DA PAGLIANI AI TERUN

24 Dicembre 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

TERUN

Il Natale 2020 è senza dubbio il più bello, dal 2015 ad oggi, per Giuseppe Pagliani. L’ex capogruppo di Forza Italia e del Popolo delle Libertà, prima in Consiglio Provinciale poi in Consiglio Comunale a Reggio Emilia, è stato assolto dalla Corte d’Appello di Bologna “per non aver commesso il fatto”. Una semplice frase, contenuta nel dispositivo letto il 23 dicembre nell’aula Bachelet del capoluogo emiliano romagnolo, che per il politico di Scandiano (RE) significa la fine di una alterna e complicata vicenda giudiziaria. Arrestato il 28 gennaio 2015 al termine dell’indagine Aemilia, poi liberato dal Tribunale del Riesame, era stato rinviato a giudizio con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa “per avere concretamente contribuito, pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento, alla conservazione e alla realizzazione degli scopi” della ‘ndrangheta emiliana. Assolto in primo grado il 22 aprile 2016 nel rito abbreviato di Bologna, era stato successivamente condannato in appello a 4 anni di carcere il 12 settembre 2017. La Corte di Cassazione, alla quale i suoi legali (Alessandro Sivelli e Roberto Borgogno) avevano presentato ricorso, annullò quella sentenza disponendo una nuova trattazione del caso, con l’ascolto di testimoni, che si conclude con l’assoluzione di questa vigilia natalizia. Il caso ruotava attorno alla ormai famosa cena del 21 marzo 2012 al ristorante Antichi Sapori di Villa Gaida, il cui proprietario Pasquale Brescia è stato recentemente condannato in Appello, sempre nell’ambito del processo Aemilia, a 13 anni di carcere. Pagliani incontrò a tavola imprenditori di origine cutrese, diversi dei quali poi rinviati a giudizio per appartenenza alla ‘ndrangheta. Il senso dell’incontro si riassume in una frase pronunciata ai PM Ronchi e Mescolini dall’imputato di Aemilia, poi collaboratore di giustizia, Giuseppe Giglio: “Diletto (Alfonso, capocosca definitivamente condannato a 14 anni e 2 mesi) è venuto da me e mi ha spiegato: guarda che l’incontro con Pagliani non è solo per le interdittive. Abbiamo fatto un patto politico che ci darà del lavoro. In cambio noi gli dobbiamo trovare dei voti e gli finanziamo i finanziamenti”.

La sentenza che assolve Pagliani ci dice che il fatto “non è stato commesso” e il fatto, nell’aula del Tribunale, è l’ipotetico reato contemplato dall’art. 416 bis del Codice Penale, non tanto o semplicemente un inopportuno incontro politico.

È tempo a questo punto di tirare qualche conclusione sull’intera stagione processuale di Aemilia, che volge al termine con le due attese sentenze di questo dicembre 2020: aula Dozza per l’Appello di Reggio Emilia, in aula Bachelet per i pochi casi ancora aperti del rito abbreviato di Bologna.

Nel più grande processo alla ‘ndrangheta del nord Italia gli imputati erano 220. Di questi 54 dovevano rispondere del reato più grave, esplicitato al capo 1 di imputazione: appartenenza ad organizzazione criminale di stampo mafioso. 50 di loro sono stati ritenuti colpevoli e condannati, con sentenze già passate in giudicato o passate al vaglio della Corte d’Appello. Per altri 8 l’accusa era di “concorso esterno”, come nel caso di Pagliani, sempre in riferimento all’art. 416 bis del codice penale che condanna le organizzazioni criminali mafiose. Due condanne sono in giudicato (la commercialista Roberta Tattini e il giornalista Marco Gibertini), mentre all’imprenditore Augusto Bianchini e alla moglie Bruna Braga è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa solo in relazione ad uno specifico capo di imputazione, peraltro particolarmente odioso. È il n.92, che attribuisce ai due titolari della impresa edile Bianchini Costruzioni srl e ai tre uomini di ‘ndrangheta Michele Bolognino, Gianni Floro Vito e Carmine Belfiore, le triangolazioni finanziarie e le false fatturazioni illecite funzionali a far giungere ai mafiosi i soldi per pagare in nero gli operai dei cantieri nella ricostruzione post terremoto.

