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AH CHE BELL’ ‘O CAFÉ…

31 Gennaio 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

Angelo Salvatore Cortese, oggi collaboratore di giustizia e prima uomo di ‘ndrangheta battezzato a Cutro nel 1985 (col grado di picciotto), ha una memoria di ferro e ricorda molto bene in particolare i periodi trascorsi in carcere. Illuminante, per la ricostruzione del duello all’ultimo sangue tra la cosca Dragone e quella Grande Aracri, è stata la sua deposizione al processo Aemilia sull’incontro tra i due boss, Antonio detto Totò e Nicolino detto Mano di Gomma, avvenuto nel carcere Ugo Caridi di Siano in provincia di Catanzaro. Il 14 febbraio 2017 Cortese racconta nell’aula bunker di Reggio Emilia che i due si incontrarono tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004 nelle aree per la passeggiata all’aria aperta. Erano divisi solo da una rete e si scambiarono alcune battute: “Non mi dai la mano?” chiese Antonio Dragone a Nicolino Grande Aracri. E questi gli rispose: “Ma come, mi vuoi uccidere e mi chiedi pure di darti la mano?”

In realtà fu poi Nicolino a far uccidere Totò nel maggio 2004 (come ha stabilito la Cassazione condannando Grande Aracri all’ergastolo) a colpi di kalashnikov lungo la strada che da Cutro porta a Steccato. Ma ciò che più conta oggi è la memoria di Cortese. Assai limpida anche due anni dopo, il 24 maggio 2019, quando racconta in Corte d’Assise a Reggio Emilia, durante il processo per gli omicidi nel 1992, di altri incontri in un altro carcere. E’ quello di Bologna vicino a via Dozza dove tra pochi giorni inizierà il processo d’’appello di Aemilia.

Qui Cortese era recluso a metà degli anni Novanta e assieme a lui c’erano Antonio Macrì detto Topino, Domenico Lucente e Antonio le Rose detto il bel René. Tutti accusati di avere partecipato a vario titolo agli omicidi di Vasapollo e Ruggiero avvenuti a Reggio Emilia nel 1992. Due sono morti: Macrì ucciso in un garage a Cutro e poi fatto scomparire sotto 17 metri di terra, Lucente suicida in carcere. Antonio le Rose è invece vivo ma imputato al processo in corso a Reggio Emilia che ha preso spunto proprio dalla dichiarazioni di Cortese e dell’altro collaboratore di giustizia Antonio Valerio.

Il racconto su quei giorni in carcere è dunque considerato importante dalla pubblica accusa che ha chiesto al comandante della Polizia Giudiziaria della casa circondariale Rocco D’Amato (Dozza) di Bologna una serie di verifiche sul’attendibilità di Cortese. Dalla presenza effettiva dei personaggi in carcere alle possibilità che avevano di incontrarsi e parlarsi.

Il comandante Roberto Di Caterino è venuto a raccontare in aula venerdì 31 gennaio i risultati della sua ricerca, che non è stata molto semplice per tre buoni motivi. Primo, stiamo parlando di ospiti del carcere risalenti al oltre 25 anni fa; secondo, in questo lungo periodo la Dozza ha subito travagliate vicende, compresi due allagamenti devastanti; terzo, i febbrili lavori di allestimento dell’aula bunker che ospiterà tra pochi giorni l’appello di Aemilia hanno scombussolato un po’ tutto, con gli archivi cartacei accatastati e di difficile consultazione.

Nonostante ciò il comandante Di Caterino è riuscito a trovare alcune importanti conferme dell’attendibilità di Cortese, riassunte in una sua relazione acquista dal Tribunale. Dice prima di tutto che Cortese era effettivamente rinchiuso alla Dozza tra l’aprile e l’agosto del 1993, in una cella al secondo piano della sezione B. Al piano sopra di lui, nello stesso periodo, era rinchiuso Domenico Lucente, e al primo piano stava Antonio Macrì. Sempre Marcì e Cortese si trovano in celle vicine (una sull’altra) anche quando entrambi vengono spostati in agosto alla sezione C.

