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MITTENTI E DESTINATARI

22 novembre 2018

Paolo Bonacini, giornalista

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Scorsone in Sicilia può significare due cose: serpente oppure scorpione. Nel siracusano si dice che se hai promesso un dono a San Paolo e ritardi nella consegna il Santo ti fa trovare sotto il guanciale un insetto velenoso o uno scorsone nero. Senza scomodare santi permalosi, per uno nato il 16 novembre del 1930, come Salvatore Riina detto Totò, si può dire che è uno Scorsone. E via Scorsone è la strada di Corleone dove il boss ha sempre vissuto, latitanza e carcere a parte.

Quella strada torna di grande attualità in questi giorni per due motivi che la collegano al processo Aemilia. Il primo è la lettera anonima recapitata all’avv. Rosario Di Legami, a Palermo. È uno dei più importanti amministratori giudiziari del paese, che tra le altre cose gestisce e amministra i circa 500 milioni di beni sequestrati col processo emiliano alla cosca di ‘ndrangheta legata ai Grande Aracri.

Dentro la busta c’era un pezzo imbrattato di carta igienica con il messaggio essenziale ed esplicito: “Sei una merda”. Il mittente indicava solamente un indirizzo, “Via Scorsone 26”. La casa di Totò Riina.

Il secondo motivo di collegamento con Reggio Emilia è che via Scorsone oggi non esiste più. Non esiste perché il 17 novembre scorso, in una giornata storica per il paese di Corleone in Sicilia, il prefetto di Palermo Antonella De Miro e la commissione straordinaria insediata nel comune il 17 agosto 2016 (altre tre donne: Giovanna Termini, Rosanna Mallemi, Maria Cacciola) hanno cambiato nome a quella via, intitolandola a Cesare Terranova. È il giudice, ucciso in auto nel 1979 assieme al maresciallo di pubblica sicurezza Lenin Mancuso, che aveva condannato all’ergastolo il boss di Cosa Nostra Luciano Leggio. Lo stesso Leggio (più noto come Liggio per un errore di scrittura in un verbale) è considerato il mandante dell’omicidio e Totò Riina indicato tra i boss di Cosa Nostra che diedero il proprio consenso.

La ex via Scorsone dunque non esiste più, sebbene al civico 26 ci viva ancora la moglie di Totò, Antonietta Bagarella, alla quale proprio le tre commissarie di Corleone hanno negato il timore reverenziale delle istituzioni di un tempo, notificandole una ingiunzione di pagamento sulla tassa rifiuti e in seguito prospettando il pignoramento dei beni. La moglie del defunto Salvatore ha chinato la testa chiedendo di rateizzare il pagamento. Da via Scorsone, reale o evocativo che sia il mittente, arriva questa minaccia al Commissario dei beni sequestrati alla ‘ndrangheta in Emilia e in via Scorsone il prefetto De Miro, figura fondamentale della lotta alla cosca reggiana tra il 2009 e il 2014, era a fianco delle commissarie, nell’ultimo giorno del loro mandato, mentre si affiggeva la targa col nome dell’uomo che ha schiacciato lo scorpione (o il serpente): il giudice Terranova.

L’avv. Di Legami non gestisce beni sequestrati nel distretto palermitano ma sono comunque in tanti, nel variegato mondo delle mafie, ad avere cattivi motivi di astio nei suoi confronti. L’amministratore giudiziario coordina anche la gestione dei 120 milioni di beni sequestrati all’imprenditore di Recalmuto (Agrigento) Calogero Romano, che grazie all’appoggi di Cosa Nostra ha diversificato le proprie attività, secondo la procura della Repubblica di Palermo, dall’edilizia alla gestione dell’autodromo internazionale Valle dei Templi alla posa della fibra ottica per le telecomunicazioni nella Sicilia occidentale. E sempre Di Legami è stato nominato dal prefetto di Vibo Valentia e dall’agenzia anticorruzione di Cantone commissario per la gestione di tre centri di accoglienza in Calabria che si occupano di 700 migranti richiedenti asilo politico. Erano in mano a due cooperativa che si sospetta legate alla ‘ndrangheta, con forniture pilotate e affari milionari.

Da quale di questi fronti è partita la minaccia? Il Gico della Guardia di Finanza non trascura alcuna ipotesi. Di certo la busta arriva però in straordinaria coincidenza con la conclusione del mandato delle tre commissarie di Corleone, con l’intitolazione della via a Terranova, con l’inaugurazione in paese dell’asilo nido che porta il nome delle piccole sorelle Caterina e Nadia Nencioni, vittime della strage di via dei Georgofili a Firenze nel 1993. E con la fine del mandato di un’altra commissione straordinaria, in un altro comune della provincia di Palermo, Palazzo Adriano, il cui Consiglio è stato sciolto per mafia. A guidare la commissione è un’altra donna: il Vice Prefetto Michela Savina La Iacona. Anche lì la conclusione del mandato è stata festeggiata il 18 novembre con l’intitolazione di luoghi pubblici a vittime di mafia, alla presenza del giornalista minacciato di morte Paolo Borrometi.

