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AEMILIA: LA PAROLA AI GIUDICI

10 Settembre 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

TOMI SENTENZA AEMILIA

1 – Cosa ci insegna il processo

I quattro volumi che vedete nella foto sono forse l’unica copia cartacea delle 3168 pagine in cui si condensano le motivazioni della sentenza di primo grado del processo Aemilia, in relazione al rito ordinario celebrato a Reggio Emilia. L’ha stampata la CGIL, in ossequio a un’antica massima riadattata ai tempi nostri: “File volant, scripta manent”. Sulla carta se ne può apprezzare il peso (10,5 chili) e lo spessore (23 centimetri). Se la tipografia della Camera del Lavoro deciderà di stampare anche le 5418 pagine del rito abbreviato,depositate dai giudici Caruso, Beretti e Rat il 2 agosto 2019, arriveremo ad un record di tutto rispetto.

Non è folclore, perché le dimensioni e il peso della sentenza fanno il paio con quelle del processo e del monumentale lavoro compiuto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura nel suo complesso. Scrivono i tre giudici, nelle premesse delle ultime motivazioni depositate: “La verifica e l’accertamento, prima investigativo e poi giudiziario, affrontati in questo processo hanno richiesto indagini coordinate a livello di diverse direzioni distrettuali, l’impiego di mezzi, uomini, strutture, tempo e risorse straordinarie”.

Caruso, Beretti e Rat parlano di “smisurata grandezza e numerosità dei delitti emersi nel corso del processo”. Un dato tanto più impressionante, ed è questo il primo affondo di merito che è doveroso segnalare, “se si tiene conto degli altri (delitti) che non risultano contestati ma le cui linee di fondo sono emerse in modo piuttosto nitido nel corso delle udienze”. L’elenco è piuttosto sconfortante: “Tutte le bancarotte delle decine e decine di società di comodo, tutte le frodi fiscali che le indagini non hanno potuto approfondire, tutte le violenze, gli incendi, le usure, le estorsioni, gli attentati, i porti d’arma, i tentativi omicidiari, i riciclaggi, i reimpieghi e gli autoriciclaggi rimasti senza nome e senza traccia. Tutte le notizie di reato emerse nei quasi tre anni di dibattimento, le false testimonianze, l’intralcio alla giustizia e tutto il nero sottofondo di azioni mirate all’inquinamento delle prove, secondo quanto emerge dai verbali di udienza e dalle deposizioni di Giglio, Valerio e Muto (i tre imputati divenuti collaboratori di giustizia), dimostrano il livello di dominio sul territorio e sulle persone che l’organizzazione è riuscita a conseguire e confermano quelle diagnosi scientifiche per cui non è più possibile parlare di infiltrazione delle associazioni di stampo mafioso nelle aree dell’Emilia Romagna, essendo più aderente alla realtà la tesi del radicamento, non solo in ragione di una presenza sempre più estesa e capillare sul territorio, ma anche e soprattutto in ragione di un’opera di progressivo inquinamento dell’economia”.

Perché, come e in che tempi si è arrivati a tanto? Sono gli interrogativi sui quali la nostra comunità dovrà interrogarsi a lungo, con coraggio e franchezza, se vorrà fare tesoro di Aemilia. Nel loro recente libro “Rosso mafia, la ‘ndrangheta a Reggio Emilia”, il prof. Nando Dalla Chiesa e la dott.ssa Federica Cabras inquadrano storicamente questo profondo radicamento nel sovrapporsi di due processi di civilizzazione (in senso neutro, non necessariamente positivo) nell’area vasta che circonda il Po dove vivono sedici milioni di persone e si concentra un terzo della produzione industriale e agricola italiana. Da un lato i lineamenti del “socialismo emiliano”, che nel volgere di un secolo ha portato un intero popolo “da condizioni di povertà a condizioni di elevato benessere”, dall’altro la civilizzazione del “modello cutrese, la cui anima di ferro sta nell’identità ‘ndranghetista”. Per tanti aspetti, dice Dalla Chiesa, la relazione tra le due civilizzazioni appare “di coesistenza pacifica o addirittura di ibridazione”. E nei decenni “una delle due concorrenti conquista posizioni, contrapponendo allo spirito di arrendevolezza dell’altra la propria aggressività”.

L’altra faccia della medaglia la descrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza, completando il quadro che consente oggi di leggere la penetrazione ‘ndranghetista al nord secondo parametri nuovi e non di rado antitetici agli stereotipi classici (la mafia ha buon gioco dove manca lo Stato, dove c’è povertà e disoccupazione, ecc.): “Le vicende esaminate in questo processo suggeriscono che il tradizionale dualismo nord-sud potrebbe essere ripensato e ridefinito; dipendendo, l’affermazione delle mafie al nord, dalla disponibilità degli abitanti con i quali i mafiosi vengono in contatto ad accettare valori e metodi”. Non è una affermazione di poco conto perché, come nel libro di Dalla Chiesa, la causa della profonda penetrazione è prima di tutto ricondotta ai cedimenti e all’acquiescenza di chi accoglie le mafie, non tanto o solo alla sua forza d’urto. Aggiunge la sentenza, con una chiamata di responsabilità generale: “È la storia nazionale tutta intera che porta, tra alterne vicende, a rendere le organizzazioni mafiose in grado di imporsi in tutto il paese, a resistere alle azioni di contrasto e a riprodursi, grazie all’invincibile tentazione dell’adesione al metodo mafioso nei ricchi territori del nord, quando l’evoluzione della cultura e dello spirito pubblico producono consenso e diffusione di modelli”. Il processo Aemilia, secondo i giudici, “consente di radiografare un’organizzazione mafiosa di grandi dimensioni, egemone sul piano criminale, fino al punto da diventare, in forza di tale egemonia, rilevante se non dominante in numerosi segmenti dell’economia del territorio, tradizionalmente caratterizzato da paradigmi di efficienza e di razionalità oltre che di modernità, secondo la vulgata incompatibili con una tale presenza. L’ approccio improntato alla convinzione che i sodalizi mafiosi non possano annidarsi in territori fiorenti, dotati di alto senso civico e considerati tradizionalmente refrattari alle logiche intimidatorie e omertose, ha sviato l’attenzione dal loro punto di forza: la capacità di intessere relazioni vantaggiose con rappresentanti del mondo imprenditoriale finanziario e politico istituzionale. Da qui la necessità di indagare i cedimenti di questi due mondi”.