Potevano parlarsi tra di loro (come sostiene Cortese), visto che si trovavano su piani diversi? Si, risponde il comandante Di Caterino, che spiega i vari modi, leciti e illeciti, attraverso i quali i detenuti ci riuscivano. Il più curioso è il “sistema degli ascensori”, diffuso in tutte le carceri d’Italia, dice, almeno fino a quando non è stata limitata l’agibilità delle finestre delle celle attraverso la murature di griglie di ferro (come avvenuto anche a Bologna). Negli anni Novanta chi era al piano di sopra poteva calare buste, oggetti e anche caffè dalla finestra fino alla sottostante finestra utilizzando corde fatte con sottili strisce di lenzuola legate tra loro. La più classica immagine da film del detenuto che fugge calandosi con le lenzuola annodate dalla finestra non è insomma poi tanto lontana dalla realtà, soprattutto se al posto di un corpo di ottanta chili c’è da calare solamente una busta con messaggi o con cibi per chi vive nella cella di sotto. Più difficile immaginare come potesse fare, chi dormiva ai piani bassi, per rispondere ai messaggi che gli giungevano dall’alto, visto che “l’ascensore a strisce di lenzuolo” ha un difetto: va solo in giù. Naturalmente questa pratica era illecita e veniva sanzionata se e quando scoperta, ma in carcere a Bologna c’erano anche altre occasioni, e del tutto lecite, per parlarsi.

Ad esempio quando arrivava il momento dell’ora d’aria e i detenuti di un braccio uscivano dalle rispettive celle e si mescolavano in attesa del via libera alla discesa lungo le scale. Oppure quando arrivati tutti in fondo alle scale restavano in attesa che si aprissero i cancelli per uscire. Oppure quando avevano la fortuna di trovarsi nelle stesse piste di passeggiata, che a Bologna erano ben 12 in quegli anni. Oppure, ed è l’uovo di colombo, quando si trovavano a dormire tutti nella stessa cella, come accaduto poi per Macrì, Le Rose e Lucente nel 1994.

Il comandante Roberto Di Caterino, rispondendo in aula alle domande sia dell’accusa che delle difese, ha mostrato particolare competenza, frutto di lunga esperienza, nella descrizione della vita e dell’organizzazione in carcere. A precisa domanda del PM Beatrice Ronchi ha detto di avere potuto vedere anche con i propri occhi l’utilizzo dell’ascensore di “stoffa”, così come ha confermato il ritrovamento nelle celle di strumenti atti a ferire, in particolare anche coltelli, in particolare anche uno da caccia.

La sua, se non proprio l’ultima, è certamente una delle ultime deposizioni in aula al processo Aemilia 92. Tra quindici giorni si discuteranno alcune perizie tecniche, poi il 21 febbraio inizierà la requisitoria finale del Sostituto Procuratore della DDA Beatrice Ronchi, al termine della quale conosceremo le richieste per i quattro imputati (Grande Aracri, Greco, Le Rose e Ciampà) che rischiano fino all’ergastolo.

Quindi la parola alle arringhe delle difese prima della sentenza dei giudici togati (Dario de Luca e Silvia Guareschi) coadiuvati da sei giudici popolari.

Oggi intanto ennesima dichiarazione spontanea di Nicolino Grande Aracri dal carcere di Opera per lamentare la persecuzione di cui si ritiene vittima, partendo dal presupposto che le reti televisive nazionali, Rai o Mediaset che siano, “pubblicano la mia immagine in tv tutti i giorni e di conseguenza tutti mi conoscono”. Dal niente, ha aggiunto poi Grande Aracri, hanno fatto di me una stella luminosa.

E su questa frase possiamo spegnere la luce, dedicando alle carceri italiane un verso della più famosa e bella canzone che ad esse si ispira:

“Ah che bell’ ‘o café
Pure in carcere ‘o sanno fa
Co’ a ricetta ch’a Ciccirinella
Compagno di cella
Ci ha dato mammà”

 

 

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