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BLASCO, SERGIO E LA “CARENZA PROBATORIA”

13 Luglio 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

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Ci sono tre personaggi, nella storia di ‘ndrangheta narrata dal processo Aemilia, legati oltre ogni ragionevole dubbio da un vincolo di profonda amicizia, cementata in anni e anni di un vissuto comune che emerge pure dai tanti capi di imputazione di cui debbono rispondere in solido. Sono il collaboratore di giustizia Antonio Valerio e i due suoi compari d’avventure Eugenio Sergio e Gaetano Blasco. Il secondo e il terzo giovedì 9 luglio hanno visto le loro storie trattate nell’aula del Tribunale della Dozza, a Bologna, durante l’udienza dell’appello. Il primo è la loro spina nel fianco: l’amico di una vita che diventando collaboratore di giustizia diventa anche il loro principale accusatore. Eppure anche prima della conversione di Valerio i tre amici erano di quelli “dai quali mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io”. Perché i sentimenti nella ‘ndrangheta sono sempre relativi: i parenti diventano serpenti, i fratelli diventano coltelli, l’amicizia dura fino a mezzogiorno quando ci sono interessi in gioco. Per cui nulla di strano che alle due di notte Valerio e l’amico Sergio decidano di bruciare un capannone e alcune costruzioni di Blasco, la sua auto e quella della sua segretaria e amante Karima. Lo fanno perché Blasco prende 200mila euro dalla cassa comune per operazioni di falsa fatturazione senza avvisarli. Ne nasce “un polverone” che potrebbe attirare le Forze dell’Ordine e interviene direttamente il capo Nicolino Sarcone per calmare le acque.

Al di là di questi piccoli screzi i tre sono però fondamentalmente e storicamente amici. Valerio e Sergio anche mezzi parenti. Quanto fossero amici lo dice uno degli scambi di battute al telefono diventato famoso col processo. Avviene tra Valerio e Blasco, pochi minuti dopo la prima forte scossa del terremoto del 2012 in Emilia Romagna:

Blasco: “A Mirandola è caduto un altro capannone…”

Valerio: “Vedo, ce ne sono di disastri là, Gaeta’. Eh, dai che andiamo là a lavorare…”

Blasco: “Sì, cominciamo a farci un giro…”

Valerio: “Vedi i capannoni… sfasciati a terra… sarebbe buono una proposta per rifarli tutti in legno, Gaeta’…”

Blasco: “Magari! Magari…”

È noto che Gaetano Blasco ha una falegnameria e costruisce tetti in legno, per cui si apprezza in questa conversazione l’altruismo dell’amico Valerio. A testimoniare il legame tra i tre c’è un altro episodio, piuttosto violento, sul quale il processo è riuscito a fare chiarezza. Il circolo Cartagena, un club aperto in via Brigata Reggio e formalmente intestato a due cinesi, è in realtà secondo l’accusa proprio di Valerio, Blasco e Sergio. In quel locale entra spesso con atteggiamenti spavaldi e senza mai pagare le consumazioni Carmine Arena, residente come Sergio a Cadelbosco Sopra (RE), che arriva anche a sparare colpi di pistola contro l’ingresso quando non gli viene più fatto credito. La resa dei conti avviene con due risse e la seconda è certificata dall’arrivo delle Volanti della Polizia che il 23 settembre 2011 trovano in via Kennedy, davanti ad un altro locale chiamato Fashion, Gaetano Blasco con un orecchio sanguinante a causa di un morso, Antonio Valerio con la camicia strappata e imbrattata di sangue, Carmine Arena e suo fratello Domenico con tagli e ferite sul collo e sul torace. A raccontare cos’è successo è lo stesso Antonio Valerio quando inizia a collaborare il 30 giugno 2017. Dice che gli Arena (da non confondere con gli Arena di Isola Capo Rizzuto: altra cosca e altra storia) avevano teso ai tre amici una imboscata per aggredire in particolare Gaetano Blasco. Valerio temeva l’irruenza di Mimmo (Domenico) perché aveva fama di “morsicatore di nasi”. Ci si attaccava e non lo mollava più. Lo chiamavano “il vampiro” fin da piccolino, perché aveva questo vizio. Ma sta di fatto che mentre Blasco molla una sberla a Domenico e mentre Valerio cerca di fare da paciere, è Carmine Arena a perdere le staffe: “Prende un posacenere di cristallo e me lo sbatte due volte in testa, che io la testa ce l’ho già un po’ malandata per via dei miei problemi” racconta Valerio ai PM Mescolini e Ronchi. Il riferimento è alla ferita, di cui porta ancora la cicatrice, dovuta ad uno dei proiettili che gli sparò l’amico Paolo Bellini quando cercò di ucciderlo sotto casa il primo maggio del 1999.

