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AEMILIA: LA PAROLA AI GIUDICI – Amministratori e politici

2 Ottobre 2019

Sonia Masini ed Enrico Bini che denunciarono la 'ndrangheta

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3 – Amministratori e politici

“È emerso incontrovertibilmente che l’approccio politico della cosca emiliana si declinava secondo due differenti direttrici: da un lato contatti diretti con candidati ed esponenti di partito attraverso cene e incontri, dall’altro il tentativo di mascherare la natura mafiosa del loro operare, attraverso gli interventi diretti sui mezzi di comunicazione di massa e l’esasperazione quasi teatrale della presunta discriminazione contro i cutresi”.

Le motivazioni della sentenza del processo Aemilia dedicano centinaia di pagine ai rapporti tra ‘ndrangheta e istituzioni in provincia. Gli anni 2004-2005 rappresentano uno spartiacque temporale al quale i giudici attribuiscono particolare importanza; prima di allora, quando la cosca “marchiava col sangue” e metteva “a ferro e fuoco” Reggio Emilia (come dice Antonio Valerio), anche la capacità investigativa sul territorio emiliano non aveva compreso la profondità del radicamento mafioso: “In generale fino all’avvio delle trattative per la pace (di mafia), si succedettero gravissimi episodi delittuosi che rivelavano la presenza di un’organizzazione criminale, collegata a quella cutrese, ben più ampia di quanto fino a quel momento emerso. Le connessioni tra le due organizzazioni al tempo non vennero comprese. Così come non fu compreso che i segmenti delle indagini sul territorio emiliano che furono trasmesse a Catanzaro per competenza meritavano un approfondimento sul territorio emiliano.  Nonostante la presenza e l’operatività di Nicolino Sarcone, imputato in Edilpiovra e considerato in quel processo il capo di un’autonoma consorteria ndranghetista; la presenza e l’operatività a Brescello dei fratelli di Nicolino Grande Aracri, Francesco e Antonio, a quel tempo processati e poi condannati; la presenza sul territorio di boss del calibro di Salvatore Cortese e Salvatore Capicchino, non ci furono significativi risultati investigativi. Gli anni tra il 2005 e il il 2009 sono dunque anni di incertezza e di sostanziale riduzionismo. I rapporti provenienti dagli studiosi (in particolare il prof. Ciconte) segnalavano da tempo la presenza di un insediamento ‘ndranghetista autonomo sul territorio reggiano ed emiliano”.

Ma “A quei rapporti non seguirono altre iniziative poiché ne fu valorizzata la parte in cui si sottolineava la capacità del territorio di reagire grazie alla presenza degli anticorpi”.

“Un ripresa di attenzione”, prosegue la sentenza,  “si ebbe a partire dal 2009, con le denunce del presidente della Camera di Commercio Enrico Bini e con l’azione del Prefetto Antonella De Miro”.

Furono loro i primi, secondo i giudici, a risvegliare le coscienze. Perché “È generalmente riconosciuto che quando si tratta di accertare la presenza di un’associazione ‘ndranghetista in territori non tradizionali, l’azione della magistratura deve essere supportata da altre istituzioni pubbliche che devono assumersi la responsabilità di denunciare e segnalare. La mafia produce omertà, complicità, silenzi e contiguità. È un’organizzazione criminale che vive di relazioni e di patti di scambio di ogni genere, con chiunque detenga poteri privati e pubblici, ai quali offre servizi di reciproco interesse. E’ questa la ragione per la quale il modo in cui le istituzioni del territorio affrontano il tema è cartina di tornasole della possibilità dell’associazione di insediarsi più o meno agevolmente”.

Alla cultura dell’omertà, aggravata in molti casi dal “reciproco interesse”, dunque secondo i giudici non tutti si piegarono. Del prefetto Antonella De Miro abbiamo già parlato, mentre all’attuale sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini, non sempre o non tutta la nostra comunità ha riconosciuto il doveroso merito per il coraggio della denuncia. Che secondo i giudici fu importante e circostanziata: “L’attività investigativa ha permesso di mettere in luce il cosiddetto metodo Gualtieri: sistema adottato nei confronti delle piccole imprese di autotrasportatori e di padroncini posti nella condizione di non poter lavorare a causa dei prezzi eccessivamente concorrenziali praticati dalle famiglie ‘ndranghestiste del paese di Gualtieri (RE), luogo nel quale le attività economiche di molti degli odierni imputati hanno la loro sede. Tale stato di cose ha causato enormi danni alle famiglie di onesti autotrasportatori che hanno dovuto chiudere la loro attività allorché non sono venuti a patto con la ndrangheta. Ciò è stato evidenziata dal testimone Enrico Bini, sentito anche in sede di Commissione Parlamentare Antimafia.  Bini ha ricordato che nel corso dello svolgimento del proprio ruolo, prima da presidente della CNA e poi della Camera di Commercio, aveva avuto modo di riscontrare situazioni poco trasparenti nel mondo dell’autotrasporto e dell’edilizia e di averne fatto denuncia. Ne riferisce anche in aula durante la propria deposizione l’ex sindaco Graziano Delrio: Enrico Bini aveva più volte espresso la preoccupazione che vi fossero episodi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico della Provincia di Reggio Emilia”.

