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LA FRONTIERA AVANZATA DELL’INTERDITTIVA

4 dicembre 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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La mafia oggi non ammazza, ma riesce a infiltrarsi nell’economia legale e questo è l’aspetto più pericoloso e più ramificato”. Lo dice Franco Frattini, presidente della terza sezione del Consiglio di Stato che aggiunge, come corollario: “L’interdittiva antimafia è lo strumento principe, la frontiera più avanzata e insostituibile a tutela dei valori costituzionali e per una azione volta a distruggere le infiltrazioni mafiose al Nord, al Centro e al Sud del nostro Paese”.

Di interdittive e prevenzione si è parlato lunedì 3 dicembre a Palermo, su iniziativa della Prefettura guidata da Antonella De Miro. Se si potesse fotocopiare un convegno, dovremmo farlo e affiggere i suoi atti e i suoi protagonisti lungo tutte le strade dell’Emilia Romagna, perché ciò che si è detto là vale per qua. E perché a dirlo sono stati magistrati e funzionari dello Stato che anche qua, nel profondo Nord, hanno scritto la storia della lotta alla ‘ndrangheta.

Primo fra tutti (per noi reggiani ed emiliani) il Procuratore della Repubblica di Reggio Emilia, dott. Marco Mescolini. “Seppure lo strumento dell’interdittiva non riguardi la commissione del delitto” ha detto nel suo intervento “l’adozione di una interdittiva esprime un principio di civiltà a difesa della libera espressione del mercato e della collettività”. Aggiungendo che all’epoca delle indagini da cui è nato il processo Aemilia “sono stati proprio i provvedimenti interdittivi del Prefetto De Miro a suscitare la reazione corale dell’intero gruppo (la cosca emiliana) consentendo di valutarne, anche ai fini giudiziari, l’unitarietà”.

Mescolini a Palermo ha ridimensionato la leggenda della penetrazione graduale che non si percepisce. Ricondurre la presenza della ‘ndrangheta in Emilia al concetto di infiltrazione silente è difficile se già negli anni ’80, dopo l’arrivo del vecchio boss di Cutro Antonio Dragone, inviato al confino, i sodali del boss che lo accompagnavano erano pienamente riconoscibili, e spesso riconosciuti, nella loro dimensione criminale. Ed è ancora più difficile, considerando i fatti accertati e le condanne di Aemilia, se nel 2012/13 imprenditori di spicco si rivolgevano compiaciuti, per il recupero crediti, ad esponenti di spicco della ‘ndrangheta residenti in provincia, proprio in considerazione della loro apprezzata identità criminale e del loro relativo potere. Su questo concetto Mescolini si era soffermato in aula durante la requisitoria del 15 maggio scorso dicendo: “La criminalità mafiosa è essenzialmente criminalità economica” con l’aggravante, aggiunse, che gli uomini della ‘ndrangheta “sono sempre riusciti a fare quel che han fatto perché qualcuno ne ha notato la convenienza”.

Ed è una convenienza sulla quale si costruisce la grande forza delle mafie, che si mescolano e si espandono, con il rischio reale di inquinare irrimediabilmente il libero e legale mercato, specialmente in settori delicatissimi come gli appalti pubblici. Lo testimonia la riflessione al convegno del Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho: “In Sicilia operano tante imprese calabresi e in Calabria tante imprese siciliane, che comunque si muovono in altre regioni del Nord su vari settori con presenze importanti nel mondo degli appalti. Un mondo occupato da veri e propri cartelli formati da decine di società (anche 70 o 80) che servono in sostanza ad aggirare le leggi e il codice. Ho chiesto che venga costituita una banca dati degli appalti con i nomi di tutti, non solo degli appaltatori e degli affidatari ma anche di coloro che partecipano, perché spesso ci troviamo di fronte a qualcuno che recede e allora domandiamoci perché recede. Laddove si recede c’è un soggetto a cui qualcuno ha detto: non hai capito chi siamo”. È illuminante la convergenza tra questa affermazione di Cafiero De Raho e quanto raccontò nell’aula di Aemilia nel dicembre 2017 il collaboratore Salvatore Muto sul controllo degli appalti pubblici: “Portavamo a casa le commesse perché impedivamo agli altri di prendere i lavori. Gli sbarravamo la strada. Non partivamo armati, semplicemente facevamo capire a cosa andavano incontro se si fossero presentati come concorrenti. Nel settore dell’edilizia la nostra attività era molto diffusa a Reggio, Parma, Cremona e nella bassa Lombardia. Spesso arrivavamo alla fine che c’era solo la nostra azienda a prendere l’appalto, e se c’erano altri noi potevamo fare offerte sempre più basse perché non versando l’Iva e pagando in nero i lavoratori siamo i più competitivi”.

