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UN ANNO PRIMA DEL 1992

6 Febbraio 2019

di Paolo Bonacini, giornalista

AUTO FINTA CC

Lunedì 11 febbraio si ricomincia.

In Tribunale a Reggio Emilia si torna a parlare di mafia e di cosche calabresi, andando indietro nel tempo, alle modalità con cui, e ai moventi per cui, furono ammazzate due persone nel 1992 a Pieve Modolena e a Brescello.

Entreremo nei dettagli di una faida di ‘ndrangheta che insanguinò le cronache della provincia reggiana in quegli anni senza esclusione di colpi, con altri cadaveri sparsi qua e là tra i dirupi delle colline e le profonde acque del fiume Po, una strage evitata per una frazione di secondo sulla scena del delitto di un anno dopo, la scesa in campo dei grandi capi decisi a contendersi la piazza reggiana a colpi di pistole semiautomatiche 9×21, 7,65 e calibro 38 special.

Alla sbarra, per rispondere degli omicidi di Nicola Vasapollo, ucciso alle 12,15 del 21 settembre 1992 in via Pistelli a Reggio, e di Giuseppe Ruggiero, colpito alle 3,30 di notte il 22 ottobre successivo a Brescello, saranno in quattro. Il capo della omonima cosca Nicolino Grande Aracri detto Mano di gomma, originario di Cutro e attualmente in carcere a Milano, Angelo Greco detto Linuzzo, nato a San Mauro Marchesato e recluso a Torino, Antonio Lerose detto Il bel René, nato a Cutro e residente a Bologna, Antonio Ciampà detto Coniglio, nato e ancora domiciliato a Cutro. Altri due imputati hanno scelto il rito abbreviato e sono già stati condannati rispettivamente a 8 e a 30 anni di carcere: si tratta del collaboratore di Giustizia Antonio Valerio, che ha svelato durante il processo Aemilia molti dettagli degli omicidi, e Nicolino Sarcone, considerato il capo della autonoma cosca emiliana collegata ai Grande Aracri e per questo condannato definitivamente dalla Corte di Cassazione il 24 ottobre scorso a 15 anni di galera. Per gli stessi delitti Raffaele Dragone e Domenico Lucente sono già stati condannati all’ergastolo nel 1997, mentre uno degli assassini che sparò materialmente a Vasapollo, Antonio Macrì detto Topino, è stato in seguito ucciso in un garage di Cutro e poi seppellito sotto 17 metri di terra perché il corpo non venisse mai ritrovato.

Lo scontro per il controllo del territorio reggiano che fa da sfondo a quegli omicidi vedeva da un lato la momentanea alleanza tra le famiglie Dragone, Ciampà, Arena e Grande Aracri, dall’altro gli esponenti del gruppo Vasapollo, Ruggiero e Bellini. Una lotta contrassegnata da una lunga scia di cadaveri di qua e di là dalle sponde del Po, e persino dentro le acque torbide del fiume, se è vero quanto racconta Antonio Valerio ai pubblici ministeri Mescolini e Ronchi durante gli interrogatori dell’estate 2017:

“Vasapollo mi informa che Bellini aveva soppresso Iori Graziano e lo aveva buttato nel Po. Mi ha detto: leggiti i giornali. Poi dopo venti giorni circa di quel passaggio lì, leggo davvero sulla cronaca di Reggio che trovano il corpo di Graziano Iori. E successivamente quello di Luigi Vezzani, che lo chiamavano Psyco… gli fu data una bastonata, a bastonate credo che lo avrebbe ucciso”.

Il corpo di Vezzani fu ritrovato nell’ottobre 1992 in una scarpata sulle colline di Borzano ad Albinea; quello di Iori emerse dal fiume nell’aprile dello stesso anno. In entrambi i casi c’erano dietro storie di droga, cocaina tagliata male o non pagata. A volere la morte di Iori era stato il fornitore della materia prima divenuto amico di Bellini in carcere: si tratta di quell’Antonio Gioè legato a Cosa Nostra che metterà in collegamento la Primula Nera reggiana con Giovanni Brusca e Totò Riina in Sicilia.

In Lombardia intanto la storia non cambia sulla sponda mantovana del grande fiume, dove è sempre Bellini a uccidere a Viadana il cutrese Domenico Scida e il napoletano Maurizio Puca, ritenuti vicini ai Dragone, per vendicare la morte di Vasapollo e Ruggiero.

In attesa che tutti questi legami vengano sviscerati al processo e per entrare nel clima di quella stagione di fuoco vale la pena ricordare cosa avvenne un anno prima dell’eclatante omicidio di Brescello, dove gli uomini che spararono erano travestiti da carabinieri e arrivarono a notte fonda su di una finta gazzella dell’Arma.

