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LA ‘NDRANGHETA CHE NON C’E’

30 maggio 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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“Le mie affermazioni non le ho concordate con Antonio Valerio”.

Ci tiene a dirlo l’avvocato Alessandro Falciani, che martedì 28 maggio ha appena concluso la sua arringa finale in difesa del collaboratore di giustizia del processo Aemilia. Gli chiediamo se abbiamo capito bene:

“Lei sostiene che la organizzazione criminale attiva in Emilia Romagna aveva conquistato una assoluta autonomia dalla cosca Grande Aracri di Cutro?”

“Sì”

“E di conseguenza che la stessa organizzazione non ha le caratteristiche della consorteria mafiosa di stampo ‘ndranghetistico?”

“Esatto”.

E’ un bel colpo di scena perché se c’è stato un imputato del processo che ha portato memorie, riscontri, novità e dettagli a sostegno della presenza in Emilia di una forte organizzazione di ‘ndrangheta collegata a doppio filo con la consorteria dei Dragone prima e dei Grande Aracri poi, questo è stato proprio Antonio Valerio.

L’avvocato sconfessa il suo assistito e lo fa sostenendo che saranno solo i giudici a valutare e a sentenziare l‘eventuale presenza lungo la via Emilia di una famiglia mafiosa: “Non lo può affermare con certezza neppure il PM, figuriamoci se lo può fare Valerio”.

E lui, l’avvocato Alessandro Falciani del foro di Firenze, ai tre giudici del collegio Caruso, Beretti e Rat ci tiene a far sapere, nella sua arringa, che a suo parere la struttura e il modus operandi della consorteria reggiana sono troppo lontani dai canoni della ‘ndrangheta per configurare il 416 bis ai suoi iscritti.

Non c’è una visione d’insieme, dice, non c’è un capo assoluto, non è più obbligatoria l’affiliazione. Ci sono tanti interessi individuali che a volte convergono in azioni comuni. E c’è soprattutto un disegno, uno schizzo tratteggiato da Valerio e mostrato in aula durante le lunghe giornate del suo interrogatorio, che secondo Falciani parla chiaro: è questo.

 

I mondi adiacenti, quei due sistemi planetari disposti su linee parallele e convergenti solo all’infinito, sono la prova provata secondo l’avvocato che le azioni criminali rimandano ad una associazione complessa con un organigramma a matrice più che gerarchico funzionale. In parole povere: Nicolino Grande Aracri è solo un lontano ricordo e gli affari sporchi in Emilia Romagna sono il frutto delle cattive intenzioni di piccoli o grandi malviventi locali che con la ‘ndrangheta hanno rotto da tempo il cordone ombelicale.

Più che una tesi pare una eresia, soprattutto se ricordiamo che Falciani c’era, di fianco a Valerio, alle 11,40 di martedì 26 settembre 2017, quando dall’aula di Aemilia il Pm Beatrice Ronchi gli rivolse le prime due domande del lungo interrogatorio durato settimane:

“Signor Valerio, lei come si dichiara rispetto alle accuse che le vengono rivolte?”

“Colpevole”

“Anche del primo capo di imputazione, l’appartenenza alla associazione mafiosa?”

“Sì, colpevole”

Delle due l’una: o l’avv. Falciani cerca di far apparire Valerio un visionario, che trova odore di ‘ndrangheta anche nelle chiacchiere in allegria di “quattro amici al bar”, per usare una espressione cara all’ex spacciatore ed ex pugile trapiantato a Reggio, oppure cerca di farlo apparire inconsapevole bugiardo, seguendo la teoria difensiva che va più di moda in questo processo: gli imputati “sono innocenti perché sono colpevoli”. Colpevoli sì di piccoli o grandi reati (come se commetterli fosse cosa normale) ma non certo di associazione mafiosa.