Cedimenti non marginali se, dice la Corte, “esponenti di rilevanti settori del contesto locale non hanno indietreggiato dinanzi alla prospettiva di realizzare anche un profitto personale”.

La conseguenza devastante è che “interi gruppi di popolazione perdono l’affidamento nelle strutture dello Stato per mettersi a disposizione di soggetti violenti che si dimostrano vincenti sul piano della competizione economica, grazie al vantaggio differenziale della violenza temuta nell’ambiente, organizzata e sistematica, e alla fama di impunità”.

Le relazioni tra la cosca autonoma emiliana, che ha iniziato a formarsi secondo i giudici negli anni Sessanta, e la casa madre del crotonese, sono riassunte dai giudici nell’immagine efficace del franchising: “Cutro è depositario del marchio ‘ndrangheta famiglia Grande Aracri con tutto ciò che ne deriva mentre l’espressione territoriale emiliana opera come filiale, come impresa criminale autonoma che gestisce questo marchio e ne trae l’imprinting e la fama di organizzazione mafiosa, ben capitalizzata. La conseguenza di tale modus operandi è di una progressiva e inarrestabile evoluzione dell’associazione sul territorio, conosciuta, accettata, integrata in taluni ambienti inclini ad apprezzare il self made man, l’artigiano che diventa imprenditore grazie alle sue abilità, quali che esse siano una volta che la protezione immunitaria di una certa etica pubblica sia venuta meno”.

La mafia dei Sarcone, Brescia, Paolini e altri ha cercato a Reggio Emilia e dintorni “di proporsi costantemente come gruppo di pressione e di sostegno politico”, ottenendo un consenso “non basato sulla paura, ma che trae forza da un senso di rispetto nutrito dalla popolazione verso un gruppo di soggetti che si propone come dispensatore, apparentemente disinteressato, di servizi e favori”. È un radicamento visibile e profondo, “che sorprende e sconvolge la siciliana prefetto De Miro nel momento in cui, arrivando a Reggio Emilia dalla Sicilia, un territorio in cui la mafia per definizione non vede, non sente e soprattutto non parla, verifica sorprendentemente come noti ‘ndranghetisti o personaggi contigui e vicini sono protagonisti del dibattito pubblico”.

Le ultime righe dell’introduzione di Francesco Maria Caruso, Cristina Beretti e Andrea Rat, illustrano il perché e il per chi i giudici hanno impegnato novemila pagine complessive per stendere le motivazione delle sentenze di Reggio Emilia: “Dell’immenso materiale probatorio acquisito nell’ambito di questo processo il tribunale intende fare il maggior uso possibile. È materiale che non può rimanere sepolto nel fascicolo perché la sentenza che accerta l’esistenza, i caratteri, i delitti, le forme e il grado di espansione nel territorio emiliano della ‘ndrangheta cutrese, ha il dovere di illustrare l’attività probatoria compiuta in anni di lavoro dibattimentale e la quantità di dati, elementi conoscitivi, informazioni inedite, storie emerse nel corso del dibattimento pubblico, che fondano la prova piena di quanto dedotto nei capi d’imputazione, essi stessi compendio di una storia criminale che non può essere sottovalutata o ignorata. Il materiale analizzato ha ovviamente valore processuale, serve all’accertamento dei fatti e alla definizione delle responsabilità ma le sentenze, passate o meno che siano in cosa giudicata, sono reperti di storia giudiziaria, a disposizione di chiunque vi abbia interesse”.

Noi tutti abbiamo interesse a conoscere questo enorme reperto storico, perché noi tutti abbiamo il diritto e il dovere di sapere cosa è accaduto, con quali responsabilità penali, civili, politiche e morali. Riassumere le ragioni della sentenza e metterne a fuoco gli elementi fondamentali è doveroso, e lo faremo con una serie di articoli che attraverso le parole del Collegio Giudicante prenderanno per le corna i temi più significativi e spinosi del processo e del grande fenomeno di colonizzazione mafiosa che esso disvela. Ma rendendo anche doverosamente merito alle persone con ruoli pubblici nel territorio che secondo i giudici hanno più di altri, con coraggio e competenza, studiato e denunciato ciò che stava accadendo, e offerto poi in aula con le loro deposizioni contributi importanti. A partire dal prefetto Antonella De Miro, dall’ex presidente della Provincia Sonia Masini, dall’attuale sindaco di Castelnovo Monti Enrico Bini, dall’assessore regionale alla legalità Massimo Mezzetti, dei quali parleremo nella prossima puntata.

 

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