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PROCESSO AEMILIA: VERSO LE SENTENZE

7 settembre 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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13, 18 e 20 settembre, 9 e 11 ottobre. Sono le cinque date delle udienze che ancora mancano alla fine del processo Aemilia. Poche, pochissime, rispetto alle 190 già passate agli atti, rispetto ai due anni e mezzo di confronti, testimonianze e schermaglie che hanno reso viva l’aula bunker di Reggio Emilia, rispetto alla storia della ‘ndrangheta emiliana che in questo tribunale è stata rivoltata come un calzino dalle sue prime manifestazioni degli anni Ottanta ad oggi.

Eppure è così: la fine prima o poi arriva e la sentenza è vicina, molto vicina. Il giudice Caruso nell’udienza del 6 settembre l’ha spiegato nel tardo pomeriggio, a chiusura della giornata: “Andremo avanti senza un calendario incalzante, perché il collegio si vuole preparare alla Camera di Consiglio studiando bene gli atti e prendendo le opportune decisioni”.

Ma non c’è più tanto da discutere: una udienza per le repliche delle parti civili, tre sedute per le controrepliche dei difensori, poi la parola finale ai collaboratori di giustizia (si sono prenotati Antonio Valerio e Salvatore Muto) e agli imputati che vorranno rendere dichiarazioni spontanee.

A quel punto si chiude, e Francesco Maria Caruso, Cristina Beretti e Andrea Rat usciranno dall’aula per tornarvi solo con la sentenza in mano. Con 148 sentenze in mano, perché tanti sono gli imputati.

Curiosa coincidenza, alla fine di ottobre è prevista anche la sentenza della Corte di Cassazione di Bologna nel troncone abbreviato di Aemilia che si è celebrato nel capoluogo di regione. Sarà la parola definitiva per oltre novanta imputati, con alcune delle figure di spicco già condannate che sperano in un ribaltamento della sentenza di secondo grado. Cinque dei sei capi cosca prima di tutti gli altri. Ma anche un personaggio politico importante come il reggiano Giuseppe Pagliani per il quale l’appello ha comportato l’amara sorpresa della condanna dopo l’assoluzione del primo grado.

Il 6 settembre intanto abbiamo udito in aula le ultime parole dei PM Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. E’ bastato loro un solo giorno per replicare alle arringhe difensive e per chiedere che ai quindici imputati ancora in libertà ai quali è contestato il capo 1, l’appartenenza alla ‘ndrangheta, venga applicata la misura cautelare in carcere se ritenuti colpevoli.

È la logica conseguenza delle pene richieste per i quindici, oltre 300 anni tra rito ordinario e abbreviato, che rischiano dunque l’immediata carcerazione dopo la sentenza prevista a metà ottobre. Tra i più noti c’è Giuseppe Iaquinta, padre dell’ex calciatore della nazionale Vincenzo. Poi i fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli, definiti dal giudice dell’udienza preliminare Alberto Ziroldi “la forza economica in Emilia di Nicolino Grande Aracri”, arrestati e scarcerati ben tre volte, l’ultima in aprile dal Tribunale del Riesame, tra il 2015 ed oggi. Luigi Muto (classe ’75) e Antonio Muto (’71), appartengono al più numeroso gruppo famigliare rinviato a giudizio (ci sono otto Muto tra rito ordinario e abbreviati). Alfonso Paolini è l’uomo di casa in Questura, che nell’ultima dichiarazione spontanea ha raccontato di essere amico dell’ex questore Gennaro Gallo e di averlo accompagnato nel 2007 anche a Roma al Ministero tanta era la confidenza. Ma secondo il collaboratore Salvatore Muto è anche l’uomo che accompagnò la famiglia Berlusconi a portare illegalmente soldi all’estero. Gli altri accusati del 416 bis oggi a piede libero sono i due fratelli Francesco e Alfredo Amato, Antonio Crivaro, Moncef Baachaoui, Eugenio Sergio, Carmine Belfiore, Francesco Lomonaco, Graziano Schirone e Luigi Silipo. A loro si aggiunge l’unica latitante tra i 148 rinviati a giudizio a Reggio Emilia. È Karima Baachaoui, scomparsa la notte degli arresti del 2015, compagna di un altro imputato eccellente oggi in carcere: Gaetano Blasco.