Da qui il suo racconto si fa letteratura: “Dopo un attimo di disorientamento mi sono ripreso e mi sono girato verso il Carmine, ma poi ho visto che Gaetano (Blasco) stava perdendo nei confronti di Domenico (Arena) e allora, visto che avevo la chiave della Porshe in mano… della Porsche o della Punto..?”

Si blocca un attimo Valerio nella sua narrazione, perché evidentemente per lui, che ricordiamo è un pugile esperto della Pugilistica Reggiana, il dettaglio è importante: “Adesso non mi ricordo se ero con la Porsche o con la Punto, comunque avevo proprio la chiave di quelle rigide che… ogni pugno che gli infilavo la chiave nel torace… prese diversi pugni e diversi buchi gli feci”.

Per essere sicuro di quello che ha appena sentito interviene il Sostituto Procuratore Mescolini: “Nel torace?”. Risposta: “Sì, nel torace. Gli schizzava il sangue, lui era diventato una maschera”.

Per essere sicura interviene anche il Sostituto Procuratore Beatrice Ronchi: “Quindi lei l’ha ferito con la chiave dell’auto?”. Risposta: “Con la chiave dell’auto. Quando mi sono visto sbattere due volte il posacenere di cristallo in testa, allora… Perché una gamba non mi funziona più, ma con le mani non avevo problemi, e le braccia ce le ho forti”.

La storia finisce qui, con Valerio e gli altri che si danno alla fuga quando arriva la Polizia, ma descrive bene come anche la mafia moderna, tecnologica, evoluta, non disdegni il ricorso ai metodi più tradizionali di risoluzione dei problemi.

Eugenio Sergio, nel primo grado di Reggio Emilia, è stato condannato a 9 anni di reclusione per usura ed estorsione aggravata nel rito ordinario, e 14 per appartenenza alla cosca in quello abbreviato. Degli undici capi originari di imputazione ne sono rimasti in piedi solo tre, fa notare l’avvocato difensore Giuseppe Migale Ranieri nella sua arringa, “e confidiamo che anche questi cadano”. Per farli cadere bisogna smontare la sentenza di primo grado e l’avvocato sostiene che la Corte di Reggio Emilia “non ha minimamente vagliato la credibilità dei testimoni.” A sostegno di questa tesi l’avv. Migale dice di essersi riletto in questi mesi i verbali di interrogatorio del collaboratore Salvatore Muto, il quale ben 99 volte riferisce di cose che dice di avere saputo da altri. Voci raccolte; non prove.

