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ANTONELLA DE MIRO: IL PREFETTO DELLE SCARPETTE ROSSE

30 Gennaio 2019

Paolo Bonacini, giornalista

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E’ stata Prefetto di Reggio Emilia ed ha lavorato dagli uffici di Corso Garibaldi, in città, dal 1 settembre 2009 al 9 settembre 2014. Cinque anni “vissuti pericolosamente”, per citare il bellissimo film di Peter Weir che racconta la storia del giornalista Guy Hamilton nell’Indonesia di Sukarno. Antonella De Miro è piombata in una città assai meno turbolenta di Giacarta ma ha saputo vedere e ha deciso di combattere, spesso da sola, le profonde ramificazioni della ‘ndrangheta nei nostri territori quando ancora noi reggiani doc ci cullavamo nell’idea dell’isola felice e immune dalle tentazioni del malaffare.

Ha svolto il suo lavoro di funzionaria dello Stato con la “forza della leggerezza” che solo una grande solidità di valori e altrettanto grandi chiarezza dei doveri e competenza di merito sanno alimentare. Ha messo sotto la lente di ingrandimento le attività e le storie di imprese importanti e di nomi accreditati nei salotti buoni della città, senza guardare in faccia a nessuno e senza farsi intimidire da minacce dirette e dalla macchina del fango che inevitabilmente si mette in moto quando le altre strade sono precluse.

Valga per tutti i suoi atti la interdittiva firmata il 4 agosto 2011 nei confronti della ditta Bacchi SpA di Boretto, per il pericolo di infiltrazioni mafiose nel corpo dell’impresa che stava operando sul terzo stralcio della tangenziale di Novellara. Il precedente decreto prefettizio del 5 aprile era stato annullato dal TAR ma Antonella De Miro non si diede per vinta e integrò il lavoro con una corposa documentazione che dopo 89 pagine emanava la nuova  solidissima interdittiva.

C’era scritto tra le altre cose in quel provvedimento un concetto che fatica ad entrare nelle teste di chi accusa e vorrebbe ridimensionare, tanto in Emilia quanto in Sicilia, l’utilizzo degli strumenti di prevenzione:

“Come più volte riportato dalla giurisprudenza e dalla dottrina, il concetto di tentativo di infiltrazione mafiosa, in quanto di matrice sociologica e non giuridica, si presenta estremamente sfumato e differenziato rispetto all’accertamento operato dal giudice penale, signore del fatto. La norma non richiede che ci si trovi al cospetto di una impresa criminale, né si richiede la prova dell’intervenuta occupazione mafiosa, né si presuppone l’accertamento di responsabilità penali in campo ai titolari dell’impresa sospettata, essendo sufficiente che dalle informazioni acquisite tramite gli organi di polizia si desuma un quadro indiziario che, complessivamente inteso, ma comunque plausibile, sia sintomatico del pericolo di un qualsivoglia collegamento tra l’impresa e la criminalità organizzata”.

Antonella De Miro ha la colpa (per alcuni) e il grande merito, per tutti gli altri, di conoscere ed applicare i principi  e le norme che governano le relazioni di comunità, e di conoscere altrettanto bene limiti, doveri e poteri del proprio ruolo nell’organizzazione dello Stato. Per questo ha rappresentato a Reggio Emilia una spina nel fianco di chi avrebbe preferito il silenzio e la distrazione per continuare a tessere in santa pace la propria tela.

Nei due anni e mezzo del processo abbiamo spesso dovuto parlare di lei e vale la pena ricordare due elementi emersi in aula: le minacce nei suoi confronti e i tentativi (falliti) di rimescolare le carte.