La replica del sostituto procuratore Beatrice Ronchi è iniziata con una forte difesa della credibilità dei tre collaboratori di giustizia che hanno deciso di mettersi a disposizione della DDA a processo già iniziato: Giuseppe Giglio, Antonio Valerio e Salvatore Muto. Ma la parte più interessante del suo intervento è probabilmente quella che ha riguardato la natura e la struttura della ‘ndrangheta moderna. Essa continua ad avere una impostazione verticistica, dice Beatrice Ronchi, e alla guida della cosca cutrese i fratelli Grande Aracri continuano a dettare legge, come dimostrano le tante occasioni in cui i capi emiliani sono dovuti scendere in Calabria per sanare conflitti. Ma ciò non toglie che in Emilia, grazie soprattutto alla stagione violenta degli anni Novanta che ha definito valori e meriti nella cosca, alcuni personaggi abbiamo assunto ruoli di comando. C’è chi ha conquistato una autonomia territoriale, come Nicolino Sarcone a Reggio Emilia, Alfonso Diletto a Parma, Francesco Lamanna a Piacenza, chi ha scelto una autonomia d’azione su affari illeciti specifici senza confini geografici, come ha spiegato lo ‘ndranghetista “a statuto speciale” Antonio Valerio e come avviene anche al Sud.

Nel pomeriggio è toccato al nuovo procuratore capo di Reggio Emilia Marco Mescolini che si è dilungato in particolare sugli affari del post terremoto e sulla famiglia Bianchini, titolare delle imprese edili modenesi che secondo l’accusa hanno fatto man bassa di appalti e subappalti sfruttando anche la forza e la convenienza della ‘ndrangheta. Ha citato l’amianto Mescolini, quell’amianto presente in decine di migliaia di tonnellate di macerie rovinate al suolo dopo le scosse del 20 e 29 maggio 2012. Amianto che andava prelevato e stoccato secondo procedure rigorose e che invece è stato addirittura utilizzato, per risparmiare e fare prima, a creare le basi delle scuole e dei nuovi fabbricati che andavano innalzati per fronteggiare l’emergenza. Quando l’Arpa scoprì il cemento amianto nel cantiere della nuova scuola del comune di Reggiolo, ricorda Mescolini, il titolare dei lavori Augusto Bianchini “si dissociò dai disonesti conferitori” a cui si era rivolto sostenendo che gli avevano rifilato materiale nocivo a sua insaputa. Ma solo qualche giorno più tardi al telefono con la moglie Bruna Braga, non sapendo di essere intercettato, si confidò si tradì sulle responsabilità proprie e della stessa moglie. Una frecciatina Mescolini la lancia anche alla comunità emiliana perché quando la Bianchini Costruzioni srl riceve le interdittive antimafia prima dalla prefettura di Modena e poi, ancora più dettagliata, da quella di Reggio Emilia, nessuno in giro si preoccupa di leggere cosa c’è scritto in quei fogli. Ci avrebbero trovato la storia di legami con personaggi mafiosi e di ricorso alla prestazione di mano d’opera illegale e a basso costo ben precedenti al terremoto.

Sulle regole e sui costumi della ‘ndrangheta Mescolini aggiunge una riflessione a quelle della collega Ronchi riguardante la “bacinella”. Sarebbe, stando a molte arringhe difensive, una sorta di cassa comune obbligatoria della cosca dalla quale attingere e nella quale versare denaro prima e dopo le operazioni della consorteria. La sua assenza in Emilia sarebbe la prova che qui non siamo al cospetto della ‘ndrangheta. Ma con la tracciabilità finanziaria dell’epoca attuale, dice il PM, nessun mafioso si sognerebbe di aprire un conto corrente in banca con la funzione di cassa comune. Né le tante operazioni di polizia in questi anni hanno mai scoperto casseforti nascoste delle ‘ndrine. Gli interessi comuni oggi la ‘ndrangheta li gestisce ad altri livelli, mettendo in campo alla bisogna le risorse economiche e personali dei singoli affiliati secondo una logica di comunità che rappresenta il collante della famiglia mafiosa. E chi sgarra, cercando di fregare gli altri, paga, come l’ex capo Romolo Villirillo che si è tenuto per sé soldi destinati a Nicolino Grande Aracri.

Tra una settimana toccherà dunque alle parti civili, poi le tre sedute per le contro repliche delle difese. Infine la parola agli imputati, l’11 ottobre, per le ultime accorate dichiarazioni spontanee rivolte alla Corte. A quel punto il collegio giudicante si ritirerà in Camera di Consiglio per scrivere una sentenza che farà storia. Qualunque sia l’esito finale.

 

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