Ancora più pesante, anzi in assoluto la più pesante di Aemilia, è la condanna per Gaetano Blasco: complessivamente 38 anni e 4 mesi. Per entrambi la dott.ssa Luciana Cicerchia della Procura Generale ha chiesto la conferma della condanna, rideterminando la pena, con la riunificazione dei riti, in 17 anni e 6 mesi per Sergio, 25 anni e 6 mesi per Blasco. Su entrambi pende la spada di Damocle delle infinite narrazioni dei collaboratori di giustizia che si sommano a indagini, intercettazioni, testimonianze in aula nel primo grado. Anche il collaboratore Angelo Salvatore Cortese, non imputato in Aemilia, sembra non avere dubbi: “Gaetano è fratello di Salvatore, ucciso dal clan Dragone perché apparteneva al gruppo di fuoco dei Grande Aracri. All’interno della cosca aveva un ruolo importante grazie al fratello ucciso e anche perché era un soggetto capace negli affari”. E quando infine la guerra Grande Aracri/Dragone si concluse nel 2004 con l’uccisione di Totò, anche Gaetano Blasco partecipò a finanziare l’azione dei killer.

A sua difesa l’avvocato Marilena Facente, che lo tutela in appello, ha detto che le storie passate e le vendette personali non c’entrano con questo processo e che per sostenere l’appartenenza di un soggetto alla organizzazione criminale di stampo mafioso servono prove certe della capacità di intimidazione: “Anche la sentenza di Mafia Capitale ce lo insegna”. Ma in quella di Reggio Emilia, secondo l’avvocato, c’è “carenza probatoria” su questo fronte che è stato determinante per la condanna riferita al capo 1 di imputazione: il 416 bis dell’appartenenza ad organizzazione criminale di stampo mafioso.

Gli episodi analizzati nel processo in cui si evidenzia il tema della capacità intimidatoria di Gaetano Blasco sono davvero tanti. Saranno i giudici a valutare l’attendibilità delle prove ma a beneficio di chi segue da casa la vicenda riportiamo una evidenza processuale che non ha per protagonisti i collaboratori di giustizia. Riguarda la vicenda di Brenno Cerri, amministratore di una società, la Alfabeta srl, che affida alla B&V Costruzioni di Valerio e Blasco lavori in un cantiere di Parma. Siccome non vengono rispettati gli accordi, Cerri è deciso ad interrompere la collaborazione, ma subisce la ritorsione dei due. È nota la sua deposizione in aula, quando conferma che durante un incontro in cantiere prima Gaetano Blasco cerca di colpirlo con una grossa ascia da muratori, poi Antonio Valerio lo butta giù per le scale. Meno note sono alcune conversazioni registrate che intercorrono tra Gaetano Blasco e lo stesso Brenno Cerri la vigilia di Natale e la sera prima della notte di San Silvestro del 2011.

Blasco: “Se chiami ancora un’altra volta al mio telefono, vengo a casa tua e ti spacco la faccia, quindi stai zitto e domani mattina mettiamo a posto le cose”

Cerri: “No… non mettiamo a posto niente”

Blasco: “Io ti rompo il culo e mi faccio la casa… Pezzo di merda, cretino che non sei altro, ma che cazzo vai cercando? C’è un contratto, deficiente di merda”.

Cerri: “No, non c’è più il contratto perché è scaduto…”

Blasco: “Senti pezzo di stronzo… deficiente che non sei altro che siamo alla vigilia di Natale, non me ne frega un cazzo, io ti sto parlando di lavoro”

Cerri: “A te non te ne frega un cazzo perché sei un mafioso…”

Blasco: “Ma vai… pezzo di merda, mafioso tu e tutta la tua razza!”

Cerri: “Sto registrando”

Blasco: “Mi stai minacciando? Mi stai minacciando?!!”

Cerri: “Caro, sto registrando, non minacciando”

Blasco: “Cornuto… registra questo. Registra questo, che domani mattina ti vengo a trovare fino a casa tua”.

Minacce o non minacce, il cenone di San Silvestro del 2011 per Brenno Cerri non dev’essere stato dei più felici. Anche perché, dice la sentenza di Reggio Emilia, “Cerri veniva licenziato dalla ditta per cui lavorava come intermediario, a causa dello scontro avuto con Blasco”.

Complimenti e buon anno nuovo.

 

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