Ed anche a Palazzo Adriano c’era il prefetto De Miro. È lei in particolare a tessere la tela di questa nuova primavera a Palermo, col suo sorriso e la sua determinazione. Lei che l’amministratore giudiziario Rosario Di Legami definisce al telefono, mentre commenta la lettera minatoria, “Pioniera” anche della rivolta emiliana alle infiltrazioni della ‘ndrangheta durante il suo mandato a Reggio Emilia. Lei che affianca le straordinarie donne del riscatto in Sicilia nelle foto che fissano le iniziative di Corleone e Palazzo Adriano.

Il 30 marzo 2017 Di Legami testimoniò al processo Aemilia la grande solitudine nella quale venne lasciato quando, in veste di amministratore giudiziario, dovette cercare di rimediare al disastro ambientale e al futuro incerto di una impresa con 100 lavoratori, prodotti dalla brama di soldi facili all’indomani del terremoto 2012. L’incontro tra gli interessi illeciti dell’impresa emiliana Bianchini Costruzioni srl e le mire di espansione della ‘ndrangheta, lasciarono decine di migliaia di tonnellate di cemento amianto sparse sul territorio e accatastate nei cortili dell’azienda. Con l’interessato silenzio di dirigenti pubblici come Giulio Gerrini (comune di Finale Emilia) condannato in via definitiva in Aemilia a 2 anni e 4 mesi. Con la copertura di uomini importanti della politica e delle istituzioni i cui nomi spiccano nelle nuove richieste di rinvio a giudizio presentate il 7 giugno scorso dai PM Mescolini e Ronchi: il senatore della Repubblica Carlo Giovanardi, il Capo di Gabinetto della Prefettura di Modena Mario Ventura, il funzionario dell’Agenzia delle Dogane Giuseppe Marco De Stavola. L’accusa, tra l’altro, è di “minacce a corpo politico o giudiziario dello Stato con le aggravanti dell’abuso di potere e del metodo mafioso”.

I danni per la salute delle popolazioni prodotti dal cemento amianto disperso in quei mesi di frenetica ricostruzione, li misureremo solo in futuro. “Ci rivolgemmo agli Enti Pubblici”, disse Di Legami in aula l’anno scorso: “Comune, Provincia, Regione, per cercare aiuti economici e capire se fosse possibile utilizzare bandi e fondi europei. Niente. Non ci è arrivato un solo euro, nessuno ci ha aiutato. Abbiamo fatto il possibile per bonificare le terre utilizzando solamente i fondi dell’Amministrazione Giudiziaria”.

“Con il sostegno”, aggiunge oggi, “dei giudici del Tribunale di Bologna, della Direzione Distrettuale Antimafia e dei sostituti procuratori che guidavano l’inchiesta”.

Poi il discorso si allarga all’insieme dei beni di Aemilia sequestrati agli uomini della ‘ndrangheta. Nella gestione d’impresa della Bianchini Costruzioni srl, tenuta in vita dopo il fallimento, bisogna rendere merito all’amministratore giudiziario dell’impegno profuso per salvare il futuro di tanti lavoratori e delle loro famiglie. Erano rimasti in cinquanta circa e per tutti è stata trovata una soluzione, o con un nuovo collocamento lavorativo o con l’accesso alla pensione. Ma il risultato più importante su questo fronte è presumibilmente essere riusciti, grazie anche all’intesa con i sindacati, a non attendere le sentenze del processo per quanto dovuto ai lavoratori creditori. Dopo le opportune verifiche di buona fede alla data del sequestro, “siamo riusciti a versare il TFR e a garantire la copertura previdenziale dal 2015”. Tre anni prima delle sentenze dell’ottobre scorso. Tre anni di ossigeno per 50 famiglie, a dimostrazione che vanno bene le norme e i protocolli, ma che sono poi le persone e il loro impegno a fare la differenza. Di Legami l’ha fatta, a San Felice sul Panaro come a Sorbolo, dove c’è la più grande speculazione edilizia della ‘ndrangheta con un numero impressionante di appartamenti sequestrati. I primi quindici sono già stati assegnati, a famiglie di uomini della Guardia di Finanza la cui presenza rappresenterà pure un forte elemento di garanzia e di controllo per il futuro di questa area.

Rosario Di Legami ci lascia una riflessione finale: “Voi emiliani amate moltissimo la vostra terra. È una vostra caratteristica, bellissima. Ed è questa terra, e questo vostro amore, che sono stati colpiti e violentati dalle attività mafiose”.

Indignarsi per questa violenza è il minimo che possiamo fare se si tratta di vero amore. Di Legami dice che prima dell’arrivo di Antonella De Miro e delle indagini della procura antimafia forse qui da noi “c’era il sonno”. Poi ci siamo svegliati.

Speriamo, e se lo abbiamo fatto, di certo ci sono persone dello Stato, con nome e cognome, a cui vanno riconosciuti grandi meriti. Una di queste è lo stesso Rosario Di Legami.

Ma a pensarci bene la lettera minacciosa a lui indirizzata in questi giorni, oltre ad avere più di un mittente, potrebbe avere anche più di un destinatario.

 

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