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SARA’ BENE METTERE MANO AI BENI

4 Dicembre 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

beni-confiscati

L’Agenzia nazionale per i beni confiscati alla criminalità organizzata (ANBSC) ha in gestione oggi circa 17800 immobili e 2600 aziende. Di questo enorme patrimonio, nonostante le ristrettezze di mezzi e personale, l’agenzia ha già assegnato circa il 90% degli immobili e circa la metà delle imprese. “Assegnato” può significare tante cose, stabilite dall’art. 48 del Codice Antimafia del 2011 e dalle successive modifiche. Il bene può restare allo Stato per esigenze di pubblica utilità (protezione civile, università, amministrazioni, istituzioni culturali); può essere trasferito al Comune (o Provincia o Regione) nel quale ha sede; può essere consegnato direttamente ad organizzazioni senza scopo di lucro (volontariato, recupero tossicodipendenti, protezione ambientale, cooperative sociali). Può infine essere alienato,  quando privo di valore e inutilizzabile, o venduto, per soddisfare i legittimi creditori e quando le altre strade siano precluse.

Nella suddivisione regionale dei beni in gestione la parte del leone la fa la Sicilia, con oltre 6500 tra abitazioni, negozi e terreni e 800 aziende frutto di sequestri e successive confische. Seguono Campania, Calabria, Lazio e Puglia, poi le tre regioni del nord a più altra penetrazione mafiosa: Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte.

Il patrimonio dell’Emilia Romagna è frutto di 82 procedure tutte aperte (a parte una) tra il 2000 e il 2018: una trentina sono procedimenti penali avviati dalle varie Procure, gli altri casi si riferiscono a misure di prevenzione adottate dai Tribunali. In 58 di questi fascicoli la confisca è già diventata definitiva.

Gli immobili attualmente in gestione all’agenzia nella nostra regione sono 630 tra terreni, ville indipendenti, appartamenti, alberghi e negozi, magazzini e fabbricati industriali. Le aziende sono 98, con attività prevalente nei settori delle costruzioni e dell’immobiliare, seguiti da ristorazione, trasporti, commercio, servizi alle imprese e attività finanziarie.

Una parte di questi beni è già stata assegnata, sua base dei criteri previsti dalla legge: si tratta di 144 immobili e 19 aziende. Per queste ultime il termine “assegnato” è improprio, perché sono state tutte liquidate, non essendo proponibili sul mercato, a parte un albergo del riminese che è stato venduto a terzi dalla agenzia. Il patrimonio riutilizzabile dalla comunità è dunque rappresentato in particolare dagli immobili e su questo fronte a trarne vantaggio, attraverso il riutilizzo, sono stati diversi soggetti collettivi. Al primo posto, e nella stragrande maggioranza dei casi, i vari Comuni sui cui territori sono insediati gli immobili; poi a seguire Ministeri, Agenzie Fiscali, Corpo dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato.

Di questi 144 immobili già assegnati a “nuova vita”, che da frutto di attività illecite si trasformano in presidio di legalità, non ce n’è uno in provincia di Reggio Emilia. 27 appartamenti e garage sono stati consegnati (principalmente negli anni Novanta) a Forlì Cesena; 26, comprese due ville, più recentemente a Bologna; 25 ristoranti o alberghi a Rimini; poi altri appartamenti e terreni a Parma (22) e a Ferrara (12). Infine 16 immobili a Ravenna, 12 a Ferrara e 9 a Modena. Zero a Reggio Emilia.

Eppure Reggio Emilia (escludendo Parma dove tra i beni confiscati risultano gli oltre 100 appartamenti dell’enorme speculazione edilizia della cosca Grande Aracri/Sarcone nel comune di Sorbolo) ha la fetta più consistente degli immobili sequestrati e confiscati in regione. Sono 139, dislocati in diversi comuni della provincia, frutto in particolare dell’attività di contrasto alle mafie collegata al processo Aemilia. A Brescello si tratta dei beni appartenuti alla famiglia Grande Aracri e a quella di Alfonso Diletto. A Montecchio stanno gli appartamenti e i terreni che rappresentavano il regno della famiglia Vertinelli. Sempre a Montecchio, ma anche a Gualtieri e Reggiolo, le case di Giuseppe e Giulio Giglio, di Giuseppe Pallone e di Agostino Donato Clausi. A Cadelbosco le proprietà di Francesco e Antonio Silipo. Poi tanti altri locali in comune di Reggio Emilia, a Casalgrande, Castellarano, Gattatico, Vezzano sul Crostolo. E negli stessi comuni, con l’aggiunta di Bibbiano, ci sono le imprese confiscate, con i nuovi sequestri effettuati dopo il processo Aemilia che svelano non solo società fittizie ma anche attività a reddito e con dipendenti, effettuate attraverso insospettabili prestanome.

Dei 139 immobili in provincia di Reggio Emilia sono 34 (33 a Brescello e uno a Cadelbosco Sopra) quelli che hanno terminato il lungo iter giudiziario e sono in stato di “confisca definitiva”. Beni immediatamente assegnabili ed utilizzabili: appartamenti, garage, case indipendenti, magazzini, depositi, terreni e fabbricati industriali che possono e debbono tornare alla comunità di riferimento.

Ciò che serve è assunzione di responsabilità e capacità progettuale. Bisogna individuare le esigenze del territorio, tradurle in strategie economicamente sostenibili e socialmente compatibili, incrociarle con la banca dati dei beni disponibili per attivare i percorsi di riutilizzo. La competenza della Prefettura in materia è fondamentale; il protocollo firmato nel marzo scorso davanti al Presidente del Tribunale di Reggio Emilia dott.ssa Cristina Beretti  assicura agli enti e alle associazioni della provincia procedure rapide nel rispetto delle norme e possibilità di lavoro immediato con gli amministratori giudiziari a cui sono affidati i beni. Ma ci vogliono idee.

Che partano dal locale e dai singoli Comuni su cui insistono i beni ma sappiano anche immaginare progetti di riutilizzo su scala più ampia, di distretto o a dimensione provinciale. I servizi di protezione civile della Bassa Reggiana, per fare un esempio, possono trovare collocazione in un fabbricato industriale confiscato ai Grande Aracri a Brescello; ma è la capacità e la condivisione progettuale che decide se questi servizi debbano interessare la sola comunità di Brescello o l’insieme dei comuni reggiani sulla riva destra del Po.

Luogo ideale per il confronto su questi temi, e per mettere a fuoco le indispensabili strategie di lavoro, è la Consulta Provinciale per la Legalità, istituita il 29 giugno 2018 e attualmente presieduta dal sindaco di Reggio Emilia. Ci sono rappresentati tutti i Comuni della Provincia attraverso i sindaci capi distretto, la Provincia stessa, la Camera di Commercio, le associazioni imprenditoriali, cooperative ed agricole, le organizzazioni sindacali, il volontariato con il forum del terzo settore e le organizzazioni antimafia che operano a Reggio Emilia.

Può iniziare da lì un percorso per migliorare lo “zero” che ancora contraddistingue la nostra provincia nel riutilizzo dei beni confiscati. Per riportare a casa nostra ciò che la ‘ndrangheta ci ha tolto.

 

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