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LAUREA HONORIS CAUSA AL PREFETTO ANTONELLA DE MIRO

16 Dicembre 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

LAUREA HONORIS ANTONELLA

“Antonella De Miro può essere identificata con la pedagogia della Costituzione, che consideriamo modello educativo e formativo nella crisi dei valori della società di oggi. Il suo quotidiano essere rappresentante dello Stato, sempre attenta alle istanze sociali, dei giovani, delle fasce più deboli… ha saputo coniugare empatia, ascolto, etica e scelta formativa, che ne hanno fatto interprete dei valori costituzionali e degli aspetti formativi che la Carta contiene in sé. Lo ha dimostrato, in particolare, nella sua esperienza di prefetto a Benevento, Reggio Emilia, a Perugia ed a Palermo, fra emergenze ambientali ed emergenze sociali e della legalità, dove ha coniugato l’impegno del saper fare con la dimensione dell’identità educativa con la legalità al primo posto”.

Inizia così, con queste parole del prof. Antonio Bellingreri, la motivazione del conferimento all’ex prefetto di Reggio Emilia della Laurea Magistrale Honoris Causa in “Scienze della formazione continua”. La cerimonia solenne si è svolta venerdì 13 dicembre nella prestigiosa Sala delle Capriate allo Steri, sede del rettorato dell’Università di Palermo.

Del saper fare e dell’identità educativa di Antonella De Miro abbiamo più volte parlato in questa rubrica negli ultimi anni, dovendo intrecciare l’azione del Prefetto di Reggio Emilia (dal 2009 al 2014) con le cronache dell’inchiesta e del processo Aemilia.

Il suo operare in quegli anni, prendendo a prestito le parole dalla Laudatio del prof. Gioacchino Lavanco che ha preceduto la Lectio Magitralis di Antonella De Miro, è stato un “operare per la comunità, attraverso la produzione di solidarietà in luogo della soluzione individualista”. E, aggiunge sempre  il direttore del Dipartimento di Scienze Psicologiche e Pedagogiche dell’Università di Palermo: “Abbiamo bisogno di buone pratiche per la convivenza, uno spazio in cui non solo è possibile coesistere, ma anche coabitare, accettare l’altro nella sua esistenza, ma anche la quotidianità reale e non immaginaria dello scambio, della prossemica. A noi, il compito — seppur difficile — di aprire spazi di dialogo laddove gruppi, organizzazioni, istituzioni, hanno difficoltà a dialogare”. Ad Antonella De Miro il riconoscimento per avere svolto questo compito realizzando il più nobile e difficile degli obbiettivi: “Il lavoro di un prefetto nella formazione delle coscienze, dunque”.

La consegna della Laurea è avvenuta per mano del Rettore dell’Università Fabrizio Micari, in una sala gremita di autorità tra le quali ci piace citare una presenza reggiana: l’ex Presidente della Provincia Sonia Masini, che fu al fianco di Antonella de Miro con il proprio ruolo istituzionale negli anni difficili del contrasto alla ‘ndrangheta in Emilia. E un’altra donna delle nostre terre, la presidente dell’Istituto Cervi Albertina Soliani, le ha voluto inviare un messaggio dall’Aia, in Olanda, dove si trovava per ragioni professionali. Perchè “anche lì si fanno cose grandi e si lavora per i diritti umani universali”. Come stai facendo tu, sottinteso.

Pensiamo di fare cosa gradita, e giusta, nel riportare qui alcuni passaggi della Lectio Magistralis di Antonella De Miro. In particolare le riflessioni che ci parlano anche di noi, della nostra provincia, della battaglia contro il radicamento mafioso nei nostri territori che è ben lontana dall’essere conclusa o vinta. Per chi vorrà, alleghiamo anche i testi integrali della cerimonia, che contengono pure alcune delle tante foto scattate durante l’operato di Antonella De Miro, sia a Reggio Emilia ieri che a Palermo oggi.

Una di queste foto fissa, in Sala De Tricolore, la consegna della cittadinanza onoraria di Reggio Emilia al prefetto Antonella De Miro da parte del sindaco. Ricordiamocelo, mentre diciamo a questa nostra preziosa concittadina: “Grazie Antonella, noi tutti ti abbracciamo”.

 

ANTONELLA DE MIRO – LECTIO MAGISTRALIS

“La Istituzione prefettizia nell’espressione di forme educative verso l’affermazione della legalità e la costruzione di una cittadinanza attiva”

