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PROCESSO AEMILIA: CGIL ER, MODENA E REGGIO EMILIA AUSPICANO SENTENZA CHE RICOMPONGA QUADRO DEI DIRITTI DI CHI LAVORA

25 maggio 2018

Processo Aemilia: Cgil ER, Modena e Reggio Emilia auspicano una sentenza che ricomponga il quadro dei diritti costituzionali di chi lavora

Cgil Emilia Romagna, Cgil Modena e Cgil Reggio Emilia auspicano una sentenza che ricomponga il quadro dei diritti costituzionali di chi lavora, sfigurati dall’azione della cosca criminale che ha agito in terra emiliana. Quando non ci sono libertà e democrazia nel lavoro, quando i diritti sono compressi, non è possibile esercitare la rappresentanza.

Di seguito le ragioni della Costituzione di Parte Civile delle Organizzazioni Sindacali e le conclusioni espresse nell’arringa finale dei legali della Cgil nel processo Aemilia.

Si è svolta nella giornata di ieri, 24 maggio 2018, l’udienza del processo Aemilia, con l’intervento in aula dei legali di tutte le Parti Civili.

Nell’arringa a nome di Cgil Emilia Romagna e delle Camere del Lavoro di Reggio Emilia e di Modena, gli Avv. Libero Mancuso e Andrea Ronchi hanno ribadito le ragioni per le quali le Organizzazioni Sindacali si sono costituite come parti civili in tutti i filoni giudiziari scaturiti dall’indagine Aemilia, svolta dalla DDA di Bologna, ritenendo necessario che la sentenza ricomponga il quadro dei diritti Costituzionali di chi lavora, sfigurati dall’azione della cosca criminale.

Il sindacato, infatti, non intende costituirsi contro ogni consorteria criminale, ma ogni qualvolta è evidente la compressione dei diritti dei lavoratori.

Come è emerso chiaramente dalle prove acquisite nel dibattimento – e dalle condanne già emesse nel rito abbreviato – l’intera società emiliana e, quindi, anche il mondo del lavoro che essa ricomprende, si sono trovati di fronte ad una condotta associativa, messa in atto dalla autonoma associazione mafiosa di stampo ‘ndranghetista sottoposta a processo: intimamente connessa con le attività economiche del territorio emiliano; perfettamente in grado di infiltrarle e di egemonizzare interi settori del mercato, capace di intervenire nei settori privati, come in quelli pubblici, nei trasporti come nell’edilizia o altrove, spesso con la complicità di una parte del mondo imprenditoriale, sostituendo i meccanismi concorrenziali con quelli intimidatori propri del metodo mafioso; in grado anche di penetrare o cercare complicità nel tessuto sociale ed in quello istituzionale.

E’ stato certamente impedito l’esplicitarsi dell’azione sindacale, che ha necessariamente bisogno della possibilità di partecipazione libera dei lavoratori, di una democrazia vera non solo formale: “Se il lavoratore non può parlare perché teme le ritorsioni dell’impresa o del padrone; se il mercato è alterato da offerte che non rispettano le regole pur di abbassare i costi; se il confronto tra lavoratori ed impresa viene falsato dal ricatto esplicito verso le persone e dai lucchetti ai cantieri per tenere fuori il sindacato; se accadono queste cose non c’è libertà, non c’è democrazia, non si riesce ad esercitare la rappresentanza” – aveva detto il Segretario Generale Cgil Emilia Romagna, Luigi Giove, testimoniando nell’aula di Reggio Emilia il 18.04.2017.

Il compito dell’Organizzazione sindacale è organizzare lavoratori liberi, non ricattati o ricattabili, mettendo in campo forti azioni, anche di conflitto, ma in un ambito in cui vengano riconosciute quanto meno le prerogative costituzionali dei lavoratori.

I numerosi episodi emersi nell’indagine Aemilia, approfonditi e ampliati all’interno del processo, dimostrano quanto sia stata pervasiva, per certi versi devastante, l’azione messa in campo dalla ‘ndrina criminale e come queste abbiano colpito direttamente il “lavoro”: diversi casi di caporalato (ricostruiti anche attraverso le dichiarazioni dei pentiti), di svilimento e negazione attraverso violenze e intimidazioni dei diritti di chi lavora; operai giunti a testimoniare in aula, manifestando tuttavia paura e terrore per le conseguenze che ciò avrebbe determinato su di loro; le emblematiche vicende che hanno riguardato la ditta Bianchini Costruzioni; ecc., fatti e reati aggravati dal metodo mafioso.

Il sindacato ha agito per contrastare l’azione della cosca ‘ndranghetista emiliana e, più in generale, quella della criminalità organizzata, attraverso il complesso di azioni messe in atto a tutti i livelli, contribuendo a mettere in campo una forte innovazione legislativa, regionale e nazionale, oltre ad una corposa attività di contrattazione e negoziazione sulla legalità.

Un’azione riconosciuta fin dall’inizio del processo, nell’ordinanza di ammissione delle parti civili, laddove tra l’altro veniva messo in evidenza come: “La legalità e la trasparenza delle regole che governano l’attività di impresa siano strettamente connesse al buon funzionamento di tutto il mercato del lavoro e in particolare alla stabilità dei rapporti, alla sicurezza degli ambienti di lavoro e alla soddisfazione delle aspettative di remunerazione del lavoratore, con la consapevolezza che la compromissione della legalità del quadro di riferimento e dell’agire dei suoi operatori frustra all’origine l’effettività di ogni azione di tutela del lavoro“.

Come a dire: quei lavoratori che subiscono il caporalato, le minacce, la restrizione dei diritti, vengono colpiti sia direttamente che indirettamente, non potendo appoggiarsi ad un sindacato che li tuteli.

Al dunque è la storia che rappresenta il movimento sindacale confederale ed il valore di rango costituzionale che i nostri Padri costituenti intesero attribuire al “lavoro”, fonte di dignità della persona umana, il punto al quale è necessario fare riferimento: il riconoscimento della libertà sindacale, l’affermazione del diritto di sciopero, il diritto alla tutela della salute del lavoratore, il diritto ad una retribuzione equa, ecc. Tutti diritti negati laddove agiscono le mafie, come nel caso della cosca emiliana.

Un ruolo, quello della tutela dei diritti dei lavoratori, che ha visto il Sindacato rivestire gli abiti del protagonista assoluto nella difficile, tormentata storia del nostro Paese, nel quale tuttavia l’illegalità ha dilagato, spesso per effetto di alleanze tra settori del mondo imprenditoriale delle professioni e della politica, con il crimine organizzato.

E’ a questa fondamentale funzione, alla storia del movimento sindacale, segnata dalle tante vittime d mafia – così è stato argomentato dai legali – che è necessario riferirsi nel riconoscere alla Cgil e, complessivamente, alle organizzazioni sindacali confederali il necessario risarcimento a conclusione di questo processo.

Nell’udienza di ieri sono intervenuti anche i legali della Cisl, della Uil e di Libera regionali dell’Emilia Romagna, oltre a quelli della Regione Emilia-Romagna, di numerosi Enti Locali, dell’Avvocatura dello Stato, dell’Associazione regionale della stampa e legali di altre Parti Civili.

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