DA TALLINI A IAQUINTA

20 Novembre 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

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Nel giorno in cui alla Dozza di Bologna si discutono nell’appello di Aemilia le posizioni di Giuseppe e Vincenzo Iaquinta, arriva da Catanzaro la notizia dell’arresto di Domenico Tallini, presidente del consiglio regionale della Calabria, esponente di Forza Italia. Il provvedimento (arresti domiciliari) è stato emesso dal GIP di Catanzaro, che ha accolto 19 delle 25 richieste di misure cautelari avanzata dalla Procura Antimafia a conclusione della operazione “Farmabusiness”. Una inchiesta che scoperchia gli affari illeciti di ‘ndrangheta della sempre viva cosca Grande Aracri, capace di infiltrarsi anche nella distribuzione all’ingrosso di prodotti medicinali, destinati a decine di farmacie e parafarmacie situate principalmente in Calabria ma pure in altre regioni (Emilia Romagna compresa). Per Domenico Tallini, coinvolto assieme al figlio Giuseppe, l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa e scambio elettorale politico mafioso. Ma nell’indagine c’è molto di più dell’ennesimo politico (inserito nella lista degli impresentabili dalla Commissione Parlamentare Antimafia prima delle elezioni regionali del 2020) che per interessi di famiglia e personali non si fa scrupolo di abbracciare la ‘ndrangheta. C’è una delle nuove frontiere di attività delle consorterie mafiose, la sanità, capace di garantire “profitti sproporzionati”, come li definisce l’ordinanza del Giudice di Catanzaro. C’è il nuovo sistema di governo delle attività che si è dato la cosca regina nel crotonese, quella dei Grande Aracri, “Viva e operante, pronta a sfruttare le situazioni di fragile legalità del territorio”. Ci sono la forza e la capacità organizzativa delle donne, capaci di sostituire gli uomini finiti in carcere: “Giuseppina Mauro detta Zà Maria, moglie di Nicolino Grande Aracri, e la figlia Elisabetta detta Isabella, che hanno assunto durante la carcerazione del marito e padre Nicola un ruolo di direzione e coordinamento della consorteria, riuscendo anche a travasare notizie, informazioni, consigli ed ordini da e per il carcere”. C’è infine tutta l’anima reggiana di questa potenze organizzazione, espressa da due delle figure più importanti che guidavano le attività illecite: Salvatore Francesco Romano, 32enne nato a Cadelbosco Sopra, arrestato a Reggio Emilia nella casa dei genitori, e Salvatore Grande Aracri detto Il Calamaro, 41enne figlio di Francesco, fratello di Nicolino. Risiede come il padre a Brescello ed è finito in carcere con gli arresti di Grimilde, l’operazione antimafia della DDA emiliana che approderà in dicembre al rito ordinario nel processo di Reggio Emilia.

“È lui” dice la sentenza del GIP di Catanzaro, “che propone alla cosca, facendola propria ed ulteriormente adattandola alla realtà mafiosa, l’idea del Consorzio Farmaceutico. Sarà poi colui che seguirà le fasi esecutive del progetto” dopo un periodo nel quale, aggiunge il Giudice con una espressione suggestiva, “la figura del giovane falegname di Brescello è tenuta accuratamente riservata”, mentre dopo il giugno 2015, a cantieri aperti e con le società costituite, Salvatore detto anche Il Commercialista, che a volte per confondere le tracce utilizza il cognome Le Rose, “sarà più visibile” e prenderà in mano “la contabilità di tutto il progetto relativo al consorzio di distribuzione dei farmaci”.

Come e quando questo progetto finisce sotto la lente delle attività investigative dei Carabinieri di Catanzaro e di Crotone, coordinati dalla Procura di Gratteri? Tutto inizia in maniera assolutamente lecita nel 2013, dicono gli atti, quando la senatrice Anna Maria Mancuso, eletta in parlamento l’anno prima con il Popolo delle Libertà, torna per le vacanze estive nella sua Catanzaro e trascorre un periodo a Sallia Marina, località balneare dove dimora in un appartamento di proprietà di Domenico Scozzafava, uno dei protagonisti di Farmabusiness, faccendiere chiamato “uomo della pioggia”, legato al clan dei Gaglianesi di Catanzaro, arrestato martedì scorso come appartenente anche alla locale di Cutro dei Grande Aracri. È durante quella vacanza che la senatrice Mancuso parla a Scozzafava di “un suo progetto per la creazione di un centro servizi, comprendente anche una casa di cura per malati ed anziani, e di un consorzio per lo smistamento dei farmaci, accedendo a finanziamenti della Unione Europea”. Scozzafava si rende subito disponibile al progetto e si vanta di poter introdurre la senatrice ed altri due suoi compagni di vacanza “nella Calabria che conta”. La senatrice in realtà scompare ben presto dalla scena, dicendosi anche “molto delusa dagli amici calabresi”, ma Scozzafava non molla l‘idea e coinvolge nel progetto nuovi personaggi, grazie al suo ruolo di trait d’union, dicono gli atti: “di fulcro attorno al quale ruotano le vicende associative”, di legame “tra gli ambienti criminali più pericolosi, gli ambienti di quella politica dedita alla spregiudicata ricerca di consensi e gli ambienti di una imprenditoria parassita, disposta a sfruttare fino al loro esaurimento le risorse economico finanziarie esistenti”.