<È un onore, un onore immenso ricevere presso questa prestigiosa Università degli Studi di Palermo, la laurea magistrale honoris causa in Scienze della Formazione continua. L’articolo 54 della Costituzione così recita: “I cittadini cui sono affidate le funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi previsti dalla legge”. Ecco, il giuramento che mi ha consacrato allo Stato, che ha inciso profondamente nel mio animo il dovere istituzionale del “ben fare” quanto è nella mia competenza, ma direi di più, che ha inciso nell’animo l’obbligo morale, non solo di essere custode dei valori impressi nella carta costituzionale, ma anche di esprimerli e rappresentarli nello svolgimento delle mie competenze divenute, nel tempo, sempre più complesse in relazione a sempre nuove funzioni affidatemi. Affidare, un verbo di pregnante significato, che mi ha sin da subito riempito di orgoglio e suscitato un enorme senso di responsabilità. Lo Stato si fidava di me, una ragazza di appena venticinque anni, senza esperienza se non quella di uno studio rigoroso, non potevo tradirne la fiducia; lo Stato mi consegnava l’esercizio di delicate funzioni pubbliche, la sicurezza del territorio e la tutela dei diritti di cittadinanza, quindi onore, disciplina, onestà e rispetto delle regole dovevano rappresentare valori immanenti nelle mie azioni di pubblico dipendente…

E allora vorrei un po’ raccontarmi nelle funzioni di Prefetto della Repubblica,  attraverso alcune delle mie azioni concrete, diverse ma non lontane tra loro, perché esprimono tutte il fare educazione attraverso il lavoro.

Educare, ad esempio, alla conoscenza delle problematiche di un territorio per sostenerlo.

A Reggio Emilia ho vissuto, in questo senso, un’esperienza formidabile e coinvolgente. Da prefetto ho subito riconosciuto elementi di pericolo per la sicurezza e per l’economia di una terra splendida che grazie al lavoro ed all’ingegno era stata capace di trasformare il distretto da agricolo in industriale. La provincia mi appariva sofferente di un male invisibile, sotterraneo, che la minava, la ’ndrangheta. A darmi il benvenuto in città, l’1 settembre 2009, scritte ed inquietanti citazioni apposte su due lenzuoli bianchi appesi ad un cavalcavia, mentre qualche giorno dopo un dirigente statale di origine calabrese si premurava di richiamare alla mia attenzione l’importante osservanza del motto latino “mota quaetare e quaeta non movere”. Intanto, registravo un susseguirsi di incendi dolosi ad autovetture e ad abitazioni in costruzione; la Guardia di Finanza segnalava uno spropositato ricorso alle frodi carosello ed alle false fatturazioni, quale diffuso sistema di regolamentazione dei rapporti economici tra imprenditori calabresi… Infine, il 9 maggio del 2010, a Reggio Emilia, alle ore 22 circa di un venerdì sera, l’esplosione di un ordigno, collocato sotto una macchina in uso ad un piccolo imprenditore vittima di usura, poneva l’urgenza di assumere misure di prevenzione e di controllo del territorio. Ma da Prefetto dovevo anche essere al fianco degli amministratori locali per costruire insieme con loro un percorso di attenzione e di salvaguardia. Avevo l’obbligo di spiegare a chi non conosceva come me il fenomeno mafioso, quale bubbone si andava annidando nel territorio e come stesse minando la società e l’economia legale.

La mia stanza diventa così il luogo del racconto senza mistificazioni e di valutazioni

complesse e nel settembre 2010 consegno il mio primo documento di analisi della situazione criminale e di un fenomeno iniziato qualche decennio prima alla Commissione Parlamentare Antimafia. Un documento al quale non ho apposto classifica di riservatezza e che per questo è stato diffusamente letto e commentato.

Educare alla conoscenza, quindi, alla comprensione dei fenomeni mafiosi. Educare alla necessità di far rete tra istituzioni, la forza del far squadra vera arma vincente contro la mafia.

Ho dialogato, infatti, con tutti gli attori del territorio perché la strada della prevenzione ha bisogno di azioni condivise a tutela dell’economia sana e degli imprenditori onesti. Così, al Tavolo del coordinamento, in Prefettura, è stata via via costruita insieme con le istituzioni e le rappresentanze di categoria una bella pagina di impegno comune, di collaborazione e di alleanza tra Stato e Territorio contro il pericoloso insinuarsi della mafia, rafforzando il sistema di controllo degli appalti, dei commerci e delle attività di autotrasporto. Numerose le interdittive antimafia adottate dal Prefetto, numerosi i provvedimenti di cancellazione di ditte dal registro camerale e dall’albo provinciale dell’autotrasporto.

Educazione, quindi, alla sinergia interistituzionale, alla circolarità delle notizie ed alla collaborazione tra uffici diversi.

Il mio impegno e la notorietà delle mie valutazioni hanno scatenato la reazione della ’ndrangheta, come sarà successivamente accertato giudizialmente nel processo Aemilia che ha attestato la presenza in Emilia di un’associazione per delinquere di stampo ‘ndranghetista, come anche la commissione di delitti di sfondo economico-finanziario, moderna cifra dell’attività associativa criminale di ogni mafia. I capi della ’ndrangheta reggiana riuniti il 2 marzo 2012 nell’ufficio del boss Nicolino Sarcone auguravano al prefetto De Miro un minaccioso “quieto vivere”; ad aprile una busta con proiettile giungeva in prefettura lo stesso giorno del mio programmato intervento alla Scuola del Ministero dell’Interno per parlare di mafia al nord; molteplici gli attacchi mediatici con l’accusa di assumere decisioni discriminatorie nei confronti dei calabresi; e, ancora a giugno, l’organizzazione di una cena tra pezzi di ’ndrangheta, imprenditori, politici e professionisti per discutere insieme dei danni provocati dalle interdittive; la dichiarazione resa con ampio clamore ai media dall’avvocato che preannunciava nei miei confronti una denuncia per abuso di ufficio e falso per conto dell’imprenditore Iaquinta, destinatario di interdittiva antimafia, poi condannato nel processo Aemilia a 19 anni di carcere per mafia.