E non l’aveva fatto in privato, perché dice la sentenza “é agli atti una cospicua raccolta di articoli di stampa e altra documentazione che attesta gli interventi e le iniziative pubbliche del Bini”.

Per i giudici a fianco di Bini e sulla falsariga della sua azione di denuncia si mosse anche la presidente della Provincia Sonia Masini, la cui testimonianza in aula è considerata di particolare valore: “Si tratta di una deposizione che si discosta da tutte le altre e che ha dato prova dell’effettiva esistenza di una radicata consapevolezza negli organi di governo del territorio della presenza grave e asfissiante di una consorteria mafiosa. La testimone Masini ha permesso di comprendere come divisioni e contrasti politici in materia di azione antimafia possono finire con l’agevolare oggettivamente la consorteria e che le posizioni radicali della politica in materia di contrasto (alla ‘ndrangheta) non dovrebbero essere osteggiate in base a valutazioni politiche”. Ancora più chiaro è un passaggio successivo della sentenza: “Già nel 2004, appena eletta presidente della Provincia, la Masini si era appellata alla comunità cutrese onesta stabilita sul territorio, affinché rompesse il silenzio omertoso che circondava la locale di ‘ndrangheta operante all’epoca nel reggiano. Tale appello fu ripetuto anche nel 2012 in seguito alla condanna di Sarcone Nicolino nell’ambito del processo Edilpiovra. Si tratta all’evidenza di una posizione coraggiosa e rischiosa, rimasta del tutto isolata nel panorama politico reggiano e di cui occorre dare atto alla Masini”.

Per il giudici la sua è stata “una testimonianza di grandissimo rilievo e decisiva” alla quale si contrappone “quella dell’avvocato Giuseppe Pagliani che si offre come interlocutore politico agli affiliati per tutelarli contro l’azione del Prefetto, in un proficuo rapporto di reciproco scambio”. La conclusione rende a Sonia Masini il merito di avere seguito una strada purtroppo poco frequentata: “Dalle parole della Masini (si comprende che) la strada per la cittadinanza piena nasce da comportamenti rigorosi e conseguenti che tolgono la protezione al mafioso, e quindi dalla denuncia o quanto meno dal rifiuto di difendere un marchio di provenienza se tale difesa può agevolare gli associati che si occultano dietro questa origine cutrese. Ma non basta dissociarsi, occorre denunciare perché, come dicono gli esperti, in Calabria e quindi a Reggio Emilia tutti sanno chi è chi, e tutti sanno che per portare allo scoperto il mafioso bisogna isolarlo nella comunità: non stringergli la mano, non prendere insieme il caffè, non incontrarlo, non farsi vedere in sua compagnia in pubblico e neppure in privato”. E il 28 marzo 2012, ricorda la sentenza, il Resto del Carlino” riportava l’appello/denuncia di Sonia Masini: “Cutresi, rompete il clima di omertà”.

Anche la testimonianza dell’ex assessore comunale Franco Corradini è considerata dai giudici “molto importante”, perché ha permesso al Tribunale di “valutare quanto fosse sentita e percepita la presenza della ‘ndrangheta nel territorio emiliano già nel 2005”. “Dal mio punto di vista” disse Corradini durante la deposizione chiesta dai giudici “sicuramente era molto chiaro che c’era un problema a Reggio Emilia, perché era impossibile non vederlo”.

Egualmente importante è considerata la testimonianza resa in aula dall’assessore regionale alla legalità Massimo Mezzetti, che ha reso evidente come “l’Ente Regione sia indiscutibilmente quello che si è maggiormente distinto per i propri atti”, distaccandosi dalla “condizione di passività e inconsapevolezza rilevata in altri casi”.

Tra questi “altri casi” rientra, per i giudici Caruso, Beretti e Rat, il sindaco di Montecchio Paolo Colli, alla guida di un Comune che “presenta il Ghota della consorteria emiliana, dalla famiglia Vertinelli a Michele Bolognino”. Colli “dimostra di non sapere nulla sui suoi concittadini cutresi e non fornisce alcun tipo di indicazione utile”.

L’ex presidente della Provincia Gianmaria Manghi a sua volta “attribuisce agli articoli di stampa e all’informazione sui fatti gravi che emergevano dalle indagini un vulnus all’onore e alla reputazione del territorio: una preoccupazione che potrebbe avere portato a sottovalutare la gravità della situazione”.

Anche per il sindaco di Bibbiano Andrea Carletti c’è “un problema di immagine” e a causa di questa “ragione psicologica si ravvisano nella sua deposizione limiti di comprensione e di riconoscimento della consorteria”.

L’ex consigliere comunale di maggioranza Salvatore Scarpino infine ha reso “dichiarazioni caratterizzate da un atteggiamento difensivo e quasi elusivo, costellato da plurime contraddizioni”. La sua azione politica è stata “oggettivamente funzionale a distrarre ed eludere il significato delle azioni mafiose in atto sul territorio, trasformando in discriminazione il timore diffuso per le manifestazioni violente e prevaricatrici della consorteria”.

La sintesi finale dei giudici è in fondo assai semplice: “Restano aspetti di incomprensione di un fenomeno che andava probabilmente affrontato con azioni volte a incidere sull’area grigia che si frappone tra la luce di chi ad ogni livello contrasta efficacemente le famiglie mafiose e l’oscurità in cui si muove la consorteria”.

di Paolo Bonacini, giornalista

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