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IL PROCURATORE CAPO MARCO MESCOLINI

7 novembre 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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Il primo incontro con la stampa locale del dott. Marco Mescolini, nella sua nuova veste di Procuratore Capo a Reggio Emilia, forse ce lo eravamo immaginato tutti un po’ diverso, senza un clamoroso fatto di cronaca accaduto il giorno prima in città che mettesse perfettamente assieme passato e futuro. Dove il passato è la storia della ‘ndrangheta in provincia, certificata e scritta attraverso le recenti sentenze del processo Aemilia, e il futuro è il lavoro che attende l’intera comunità locale per tutelare la legalità e contrastare il prevedibilissimo desiderio di rivalsa delle mai morte consorterie mafiose.

Il clamoroso fatto è naturalmente la violentissima azione di sequestro messa in atto da un condannato del processo Aemilia, Francesco Amato, che lunedì 5 novembre ha tenuto sotto la minaccia di un coltello 5 dipendenti dell’ufficio postale di Pieve Modolena a Reggio Emilia, prospettando una strage. “Violentissima” non è un termine esagerato, perché in questa storia di esagerato c’è solo il senso di impunità  e il delirio di protagonismo che hanno spinto un pericoloso latitante condannato al 416 bis a tenere in bilico tra la vita e la morte cinque persone, e sotto scacco per un giorno intero una città, ricevendo magari alla fine gli applausi (arrivati dai numerosi membri della famiglia venuti ad assistere) e i complimenti perché si è consegnato spontaneamente ai carabinieri senza avere piantato il coltello nella pancia di nessuno.

Perché lo ha fatto? Per trattare e ottenere uno sconto di pena? Stiamo scherzando. Amato sapeva e sa benissimo che i suoi 19 anni ora diventeranno 30, o 40, dopo questo sequestro. Sapeva benissimo che ora lo attende una lunga e a lui già nota vita di carcere, tanto che all’ufficio postale di Pieve Modolena si è presentato addirittura con la valigia già pronta in auto, con i vestiti e i cambi da portare nella sua nuova residenza dietro le sbarre.

E allora perché lo ha fatto?

Alla domanda il Procuratore Mescolini risponde con il rigore di chi non è più PM al processo e uomo d’azione della Direzione Antimafia ma titolare della Procura ordinaria di una  città. Il suo lavoro ora è il governo del contrasto all’illegalità nel territorio, “un piccolo cerchio dentro una grande cerchio”, dice, dove il grande cerchio è il contrasto nell’area distrettuale all’illegalità di stampo mafioso. Ma guai a pensare che i due mondi siano separati, che l’azione di Amato sia solo il gesto di uno squilibrato, dimenticando la sua storia di appartenenza a una consorteria dove le azioni sono collegiali, con finalità comuni, con strategie condivise.

Questo sembra dirci Mescolini quando sottolinea che il profilo criminale di Francesco Amato è quello emerso dal processo e che la sua azione alle Poste è “coerente con quel profilo”.

Saranno la DDA e la procura Distrettuale di Bologna a dover indagare sui possibili collegamenti tra questa azione eclatante, eventuali disegni di riposizionamento della cosca di ‘ndrangheta nel territorio, strategie di risposta alle sentenze del processo. Ma intanto Reggio Emilia è la città che fa da sfondo a questa fase di transizione storica. Una città la cui vita e i cui valori vanno tutelati, i cui cittadini debbono aver consapevolezza della verità storica emersa da Aemilia e strumenti di lettura dei fatti di oggi (e di domani) per difendere e imporre la legalità e la libertà che fino a prova contraria appartengono a tutti e sono diritto di tutti.

La Procura della Repubblica è un presidio fondamentale di questa esigenza di tutela e difesa, ma se la Procura della Repubblica è lasciata sotto organico in una città priva di infiltrazioni malavitose e fatica di conseguenza a svolgere il proprio ruolo, figuriamoci quali problemi essa possa avere a Reggio Emilia oggi.

Per questo quando il Procuratore Mescolini dice che chiederà il ripristino del minimo indispensabile di organici negli uffici per poter svolgere un lavoro efficiente, non sta lanciando una banale richiesta burocratica ma un forte messaggio sulle necessarie dotazioni, che va raccolto e rilanciato.

Sull’altro versante intanto i messaggi forti sono stati tre in una sola settimana.

Il primo sul fronte giudiziario, con le dichiarazioni di uno degli avvocati difensori più noti del processo, Carlo Taormina, secondo il quale se il processo Aemilia si fosse celebrato nel sud Italia le pene sarebbero state molto più lievi e avrebbero prodotto meno clamore: una sorta di bocciatura del “processo mediatico” creato dai PM e del Collegio Giudicante ritenuto ingenuo o inesperto.

Il secondo messaggio lo ha lanciato un servizio delle Iene Show in TV nel quale Vincenzo Iaquinta (condannato a due anni) difende con passione il padre Giuseppe, condannato a 19 anni per appartenenza all’associazione mafiosa, dicendo in sostanza “Non ci sono prove, non abbiamo fatto niente”. Un processo al processo, che in dieci minuti ha tentato di smontare dieci anni di indagini e di udienze e trecentomila pagine di verbali, con la chiosa finale del giornalista Giulio Golia che commenta: “Forse 19 anni sono troppi…”

Il terzo messaggio è quello dell’azione violenta, lanciato da Amato con il sequestro di Pieve. Anche lì con il movente della condanna eccessiva in Aemilia per reati inesistenti.

Fronte giudiziario, fronte mediatico, fronte di guerra: il tutto in una sola settimana. Cogliere in tutto ciò un tentativo di contrattacco dopo la botta delle sentenze è abbastanza naturale; quanto e se le azioni siano ad personam o frutto di strategie condivise, nessuno può forse oggi saperlo. Ma è alla luce anche di questi elementi che crediamo vadano interpretate le parole del Procuratore Capo Marco Mescolini nell’incontro di martedì 6 novembre con la stampa. Ascoltiamolo.

 

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