni?”

Fin qui siamo ancora nel campo delle considerazioni generali, ma l’avv. Vezzadini sa bene che per convincere il Collegio Giudicante è necessario che anche la sua difesa sia più rigorosa e circostanziata e il difensore di Gianluigi Sarcone prende subito il toro per le corna.

Il toro che si chiama Angelo Salvatore Cortese.

Un collaboratore difficile da domare o da inquadrare tra gli opportunisti dell’ultima ora, come neppure tanto velatamente molti avvocati hanno etichettato Giuseppe Giglio, Antonio Valerio e Salvatore Muto, i tre imputati/pentiti scaturiti dal processo.

Salvatore Cortese non è alla sbarra in questo processo, non conosce gli atti processuali di Aemilia, non ha da sperare in alcuna sostanziosa riduzione della pena per la sua collaborazione. E in più è la memoria storica della cosca Grande Aracri, ex braccio destro del boss Nicolino, che riconosce in Gianluigi Sarcone e fratelli un gruppo di spicco della famiglia di ‘ndrangheta insediata a Reggio Emilia.

Per smontare Cortese non basta il movente dell’opportunismo, serve incrinarne la credibilità intrinseca, e l’avv. Vezzadini ci prova con grande dovizia di dettagli, soffermandosi in particolare sulla sentenza della Corte di Cassazione del 18 luglio 2013, quando la Sesta Sezione era chiamata a pronunciarsi su uno dei tanti provvedimenti restrittivi conseguenti alle dichiarazioni rilasciate dal collaboratore a partire dal 2008. “La corte in quella sentenza” dice in aula l’avv. Vezzadini, “introdusse fortissimi dubbi sulla attendibilità di Cortese” che sosteneva di essere il braccio destro di Nicolino Grande Aracri e nello stesso tempo partecipava a riunioni con Fabrizio Arena, del clan rivale, dove si pianificava l’omicidio di un fratello di Nicolino. Una contraddizione tanto palese da lasciare seri dubbi sull’attendibilità del soggetto.

Forse. O forse no, stando sempre al parere della Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, alla quale fa riferimento l’avv. Vezzadini.

La Suprema Corte, con presidente Tino Garribba, si pronunciò anche il 15 maggio 2014, neppure un anno dopo la sentenza richiamata in aula da Vezzadini, in merito ad un nuovo ricorso presentato dall’avv. Gregorio Viscomi per conto di Nicolino Grande Aracri, contro l’applicazione della custodia cautelare in carcere.

Oggetto del contendere era un omicidio ben noto alle cronache di Aemilia, quello di Rosario Ruggiero detto “tre dita”, il falegname di Cutro che aveva ucciso il padre di Antonio Valerio sparandogli in faccia sulla strada principale del paese quando Antonio aveva solo dieci anni. La vendetta per quella morte arriverà fino a Brescello nell’ottobre del 1992, con lo spettacolare omicidio del cugino di Rosario, Giuseppe detto Pino, freddato da un commando di finti carabinieri giunti a bordo di una finta auto dell’Arma. Di questo omicidio sappiamo molto grazie ad Aemilia, mentre molto meno sappiamo dell’omicidio di Rosario Ruggiero, morto nella sua falegnameria sotto i proiettili della cosca il 24 giugno del 1992, quattro mesi prima del cugino. Ad incastrare gli autori di quel delitto fu il collaboratore Angelo Salvatore Cortese, che accusò sé stesso di avere partecipato alla spedizione in copertura, attribuendo la veste di mandanti dell’operazione a Nicolino Grande Aracri “su impulso di Antonio Valerio, detto Pulitino, che, inserito nel gruppo Ruggiero Bellini Vasapollo, si stava segretamente avvicinando al gruppo capeggiato da Grande Aracri e voleva vendicarsi dell’omicidio del padre”. Ma d‘accordo con l‘attacco ai Ruggiero era anche la potente famiglia di Antonio Ciampà detto Coniglio, “infastidito dalle pretese dei Ruggiero di partecipare ai proventi delle attività illecite perpetrate in Cutro”.

Sempre secondo Cortese, che aveva rubato a Legnano la Fiat Croma utilizzata dal commando, all’operazione aveva aderito anche la ‘ndrina dei Mesoraca cappeggiata da Mario Ferrazzo. Il Tribunale di Catanzaro aveva giudicato “attendibili sotto ogni profilo” le dichiarazioni di Cortese e dunque accolto la richiesta di arresto per Nicolino Grande Aracri. Che attraverso gli avvocati Salvatore Staiano e Gregorio Viscomi aveva impugnato l’atto in Cassazione, contestando tra l’altro che “l’attendibilità generale del Cortese, principale fonte accusatoria, era stata screditata in una precedente decisione della Sesta Sezione della Corte di Cassazione”.

E’ la decisione richiamata sabato scorso in aula dall’avv. Vezzadini per minare la credibilità di Cortese. Ma per completare il quadro a questo punto diventa fondamentale vedere come si pronunciò la Sesta Sezione sul ricorso di Staiano e Viscomi, in particolare sull’attendibilità di Cortese e sulla precedente decisione della Corte nel 2013. I temi sono trattati al punto 3: “Il giudizio di credibilità (del Tribunale) attribuito alle dichiarazioni di Angelo Salvatore Cortese, non può dirsi messo in crisi dalla sentenza della Corte di Cassazione del 2013 menzionata nel ricorso nella quale, con riferimento a tutt’altro fatto delittuoso e soprattutto, senza formulare generali giudizi di inattendibilità del Cortese, la Corte metteva in luce la carenza di motivazione del provvedimento cautelare. Quanto alle lamentate incongruenze riferite dal ricorrente alle dichiarazioni del Cortese, va osservato, conformemente alle valutazioni del Tribunale, che tali dichiarazioni sono per nulla carenti o illogiche.”

Più in generale la Sesta Sezione della Corte di Cassazione osserva che “Il ricorrente incorre nell’errore metodologico di parcellizzare i dati emersi in sede investigativa, rilevando profili di criticità su questo o quello aspetto specifico, per lo più di dettaglio, omettendo per contro di considerare quelli di primaria rilevanza ai fini del giudizio di convergente gravità indiziaria e soprattutto omettendone una valutazione complessiva”.

Parole che suonano quasi come un boomerang per la tesi dell’avv. Vezzadini su Angelo Salvatore Cortese. Perché anche la Corte di Cassazione, se viene citata, merita una valutazione complessiva e non può essere richiamata solo la riga o la frase che più fa comodo.

Le barriere di cautela, come il rigore scientifico, valgono per tutti.

 

 

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