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CASO GIOVANARDI, NIENTE TABULATI SENZA L’OK DEL SENATO

6 Marzo 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

corte-costituzionale

Era una sentenza molto attesa, quella della Corte Costituzionale resa nota il 6 marzo, perché nella richiesta di rinvio a giudizio che i sostituti procuratori Mescolini e Ronchi avevano inviato il 7 giugno 2018 al Gup di Bologna, la posizione processuale dell’ex senatore Carlo Giovanardi era processualmente sospesa proprio in attesa di questo pronunciamento.

Il quesito posto alla Corte arrivava dal Tribunale di Bologna, in riferimento ad una delle inchieste parallele al processo Aemilia riguardante gli affari sporchi del post terremoto. E che inchiesta, visto che indagati erano il senatore Carlo Giovanardi (all’epoca esponente del Nuovo Centro Destra), il capo di gabinetto della Prefettura di Modena Mario Ventura, il funzionario dell’Agenzia delle Dogane Giuseppe Marco De Stavola, e tre membri della famiglia Bianchini rinviati a giudizio in Aemilia: Augusto Bianchini, titolare della omonima srl di San Felice sul Panaro, la moglie Bruna Braga e il figlio Alessandro. Secondo la Procura della Repubblica di Bologna avevano cercato tutti assieme nel 2014, con mezzi illeciti, di ottenere la reiscrizione alla White List della Bianchini Costruzioni, colpita da interdittiva antimafia del Prefetto nel giugno 2013.

L’accusa principale dell’inchiesta (che riguarda complessivamente 12 persone) è di minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato e di rivelazione di segreti d’ufficio, con le aggravanti dell’abuso di potere, del metodo mafioso e della continuità nel reato.

La questione costituzionale che riguarda Giovanardi è l’utilizzabilità di alcuni tabulati telefonici (nel fascicolo d’indagine) senza l’autorizzazione della relativa Camera di appartenenza, in quanto l’ex ministro era parlamentare all’epoca dei fatti.

La sentenza di oggi, n.38 della Consulta, dice di no. “Non è incostituzionale la norma che impone al giudice di chiedere alla Camera di appartenenza l’autorizzazione a utilizzare in giudizio, come mezzi di prova, i tabulati telefonici di utenze intestate a terzi, venute in contatto con quella del parlamentare”.

In sostanza la tutela dell’art. 68 della Costituzione, che protegge le comunicazioni e le conversazioni dei parlamentari, va estesa anche ai tabulati telefonici contenenti l’elenco delle chiamate, dei numeri e dei soggetti interessati.

Solo un ok del Senato potrà dunque autorizzare l’utilizzo a fini processuali di quegli elenchi. In compenso la Procura Antimafia potrà utilizzare, e ha già utilizzato nell’aula di Aemilia, le conversazioni audio video tra Giovanardi e la famiglia Bianchini, grazie alle riprese effettuate di nascosto da uno di loro (Alessandro).

L’ex ministro del governo Berlusconi è considerato dal fascicolo della Procura Antimafia il perno politico su cui ruotava il tentativo degli imprenditori edili Bianchini di restare nel grasso mercato degli appalti pubblici post terremoto, nonostante le accertate relazioni con esponenti della famiglia di ‘ndrangheta Grande Aracri per false fatturazioni e prestazioni di mano d’opera.

Il muro da incrinare era rappresentato dal GIRER, il Gruppo Interforze costituito all’indomani delle violente scosse del 2012 in Pianura Padana. Aveva l’obbiettivo di contrastare la criminalità organizzata nei suoi prevedibili tentativi di assalto agli appalti della ricostruzione e ne facevano parte esperti della Direzione Antimafia, di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza.

Fu il GIRER a spingere il Prefetto di Modena Benedetto Basile a firmare l’interdittiva contro la Bianchini Costruzioni srl e ad esprime parere contrario, quando l’impresa finì in liquidazione, all’ammissione alla White List della neonata ditta individuale IOS del figlio di Augusto, Alessandro Bianchini, ritenendola in continuità con la precedente. Fu contro il GIRER, in particolare contro il suo pilastro ritenuto più ostico, i Carabinieri, che secondo le indagini della Direzione Antimafia si scagliò Giovanardi.

Dice la richiesta di rinvio a giudizio che il 17 ottobre del 2014 il senatore chiese ed ottenne un incontro in un locale pubblico con il colonnello Stefano Savo, Comandante Provinciale, e con il tenente colonnello Domenico Cristaldi, Comandante del Reparto Operativo, “nel corso del quale apertamente minacciava i due ufficiali e ne offendeva il decoro” chiedendo i motivi della loro posizione contro i Bianchini e “chiaramente pretendendo un cambio della predetta posizione”.

I due non furono gli unici né i primi a subire le sue ire: è lo stesso Giovanardi a raccontare ad Augusto e Alessandro Bianchini di avere parlato con il Prefetto e il Questore, definendo il colloquio “una rissa”. Giovanardi non sa di essere ripreso quando parla e richiama le proprie frasi più ad effetto: “Gli ho detto: à la guerre comme à la guerre. Io su questa roba faccio tutta una interrogazione con tutti i passaggi, eh? Con Bianchini… io se fossi in lui… verrei qua con la rivoltella e vi ammazzo tutti… vi rendete conto che state facendo delle robe… folli!… folli!!”

L’attività di Giovanardi a sostegno dei Bianchini è intensa e accalorata. Il senatore presenta due interpellanze parlamentari, la prima il 22 luglio 2014 e la seconda il 21 ottobre. Conosce in anticipo movimenti e provvedimenti delle Forze dell’Ordine grazie al lavoro del Capo di Gabinetto della Prefettura e del funzionario dell’Agenzia delle Dogane. Partecipa con i Bianchini a una conferenza stampa che attacca il ricorso alle interdittive e contatta più volte le più alte autorità delle Forze di Polizia, pur senza titoli o mandato. Degenerando secondo la Direzione Distrettuale Antimafia in “pressioni e minacce anche esplicite nei confronti dei singoli componenti del Gruppo Interforze”, in “pressioni e dirette minacce al Prefetto pro-tempore di Modena Michele Di Bari, aggredendolo verbalmente”, e nelle “minacce dirette e gravi ai due Ufficiali Superiori dell’Arma dei Carabinieri”.

Giovanardi nel suo ufficio il 18 ottobre parla di questi ultimi ai Bianchini che riprendono di nascosto. Dice di aver capito, parlando con il Questore, con il Prefetto e con il Comandante del Girer, che non sono loro a porre ostacoli: “Sono i Carabinieri, si capisce benissimo! E con loro ho avuto un’ora e mezzo di discussione kafkiana, perché… è come parlare con il muro”.

Più morbido del muro dell’Arma sembra invece essere il nuovo Prefetto di Modena dott. Michele Di Bari, che accetta di riconvocare il Gruppo Interforze ben otto volte tra l’agosto 2014 e il gennaio 2015, pur senza elementi di novità, per valutare la riammissione dei Bianchini alla White List. Ma il muro resiste alle bordate di Giovanardi e il 28 gennaio 2015 arrivano i 117 arresti disposti dalla DDA nell’ambito della operazione Aemilia che portano in galera, provvisoriamente, anche Augusto Bianchini, con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. La moglie e il figlio finiscono agli arresti domiciliari.

La battaglia di Carlo Giovanardi può concludersi lì. La sentenza di oggi della Corte Costituzionale è un punto a suo favore ma il fascicolo della Procura Antimafia non si esaurisce con i tabulati telefonici.

 

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