Torniamo allora alle interdittive, che De Raho inserisce tra gli strumenti di prevenzione (assieme allo scioglimento degli enti locali e ai sequestri/confische dei beni) grazie ai quali “a giudizio del mondo intero, siamo il Paese con la disciplina più ampia per contrastare le mafie”, sempre salvaguardando “la conformità dei provvedimenti ai valori affermati dalla Carta dei diritti dell’uomo”.

Le parole dell’ex prefetto di Reggio Emilia Antonella de Miro, introduttive del convegno, bene illustrano la natura e il valore di questi strumenti di prevenzione: “I provvedimenti interdittivi antimafia adottati dai prefetti costituiscono una insostituibile difesa e salvaguardia dell’ordine pubblico economico, della libera concorrenza tra le imprese e del buon andamento della pubblica amministrazione, ed inoltre bloccano i possibili tentativi di infiltrazione mafiosa nei pubblici appalti, nelle autorizzazioni, nelle concessioni di beni demaniali, nei commerci, nell’acquisizione di finanziamenti pubblici. Un imprenditore, pur dotato di mezzi economici e di una adeguata organizzazione, che non merita la fiducia delle istituzioni, perché non affidabile, non può essere titolare di rapporti contrattuali con le pubbliche amministrazioni. E le Prefetture, grazie anche al determinante supporto del gruppo interforze (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Direzione Investigativa Antimafia) si confermano istituzioni a baluardo della legalità e a difesa dell’economia legale dagli assalti speculativi della mafia. Intercettando con carattere di tempestività i sempre più raffinati tentativi di celare le attività economiche”.

I numeri di questo grande lavoro in Sicilia sono impressionanti: le nove prefetture dell’isola negli anni 2017 e 2018 hanno adottato 399 provvedimenti interdittivi antimafia, su 82.071 richieste di documentazione pervenute. Nella sola Palermo sono arrivate 29.861 richieste e sono stati emessi 157 provvedimenti. Ma non sono meno impressionanti, al confronto, i dati relativi agli anni della De Miro a Reggio Emilia: 16.000 pratiche di controlli, dalle iscrizioni alla white list alla verifica di appalti e subappalti, fino a provvedimenti singoli di ritiro del porto d’armi. Dagli uffici di corso Garibaldi sono partite 61 interdittive contro 48 ditte con imprenditori originari di almeno quattro regioni; 13 aziende sono state escluse dalla white list e sono stati siglati 36 protocolli di legalità sugli appalti con i Comuni reggiani, le aziende sanitarie, Iren e Anas. Proprio lunedì 3 dicembre, mentre a Palermo si svolgeva il seminario, a Reggio Emilia ne veniva firmato un altro di questi protocolli, tra il Comune capoluogo, le organizzazioni imprenditoriali e i sindacati CGIL, CISL e UIL, che esclude il ricorso al massimo ribasso negli appalti pubblici ed impone anche ai subappaltatori il rispetto dei contratti collettivi di lavoro. Un altro passo avanti, e magari fosse arrivato prima, mentre tanto a Palermo quanto a Reggio Emilia non tacciono i brontoloni che vedono nella prevenzione un arbitrio. Risponde loro l’ex commissario europeo per la Giustizia Franco Frattini dalla sala intestata a Carlo Alberto Dalla Chiesa, dentro Villa Whitaker a Palermo, sede della Prefettura: “So bene quali sono i dibattiti dottrinari e gli orientamenti che si confrontano attorno a questa materia, ma il mio accento è sulla tutela di valori costituzionali, primo tra essi il valore della dignità umana, della libertà e della sicurezza che sono mortificati dalle mafie che cercano di comprimerli e distruggerli.”

Più semplicemente ricordiamo le parole di Antonella De Miro quando venne a deporre al processo Aemilia nel marzo 2017: ““Ho amato questo territorio, ritenevo che esercitando la mia funzione potessi difenderlo dalle infiltrazioni”.

 

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