Scrive l’Avvocato dello Stato nella costituzione di parte civile:

“Vi è una coerenza eversiva tra la denuncia del Prefetto per avere osato dedurre dagli accertamenti delle Forze dell’ordine il pericolo di infiltrazioni mafiose e tutto il modo di operare della associazione mafiosa che tende, con mezzi diversi ma con unica finalità, ad indebolire chi si discosta dalla supina accettazione della sua esistenza. Siamo nell’eversione dell’ordine democratico quando si pretende di sentirsi offesi dalle verifiche amministrative perché ci si ritiene superiori all’azione dello Stato”.

Quindi educazione all’impegno convinto, a non arretrare nonostante le intimidazioni. Ed anche educazione ad avere fiducia negli organi dello Stato.

Proprio per la mia capacità di spiegare con lealtà e franchezza la delicatezza della situazione ad elevato rischio criminalità, ho trovato un importante sostegno nella solidarietà espressa dai rappresentanti istituzionali, dal mondo imprenditoriale, dal sindacato, dalla stessa società civile. Ma a Reggio Emilia non sono stata solo il prefetto antimafia, come si potrebbe riduttivamente ritenere.

Educare alla prevenzione e alla tempestività dei soccorsi è stata anche la cifra della mia azione.

Sono stata il prefetto della protezione civile in occasione del terremoto del maggio 2012. Mi ricordo la violenza delle scosse e la prefettura punto di riferimento delle scelte di prevenzione, espressione di uno Stato come non era conosciuto in quel contesto, con elmetto tra le macerie a sostenere i sindaci e gratificare i volontari, pronto a chiamare e disporre dell’Esercito per concorrere a controllare e proteggere i territori feriti.

Ed ancora il verbo educare declinato a coltivare la cultura e la valorizzazione del patrimonio artistico del territorio.

Nel 2011 veniva edito su iniziativa della prefettura, in collaborazione con la Deputazione di Storia Patria, il libro “I giovani e la memoria del Risorgimento reggiano”, di cui ho scritto la prefazione e coordinato la raccolta dei lavori di studio e ricerca di giovani studenti. Così nel 2012, in collaborazione con la Soprintendenza di Modena, ho promosso la mostra di mosaici che ho chiamato “Trame di pietra”. La mostra portava alla luce dai depositi bui di uno scantinato del Museo cittadino, diversi pannelli musivi, per collocarli nell’atrio del chiosco medievale della prefettura; mosaici preziosissimi della città romana, la Regium Lepidi, sconosciuta ai giovani e raccontata in un video appositamente fatto realizzare pensando ai più piccoli. Quei pannelli musivi oggi sono esposti nel bel chiostro di San Pietro nel centro cittadino.

Un modo di essere questo di interpretare la funzione, compreso ed apprezzato in una città, Reggio Emilia, che mi ha voluto onorare del conferimento della cittadinanza onoraria…

Lo Zen è un quartiere emblematico della città di Palermo, dove ancora mancano molti servizi ed esistono forti fasce di emarginazione sociale. Un quartiere che evoca sì lo spaccio di droga e forme diverse di illegalità, ma anche dove la scuola e le associazioni cittadine svolgono da anni un’importante azione di promozione di una coscienza civica, dove si assiste ad una fase di crescita grazie all’impegno delle istituzioni cittadine. È il ricordo tra i più belli della mia esperienza professionale, tutta racchiusa in una foto ricordo che ci ritrae insieme, attorno al Tavolo di Prefettura, i ragazzini fiduciosi e sorridenti, consapevoli di avere vissuto un’esperienza importante, unica, insieme alle più importanti istituzioni cittadine per comprendere i bisogni del quartiere e costruire un cammino insieme. Una lezione per loro e per le se stesse istituzioni di democrazia partecipata, e ciò per un percorso di possibile cambiamento e di speranza.

I giovani devono essere nel cuore e nella mente delle Istituzioni; proprio ai giovani si rivolge spesso nei suoi incontri il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è fra tutti un grande educatore. Il 24 ottobre scorso ai giovani bergamaschi, citando Kahil Gibran, ha ricordato: “Nel cuore di ogni inverno c’è una primavera palpitante e dentro la cortina della notte si nasconde il sorriso dell’alba”.

Questo credo sia il valore più alto dell’Educazione: offrire ai giovani la speranza da coltivare nei loro sogni e nelle loro azioni, la speranza di un possibile futuro migliore che essi stessi debbono impegnarsi a costruire.>

Antonella De Miro

LAUREA HONORIS CAUSA DE MIRO

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