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LE PAROLE DI ANGELO SALVATORE CORTESE

12 Giugno 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

cortese

Venerdì 31 maggio è terminato il mese ed è terminata in Corte d’Assise a Reggio Emilia anche la deposizione di Angelo Salvatore Cortese, il collaboratore di giustizia che lasciò la ‘ndrangheta nel 2008 e da allora è una spina nel fianco per uomini e attività della cosca Grande Aracri/Sarcone, sia al Sud che in Emilia Romagna. Nei giorni scorsi è arrivata poi la sentenza della Corte di Cassazione che condanna definitivamente, per l’omicidio di Antonio Dragone avvenuto in Calabria nel 2004, due degli imputati di Reggio Emilia (ergastolo come mandante per Nicolino Grande Aracri e 30 anni come esecutore per Angelo Greco, il capo società di San Mauro Marchesato). Sempre la Cassazione, con Kyterion, rende definitive le pene per il fratello di Nicolino, Ernesto Grande Aracri (ergastolo), e per tre dei capicosca che operavano in Emilia Romagna (Alfonso Diletto, Francesco Lamanna e Romolo Villirillo) aggiungendo altri 6 anni e 4 mesi a testa alle pesanti condanne passate in giudicato con Aemilia.

In attesa di tornare in aula, il processo per gli omicidi commessi a Reggio Emilia nel 1992, quando ancora i Grande Aracri e i Dragone andavano d’amore e d’accordo (soprattutto sull’idea di eliminare i Vasapollo e i Ruggiero), fa dunque i conti con le deposizioni di Cortese. Che ha prima risposto alle domande del pubblico ministero Beatrice Ronchi e poi combattuto con gli agguerriti avvocati difensori che hanno portato alla luce anche la minima discrepanza e contraddizione tra quanto sostenuto oggi in aula e quanto detto in passato durante altri interrogatori e in altri processi.

Vale la pena ascoltarlo direttamente Angelo Salvatore Cortese, su alcuni dei temi forti trattati durante i due giorni del suo interrogatorio. A partire dalle ragioni che lo hanno spinto ad abbandonare la Famiglia di ‘ndrangheta, oltre dieci anni fa, per dedicarsi ad un’altra famiglia, certamente più naturale e legittima.

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La sincerità del pentimento di Cortese (per lui si può parlare di pentimento) è accreditata dal fatto che dopo essere stato assolto e risarcito per ingiusta detenzione, in riferimento al primo processo per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero, al momento della propria conversione si autoaccusò di avere partecipato al commando. E grazie a quella scelta è oggi in grado di offrire dettagli e riscontri importanti su quanto avvenne a Reggio Emilia in quel terribile 1992. Me c’è un episodio precedente al 2008, quando ancora Cortese era uomo di ‘ndrangheta, che mette in luce una natura… non totalmente criminale. Per un mafioso è infatti normale cercare di truffare lo Stato; meno normale è denunciare chi quella truffa la commette. Cortese lo ha fatto.

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L’avvocato Salvatore Staiano è il difensore, in Corte d’Assise a Reggio, di Angelo Greco. È stato il più coriaceo nel sottolineare le contraddizioni tra quanto sostenuto oggi e quanto raccontato in passato da Angelo Salvatore Cortese. Si tratta di dettagli, riguardanti ad esempio il colore dell’auto mascherata da gazzella dei carabinieri o l’abbigliamento dell’altro collaboratore di giustizia che partecipò alla spedizione, Antonio Valerio. Ma a quei dettagli le difese presumibilmente si attaccheranno con gli artigli nelle loro arringhe difensive. Possiamo apprezzare da un rapido scambio di battute il “tono” dell’interrogatorio.

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C’è un elemento importante, della deposizione di Cortese, coerente con quanto raccontato in precedenza da Antonio Valerio e con la ricostruzione storica effettuata dai PM. Riguarda il senso delle modalità scelte per l’omicidio Ruggiero a Brescello. Si travestirono da carabinieri, e si mossero su una finta auto dei carabinieri con targa rubata a Cutro, non per necessità ma per scelta. Per dire a tutto il mondo di riferimento: guardate cosa siamo capaci di fare.

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Si torna in aula venerdì 14 giugno. Il processo continua.

 

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