Dal “quieto vivere” (presumibilmente la morte) che secondo Giuseppe Giglio la cosca auspicava per il Prefetto nella riunione del 2 marzo 2012 dentro all’ufficio di Nicolino Sarcone, alla “mossa diabolica” come l‘ha definita il PM Beatrice Ronchi, pensata da Giuseppe Iaquinta per screditarla: autodenunciarsi accusando però la De Miro di falso ideologico in atto pubblico, abuso d’ufficio e calunnia. Il suo difensore Carlo Taormina disse in aula ai giornalisti: “Abbiamo denunciato la De Miro perché alla base dei suoi provvedimenti di esclusione di aziende dalla White List, o di revoca del porto d’armi, c’erano solo presupposti immaginati o non comprovati, nemmeno da elementi indiziari di sospetto”.

“Non luogo a procedere” stabilì poi il giudice per le indagini preliminari Giovanni Ghini con la sentenza depositata il 22 aprile 2017, accogliendo peraltro la richiesta della pubblica accusa. Ma venti giorni prima Antonella De Miro era tecnicamente indagata per reato connesso e dovette testimoniare nell’aula di Aemilia assistita da un avvocato di fiducia. Se volevano intimidirla o ridimensionarla, non avevano capito con chi avevano a che fare.

Antonella De Miro sabato a Reggio Emilia riceverà ufficialmente in Sala del Tricolore quella cittadinanza onoraria votata all’unanimità dal Consiglio Comunale nell’ottobre 2015. Gliela consegnerà il sindaco a nome di tutti i cittadini per bene, senza distinzioni di casacca politica, ed è buona cosa. La consegnerà ad un Prefetto tra i più importanti d’Italia, che opera oggi nella città più importante in relazione al tema del contrasto alle mafie. E che non opera di certo limitandosi al lavoro di routine negli uffici. Le ultime quattro interdittive a Palermo firmate Antonella de Miro sono datate dicembre 2018, il mese scorso, e riguardano un negozio di parrucchieri dove si discutevano le strategie di Cosa Nostra del nuovo capo Settimo Mineo, la gioielleria Mineo considerata base operativa dell’omonimo boss, la Sicilia Conglomerati srl che imponeva forniture di cemento agli imprenditori locali, la Costruzioni Stradali Infrastrutture srl, collegata alla Conglomerati, alla quale è stata contestualmente negata l’iscrizione alla White List.

Perché il lavoro continua.

E la parte forse più nobile, altruistica, visionaria (in senso strategico) di questo lavoro,  è l’attenzione che Antonella de Miro dedica alla formazione culturale, agli studenti e al mondo della scuola. A Villa Pajno, residenza del Prefetto di Palermo, pochi giorni fa, il 25 gennaio, l’ultima di tantissime iniziative alla presenza di molti ragazzi, nel Giorno della Memoria, titolata “Un paio di scarpette rosse”. Sono quelle dei bimbi strappati alla vita con violenza inaudita nei campi di concentramento, rievocate affidando a danze, musica e poesia dei giovani il racconto dell’innocenza violata, ma anche del coraggio dell’attesa e della speranza.

“Fare memoria della Shoah” ha detto Antonella De Miro “deve essere un imperativo categorico. Far conoscere ai ragazzi le tragiche conseguenze, per l’umanità tutta, della banalità del male e del buio della ragione, serve ad alimentare consapevolezza, a far maturare i valori che debbono improntare la nostra vita sempre nel rispetto della persona e dell’altro”.

Benvenuta a Reggio Emilia, dottoressa De Miro. Senza nulla togliere ad altre città e ad altri encomiabili funzionari dello Stato, lei sente questa come una “sua città”; noi ricordiamo lei come il “nostro Prefetto”.

Ci unisce, tra le tante altre cose, la poesia che lei ha dedicato ai ragazzi il Giorno della Memoria in quel bellissimo manifesto:

“C’è un paio di scarpette rosse,
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald.

Erano di un bambino di tre anni,
forse di tre anni e mezzo.

Chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni,
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare,
si sa come piangono i bambini.

Anche i suoi piedini
li possiamo immaginare.

Scarpe numero ventiquattro
per l’eternità.

Perché i piedini dei bambini morti
non crescono”

 

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