La ‘ndrngheta emiliana, ci ha raccontato Aemilia e ci dicono le sentenze, ha sfruttato e colpito il lavoro, i lavoratori, le organizzazioni sindacali che ne rappresentano le istanze e ne tutelano i diritti. Per questo sono da apprezzare, ora che si iniziano a tirare le conclusioni, le parole di CGIL CISL e UIL. Hanno scritto, dopo la conclusione del secondo grado alla Dozza: “Esprimiamo grande soddisfazione per la sentenza di appello del processo Aemilia, dove viene sostanzialmente confermato l’impianto accusatorio e il giudizio di primo grado relativo all’associazione mafiosa che ha colpito la società emiliano romagnola, da cui è scaturito il più grande processo italiano alla ‘ndrangheta e nel quale ci siamo costituiti come parti civili. La riduzione di alcune pene o le prescrizioni, in parte conseguenti la riunificazione dei riti ordinario e abbreviato, erano attese dopo la pronuncia della Corte di Cassazione sull’aggravante mafiosa, e nulla modificano circa la gravità dei fatti di reato accertati nel processo”.

Il riferimento (semplificando) è alla decisione depositata il 3 marzo 2020 nella quale la Corte di Cassazione, a sezioni unificate, precisa la necessità di dimostrare la “natura soggettiva”, cioè la volontà individuale di agevolare le associazioni criminali, per la configurabilità dell’aggravante mafiosa. Criterio più difficile da dimostrare in aula, per la pubblica accusa, rispetto alla “natura oggettiva” del fatto che avvantaggia la ‘ndrangheta.

Fuori dall’aula invece, nella percezione della comunità che ha assistito dall’esterno al processo e ai suoi mille rivoli, resta l’impressione di una vicenda importante e densa di implicazioni, che va ben oltre i circa 1000 anni complessivi di carcere inflitti ai condannati.

È un numero che dice poco, fanno notare gli avvocati di parte civile della CGIL Gian Andrea Ronchi e Andrea Gaddari. Perché dietro quel numero ci stanno persone con un solo anno o due di carcere che usufruiscono della condizionale e persone con decine di anni di galera, tanti e pesanti, nonostante in questa storia non si parli mai di morti ammazzati. Dice molto invece l’appello a non abbassare la guardia che lanciano le organizzazioni sindacali, perché la cronaca anche e soprattutto di questo 2020 ci dice che la battaglia per la legalità non è finita: “La criminalità organizzata sta affinando i propri strumenti di infiltrazione nelle attività economiche, nel tessuto sociale. Siamo in prima linea nel contrasto a questi drammatici fenomeni, che inquinano e danneggiano la nostra società e colpiscono i diritti primari di lavoratrici e lavoratori, i più esposti ai soprusi della criminalità organizzata e delle mafie. Ribadiamo il nostro impegno costante e continuativo sul terreno della legalità, della giustizia sociale, contro tutte le mafie, con la esplicita volontà di rappresentare un pilastro fondamentale per contrastare i fenomeni di criminalità organizzata”.

È una battaglia anche sociale e culturale. Soprattutto sociale e culturale. Perché i giudici e i processi fanno la loro parte, applicando una legislazione avanzata e garantista, come dicono proprio le ultime sentenze, ma la vera battaglia è nella vita di tutti i giorni e nella testa di tutti noi. L’aula bunker di Reggio Emilia, simbolo del processo alla ‘ndrangheta, perderà la sua memoria e verrà destinata ad altre funzioni. Sarebbe stato bello arrivasse ad essere, come in tanti avevano proposto e il Comune di Reggio sembrava propenso ad accettare, il luogo simbolo della riflessione storica sul perché, come e quando della penetrazione mafiosa nei nostri territori. Un luogo di incontri e un centro di documentazione scientifica sulla ‘ndrangheta emiliana e sulle azioni di contrasto al suo radicamento. Non sarà così, e una sola voce a Reggio Emilia si è alzata per dire che ciò è male: l’associazione di volontari riuniti in Agende Rosse. Persone che non per mestiere, ma per spirito di comunità, hanno la voglia e il coraggio di fare e di dire. Sono un esempio, e di esempi ne abbiamo bisogno in questa città dove dal gennaio 2015, sul muretto a Santa Croce di Reggio Emilia che delimita l’onda verde, a poca distanza dalla fermata dell’autobus dove morì nel 2014 lo studente di 14 anni Sylvester Agyemang, originario del Ghana, ci sono due grandi scritte impresse con le bombolette spray. La prima dice: “Io sono calabrese, voi no”. La seconda, subito sotto, replica: “Terun”.

Non ci vuole un genio per capire che entrambe sono espressioni razziste, offensive, che fanno delle origini geografiche e culturali la discriminante. Tesi contro cui anche il processo Aemilia ci ha educato a lottare. Eppure da cinque anni quelle due frasi stanno lì, e ogni giorno che io ci passo davanti, andando a lavorare in CGIL, mi chiedo: “Ma perché non le cancellano? Perché nessuno si sente offeso da quelle scritte?”

Non c’è alcun giudice di Aemilia che lo farà. Nessun PM, nessun avvocato difensore. Perché non tocca a loro. Tocca a noi.

Magari nel 2021.

Buon anno nuovo.

 

 

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