La morte di Giuseppe Ruggiero era già stata pianificata da tempo e per Valerio c’era pure un movente personale: doveva vendicare l’uccisione del padre a Cutro per mano del cugino di Giuseppe, Rosario Ruggiero detto Tre dita. Nell’estate del 1991, latitante e sotto il falso nome di Ruberto Vincenzo, Antonio Valerio si trova sulla costa romagnola a Lido di Savio dove lo raggiungono Paolo Lentini detto Pistola, Lino Greco e Nicolino Grande Aracri. Ma non si incontrano per fare un bagno assieme in Adriatico: “Vennero già con le armi, con l’intento di uccidere Giuseppe Ruggiero abitante in Brescello”, dice Valerio. Arrivarono con una Lancia Thema e partirono in direzione Reggio Emilia a bordo di una Mercedes bianca targata Ravenna. Partirono con in tasca le armi corte, semiautomatiche e a tamburo, necessarie per l’omicidio, e con alcune calze velate “taglia quinta” che sarebbero dovute servire per nascondere il volto. Le aveva comprate la ragazza di Valerio, destinata poi a diventare sua moglie: “Lei mi disse: ma come, io sono magrolina sono, come faccio a entrare in negozio e chiedere… e io con un sorriso tra il faceto e il birichino gli feci intendere che mi servivano e lei avrà inteso che c’era da fare qualche rapina…”

E’ teso Valerio quando partono in auto, non è tranquillo come Paolo Pistola che trova persino il tempo di andare a fare shopping prima del viaggio, perché lui “non aveva quella tensione, quella adrenalina o quella carica di testosterone… per abitudine probabilmente”.

Al volante della Mercedes è Nicolino Grande Aracri che corre in autostrada come un fulmine e guida spericolato, fregandosene di Valerio che invece è preoccupato perché a quella velocità si attira l’attenzione della polizia. Quando arrivano a Brescello si portano tutti a casa di Rosario, fratello di Nicolino, e gli raccontano il motivo del viaggio. Rosario è di famiglia, nel senso più proprio del termine: “Ci diede ampia disponibilità, tant’è che uscì fuori a visionare quello che c’era da fare e il luogo dove si doveva compiere questo omicidio”.

E così il commando si mette in moto verso la casa di Giuseppe Ruggiero: Paolo Pistola e Linuzzo a piedi davanti, Nicolino Grande Aracri alla guida dell’auto e Valerio dietro in copertura. Passano davanti all’abitazione colorata di rosso di un altro membro dell’ampio casato brescellese dei Grande Aracri, una sorella di Nicolino, che non sa nulla di quanto sta per accadere, poi arrivano finalmente vicino alla casa di Ruggiero e dal cancello esce Salvatore detto Turuzzo, fratello di Giuseppe, che invece resta nel cortile a giocare con i ragazzi, i suoi tre figli. Il racconto di Valerio ai PM fissa nella storia alcuni dettagli da film di quegli istanti: “E venuto in avanti il fratello e nel mentre arrivo pure io. Le calze rimasero dov’erano, in macchina. Però eravamo armati. Turuzzo praticamente era uscito fuori, avrà nasato… e loro (Pistola e Linuzzo) hanno fatto il passo di tornare indietro. Ci siamo guardati. Gli ho fatto segno con la testa: sì, mi ha visto. Va bene anche lui. Mentre l’altro obbiettivo nostro era all’interno che giocava con i ragazzi… Entriamo dentro! L’uno o l’altro, o tutti e due, quale migliore occasione? … Niente! Non hanno deciso di partire. Non si è fatta l’azione, si è abortito tutto quanto”.

Paolo Pistola ha perso in quell’attimo la sua proverbiale sicurezza, pare di capire dal racconto di Valerio. Forse alla vista dei ragazzi, forse pensando alle conseguenze di una sparatoria sulla strada dagli esiti imprevedibili. Comunque sia, dice Valerio, “Quando uno parte deve sentire la certezza. Devi avere la certezza di fare le cose, in modo che te le scrivi e te le descrivi nella testa”.

Per il commando arrivato dalla Romagna quella descrizione non era ancora sufficientemente chiara nel 1991. Nicola Arena è disponibile a pagare dai 30 ai 50 milioni di lire per quell’omicidio, “c’è una grossa disponibilità a spendere e spandere”, ma il primo tentativo si chiude col rientro a Lido di Savio senza colpo ferire e con Valerio che accompagna Nicolino e gli altri in stazione per rientrare in Calabria. Accompagna anche la propria fidanzata a prendere un altro treno, con destinazione Reggio Emilia, dove lei vive in un appartamento assieme a Beata, una ragazza polacca compagna di Nicola Vasapollo. Perché i due uomini sono ancora amici benchè Antonio Valerio sappia che sta tenendo pericolosamente i piedi in due staffe, o meglio in due Famiglie, e che la vita di Nicola è appesa a una decisione ormai matura.

Si torna in scena un anno dopo, quando la rappresentazione non si interrompe e giunge fino all’ultimo atto: la morte di Vasapollo e Ruggiero. Il primo raggiunto dai proiettili alla testa, al cuore e al torace; il secondo che morirà per shock emorragico causato da cinque colpi all’addome e al torace.

La parola può passare alla Corte d’Assise del Tribunale di Reggio Emilia: lunedì 11 febbraio, inizio previsto alle ore 9,00.

©© CGIL Camera del Lavoro Territoriale di Reggio Emilia

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