Se dovessimo credere a Falciani non c’entra quindi la ‘ndrangheta quando Valerio a dieci anni vede morire suo padre per strada a Cutro perché “attinto sotto l’occhio” da Rosario Ruggiero detto “tre dita”. Non è di mafia la vendetta consumata molti anni dopo a Brescello quando un commando di finti carabinieri al soldo dei Grande Aracri, sostenuti anche dai Ciampà e dagli Arena, uccide il cugino di Rosario, Pino Ruggiero, che sta armando la sua cosca nella bassa reggiana per la resa dei conti. Non sono legati ai riti della mafia calabrese i gradi di Quartino, lo Sgarro, la Santa che Valerio vanta quasi con orgoglio di aver conquistato davanti ai PM. E’ solo un incontro tra amici il “G7 della ‘ndrangheta” a Reggio Emilia all’inizio degli anni Ottanta a cui partecipano Totò Dragone, Antonio Arena e Pasquale Voce. E amici malviventi quanto si vuole, ma non necessariamente mafiosi, sono i vari personaggi che frequentano il suo appartamento al n.91 di via Samoggia dove passa cocaina di qualità “stupefacente”: da Raffaele Dragone a Floro Vito Giuliano, da Paolo Bellini ad Antonio Macrì detto Topino, vittima della lupara bianca che verrà sepolto sotto quindici metri di terra dopo essere stato ucciso a Cutro. E ancora da Vincenzo e Giuseppe Vasapollo ad Alfonso Diletto detto La scimmia, da Rosario Sorrentino detto Sainedda ad Angelo Salvatore Cortese che la ‘ndrangheta dei Grande Aracri la svela alle procure antimafia ben prima di Valerio. Senza dimenticare il boss già condannato ad un secolo di carcere, Nicolino Grande Aracri, che a trovare Valerio alla periferia nord di Reggio Emilia ci viene addirittura con la moglie. E infine non sono di ‘ndrangheta le condanne ai processi Scacco Matto, Grande Drago, Edilpiovra, Kyterion, Pesci, e via così: i giudici si saranno sbagliati.

Mille altre storie ascoltate al processo Aemilia incrociano la vita di Antonio Valerio con quelle della famiglia mafiosa proveniente da Cutro, e usare la vita e le confessioni di un uomo cresciuto “a pane e ‘ndrangheta”, come dice di sé stesso il collaboratore, per negare la sua appartenenza alla ‘ndrangheta, pare piuttosto azzardato. Oltre che segno forse di scarso dialogo tra l’avvocato e il suo assistito.

Ma già prima di Falciani l’inizio delle arringhe difensive aveva riservato altri colpi di scena. L’avvocato Carmen Pisanello è stata la prima ed ha iniziato, chiedendo di dichiarare nulla la requisitoria del procuratore Marco Mescolini, a suo avviso troppo generica rispetto ai singoli capi di imputazione violando così, per mancanza di motivazione sulle condanne richieste, i diritti della difesa. Mescolini ha replicato poco dopo rilanciando: c’è incompatibilità nel ruolo dell’avvocato Pisanello che difende sia Michele Bolognino che Carmine Belfiore sostenendo tesi diverse ed in contrasto tra loro a seconda che parli dell’uno o dell’altro. Il collegio dei giudici non si è per ora pronunciato.

Le arringhe continueranno il martedì e il giovedì, poi si passerà a tre giorni la settimana. Le conclusioni delle difese per i personaggi più noti del processo sono attese nella seconda metà di giugno. La sentenza, se i ritmi saranno questi, slitterà a settembre.

Questa fase finale di Aemilia è iniziata martedì 15 maggio, anche in diretta audio video sulla pagina facebook di CGIL Reggio Emilia, con la requisitoria dei pubblici ministeri Mescolini e Ronchi che hanno concluso chiedendo circa 1700 anni di carcere, tra rito abbreviato e ordinario, per i 148 imputati di Reggio Emilia.

Sono tanti, e togliendo le richieste relative ai 34 accusati di 416 bis restano comunque un migliaio abbondante di anni da dividere tra uomini e donne della nostra comunità locale, che con quei mafiosi ci hanno fatto affari.

Sono tanti anche questi.

Le ragioni delle richieste sono state argomentate in tre giorni di maratona verbale che ha spaziato dalla puntigliosa descrizione dei singoli delitti a riflessioni generali sulle caratteristiche della cosca reggiana e sui suoi elementi di contatto con la realtà locale. Marco Mescolini ha curato questa parte attraverso una ricostruzione storica che lascia poco spazio alle interpretazioni. In particolare sui tentativi della cosca di utilizzare giornali e televisioni per orientare l’opinione pubblica.

La consorteria lo ha fatto cercando prima di tutto di delegittimare il Prefetto durante la stagione delle interdittive, con l’intervista televisiva su Telereggio a Giuseppe Pagliani e Gianluigi Sarcone nel programma Poke Balle.

Poi prendendo di mira il sindaco Luca Vecchi, attraverso la lettera che richiamava le origini calabresi della moglie e l’informativa dei carabinieri che gettava ombre sul suo operato di dirigente comunale: due documenti entrambi pubblicati dal Resto del Carlino.

