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CONDANNATO IN CERCA DI LAVORO

19 Febbraio 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

AULA DOZZA 2

Settimana di fuoco per Aemilia e per i diversi rivoli processuali nei quali si è incanalata la lotta alla penetrazione della ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Quattro udienze in quattro giorni, per quattro fronti diversi di giudizio. Martedì 18 febbraio prima seduta del nuovo processo a Bologna per le posizioni rinviate in Corte d’Appello dalla sentenza della Cassazione del 24 ottobre 2018. Il collegio giudicante dovrà pronunciarsi su 22 imputati, per due dei quali si tratterà di emettere un nuovo giudizio che potrà essere di innocenza o di colpevolezza. Uno è Giuseppe Pagliani, residente ad Arceto di Scandiano, ex capogruppo del Popolo delle Libertà in Provincia e di Forza Italia in Comune a Reggio Emilia, condannato in appello a quattro anni. L’altro è Michele Colacino, nativo di Crotone ma residente a Bibbiano, condannato a quattro anni e otto mesi. Il primo con l’accusa di “concorso esterno”, il secondo per “appartenenza” alla associazione mafiosa di ‘ndrangheta operante a Reggio Emilia. Tutti gli altri imputati, a parte alcuni reati da ridiscutere, rispondono invece in questo nuovo appello sul fronte del risarcimento dei danni alle parti civili e delle spese processuali, che andranno ridefinite. Di particolare rilevanza è quanto stabilito dalla Suprema Corte in relazione alle richieste di CGIL CISL e UIL e delle Camere del Lavoro di Reggio e di Modena. La sentenza della Cassazione dice che i condannati per appartenenza alla associazione mafiosa (il capo 1 di imputazione) dovranno risarcire le organizzazioni sindacali, perché la presenza della ‘ndrangheta è condizione sufficiente a minare i diritti del lavoro e a ostacolare l’azione di rappresentanza di cui sono portatori i sindacati. Il quanto, sarà competenza della Corte presieduta dal giudice Milena Zavatti deciderlo.

Sul caso di Pagliani il Procuratore Generale Nicola Proto ha chiesto di risentire alcuni testimoni necessari per mettere a fuoco gli atti e il grado di consapevolezza dell’esponente politico nell’anno 2012. La cosca mafiosa mise allora in atto una forte azione mediatica e di intimidazione per contrastare da un lato l’emarginazione delle imprese calabresi dal mercato in crisi dell’edilizia, dall’altro le interdittive antimafia firmate dalla Prefettura reggiana guidata da Antonella De Miro. L’accusa chiama quindi nuovamente a testimoniare lo stesso prefetto De Miro, il giornalista già condannato Marco Gibertini, gli avvocati Cataliotti, Sarzi Amadè e Arcuri, gli imprenditori Brugnano e Salerno, per ricostruire in particolare il contorno di due episodi chiave di Aemilia, che videro protagonista Giuseppe Pagliani a marzo e a ottobre di quell’anno: la cena agli Antichi Sapori voluta da alcuni uomini di spicco della cosca per impostare una strategia di risposta alle crescenti difficoltà d’azione e il programma televisivo Poke Balle  andato in onda in diretta su Telereggio, con ospiti lo stesso Pagliani e Gianluigi Sarcone, fratello del capo cosca Nicolino.

La replica introduttiva degli avvocati difensori di Pagliani, indica quale sarà la linea sulla quale verrà impostata la richiesta di assoluzione: “se incontrare costruttori cutresi fosse sufficiente per condannare un politico, allora cosa dire del viaggio a Cutro in campagna elettorale dell’allora sindaco Graziano Delrio”. Le motivazioni della condanna di Pagliani nel primo appello, secondo i difensori, non reggono e la Corte presieduta da Cecilia Calandra, nel settembre 2017, “ha violato il codice di procedura penale e leso i diritti della difesa”. Sull’ammissibilità dei testimoni la nuova Corte d’Appello si pronuncerà nella prossima udienza. Intanto uno degli imputati chiamato a risarcire i sindacati, Alfonso Martino, ha chiesto martedì la parola e collegato in video conferenza ha esordito con una affermazione abbastanza sorprendente: “Sono disposto a risarcire il danno, se la sentenza del processo stabilirà che le parti civili lo hanno subito. Chiedo alla Organizzazioni di dirmi quanto vogliono. Ma chiedo anche di non abbandonarmi al mio destino, perché se non potrò lavorare non so come potrò pagare”. “Se mi date un lavoro poi vi risarcisco”, dice in sostanza Martino, con una dichiarazione spontanea in bilico tra ravvedimento e provocazione.

Neppure 24 ore dopo questa udienza si torna in aula al carcere della Dozza per l’appello del rito ordinario di Reggio Emilia. Qui gli imputati sono 126, non ci sono abbastanza seggiole per tutti gli avvocati, i video collegamenti con i carceri di mezza Italia mostrano ancora problemi di audio e solo per fare l’appello la corte impiega quasi due ore. Giovedì 20 febbraio a questi imputati si aggiungono i 24 del rito abbreviato nella riunificazione dei due tronconi processuali e vedremo se l’aula reggerà al “tutto esaurito”. Intanto non è ancora chiaro come si procederà nelle udienze: se a blocchi di imputati o con una trattazione generale che metterebbe tutti in difficoltà.

Venerdì 21 invece si torna in udienza in Corte d’Assise a Reggio Emilia per il processo sugli omicidi di mafia del 1992. La dottoressa Beatrice Ronchi, che inizierà la requisitoria finale, ha prenotato tre giornate per le sue conclusioni: una ventina d’ore per sviscerare dettagli e responsabilità nella faida tra famiglie che portò alla morte in settembre e in ottobre di Nicola Vasapollo alla periferia di Reggio e di Giuseppe Ruggiero a Brescello. Dei sei nuovi imputati per quei due omicidi quattro hanno scelto il rito ordinario (Nicolino Sarcone è già stato condannato in abbreviato a 30 anni e Antonio Valerio a 8). Sono personaggi importanti: Nicolino Grande Aracri, Angelo Greco, Antonio Ciampà, Antonio Le Rose, che rischiano fino all’ergastolo. In Veneto intanto, per non lasciare sola l’Emilia Romagna a processare la ‘ndrangheta e il suo abbraccio fatale all’economia del Nord, è iniziato con i rinvii a giudizio di 48 persone il processo Camaleonte, che vedrà alla sbarra uomini della cosca impiantata a Reggio Emilia. Tra gli altri c’è Michele Bolognino, condannato a 37 anni in primo grado in Aemilia e oggi in collegamento audio video dal carcere dell’Aquila per l’udienza nell’aula bunker della Dozza. C’è quasi da perdersi tra tanti processi, ma di certo aveva ragione Antonio Valerio quando disse nell’ultima udienza di Aemilia a Reggio: “Qui non è finito niente”.

 

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