Infine tentando di zittire la stampa nell’aula del Tribunale con la richiesta di processo a porte chiuse del gennaio 2017 e una denuncia all’Ordine dei Giornalisti nel successivo mese di luglio, dopo che i detenuti avevano gridato dalle gabbie ai giornalisti presenti in aula: “in galera”.

Il 17 gennaio 2017 fu l’imputato Sergio Bolognino a chiedere la parola in aula per leggere una lettera di attacco ai giornalisti. La trascrizione di quella istanza pubblicata on line dal movimento “Agende Rosse” coincide con gli appunti del mio quaderno e dice: “Signor presidente, i sottoscritti imputati detenuti chiedono di voler procedere alla chiusura delle porte del processo. Da quando è iniziato stiamo assistendo al linciaggio mediatico con una distorsione dei media da parte di Gazzetta di Reggio, Telereggio e TG Reggio. Ogni articolo pubblicato è sempre in chiave accusatoria anche quando esame e controesame hanno dato un quadro diverso. Ogni articolo pubblicato è sempre in chiave ‘ndranghetista e si fa riferimento alla cosca anche quando nel capo di imputazione non è prevista l’aggravante… Le scolaresche, le associazioni partecipano, ma solo per ascoltare la parte accusatoria e vanno via quando c’è il controesame. C’è un sito pubblico su facebook sempre comunque in chiave accusatoria e i pentiti che non dovrebbero conoscere leggono su facebook quello che viene detto. Il processo penale è una cosa seria… Chiediamo di chiudere le porte del processo e che il tribunale acquisisca e verifichi gli articoli del giorno dopo il dibattimento. E che prenda dei provvedimenti. La libertà di stampa significa non distorcere i fatti.”

E’ un dato di fatto che Bolognino non citò il Resto del Carlino. Forse, dice Mescolini nella sua requisitoria, per tenersi aperta una porta o una speranza di dialogo con un quotidiano in vista di azioni future. Il che non significa certo accusare quel quotidiano di collusione. Come collusa non era Telereggio nel 2012 nonostante Gibertini fosse riuscito a mandare in onda l’intervista/zerbino a Sarcone.

Anche nelle prime requisitorie di martedì 29 maggio gli avvocati difensori hanno nuovamente attaccato il “clamore mediatico” che accompagna le udienze e l’eccessiva visibilità data ai suoi contenuti. Dicendo esplicitamente che ciò lede i diritti di difesa.

Vale allora la pena richiamare una semplice frase letta dal presidente del collegio Francesco Maria Caruso il 18 gennaio 2017 quando rigettò l’istanza di processo a porte chiuse, citando una sentenza della Corte Europea: “Non si può pensare che le questioni di cui sono a conoscenza i tribunali non possano, in anticipo o nel medesimo tempo, dare luogo a discussioni anche altrove. Alla funzione dei media, consistente nel comunicare tali informazioni e commenti, si aggiunge il diritto, per il pubblico, ad averli”. Chiaro e sintetico.

I 1700 anni di reclusione chiesti dal PM non hanno suscitato molti commenti in città. Tace soprattutto la politica, se si esclude una nota del PD provinciale che prende spunto dalla requisitoria per fare i complimenti a sé stesso e agli enti locali per aver pagato le strutture necessarie allo svolgimento del processo a Reggio Emilia. Assodato che è vero, che nessuno l’ha mai contestato e che nessun amministratore ci ha messo dei soldi di tasca propria, ricordarlo come un vanto ad ogni occasione in ogni santo giorno dell’anno comincia un po’ a stufare.

Mescolini ha detto altre cose importanti che nessuno ha commentato e che meriterebbe invece a nostro avviso una sana discussione in città per scongiurare nuovi abbracci letali. Un ragionamento riguarda la zona grigia degli interessi comuni tra mafie ed economia locale. Lo riportiamo integralmente, trascritto dal file video, per non commettere anche noi il peccato di far dire a Mescolini solo ciò che più ci piace:

“Questi (la ‘ndrangheta) sono sempre riusciti a fare quel che han fatto, perché qualcuno ne ha notato la convenienza. Perché le frodi fiscali fatte dalla ‘ndrangheta e l’acquisto della falsa fattura dalla ‘ndrangheta sono più sicuri che l’acquisto da un altro. Non c’è una minaccia: è conveniente! Voi non troverete mai in questo processo che qualcuno della ‘ndrangheta abbia fatto il primo passo verso l’imprenditore. Non è – mai – stato – così! ”

 

 

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