Non passa neppure un anno prima che Scozzafava riesca a radunare i protagonisti di un nuovo patto; e a tirare le redini del gioco sporco sono questa volta gli uomini della cosca Grande Aracri, di fronte ai quali anche i Gaglianesi abbassano la cresta. Lo dicono le intercettazioni del summit che si tiene nella ormai tristemente famosa tavernetta di Nicolino Mano di Gomma, in contrada Scarazze a Cutro, il 7 giugno 2014, alla quale partecipano Giuseppina Mauro (la moglie), Leonardo Villirillo (spesso in trasferta a Reggio Emilia) e il falegname di Brescello Salvatore Grande Aracri. È lui a illustrare in quella occasione “il programma imprenditoriale”, che prevede di acquisire illecitamente farmaci oncologici per poi esportarli all’estero, di comprare farmacie in difficoltà economiche attraverso “fallimenti pilotati” ed infine di trovare le strade giuste per ottenere permessi e corsie preferenziali attraverso “l’infiltrazione nella pubblica amministrazione con l’utilizzo di un uomo chiave, vale a dire un assessore regionale, che è sempre importante per altri sbocchi”.

È Domenico Tallini questo “uomo chiave”, all’epoca assessore regionale al personale in Calabria. 68 anni, alla quarta legislatura in Regione al momento dell’arresto, coordinatore di Forza Italia in provincia di Crotone, era stato eletto per la prima volta nel 2005 con l’Udeur. Nel 2014 aveva raccolto 11mila preferenze.

Sotto il controllo di Salvatore Grande Aracri, e con la garanzia per ogni evenienza di un buon arsenale di armi tra carabine e pistole, sequestrate anche all’altro “reggiano” Salvatore Francesco Romano, nascono il consorzio Farma Italia nel 2014 e la società Farmaeko nel 2015, entrambi con sede a Roma, destinati a conquistare mercati nazionali e internazionali nella vendita di prodotti farmaceutici e parafarmaceutici. Potevano generare “centinaia di milioni l’anno”, scrive il Gip nell’ordinanza, e per questo potenziale grande business la cosca non si fa scrupolo di speculare anche sulla piaga delle malattie oncologiche, come ben scolpito nella frase che Salvatore Grande Aracri pronuncia durante il summit di Cutro: “Giovà…, gli antitumorali che costano 2mila euro, gli ospedali li comprano a mille, e nell’Inghilterra li vendono a 5mila.  Quindi tu compri a mille e vendi a 5mila. Allora se noi entriamo con due ospedali, che ti danno 10 farmacie…”

Ciliegina sulla torta è l’ormai noto sfruttamento dei lavoratori, come testimoniano due messaggi sul sito Facebook aziendale di Farmaeko nel gennaio e febbraio 2017:

  1. “Il fatto che non paghino gli stipendi MAI è la cosa di minore importanza, rispetto a tutto le schifo che c’è attorno…”;
  2. “Azienda poco seria che sfrutta le persone a cui promette un lavoro e che alla fine non paga nemmeno quel minimo sindacale che promette. State tutti lontani, questa è un’associazione a delinquere”.

Farmaeko per la vendita di prodotti alle parafarmacie (una aperta in Romagna), e Farma Italia per la visione internazionale del business, falliranno entrambe tra il 2017 e il 2018, ma ciò non ha impedito alla cosca di trarre vantaggi economici dall’operazione e di porre in atto una lunga sfilza di reati, oltre al più grave dell’associazione criminale di stampo mafioso. La conclusione delle indagini parla di  impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, tentata estorsione, ricettazione, violenza o minaccia a un pubblico ufficiale.

L’intervento del politico Tallini, dicono i Carabinieri che hanno condotto le operazioni, è stato decisivo per favorire e accelerare l’iter burocratico iniziale per ottenere le necessarie autorizzazioni alla vendita. In cambio il consigliere ha ottenuto il sostegno della cosca alle elezioni regionali del novembre 2014 e il figlio inserito tra gli amministratori societari. L’intervento del brescellese Salvatore Grande Aracri è stato ancora più determinante, per dare una svolta di ‘ndrangheta alla voglia di arricchimenti facili nel settore sanità. Non sfugge il paradosso dell’emigrazione inversa che questa storia disvela: un tempo erano i mafiosi residenti a Cutro a salire al Nord per gestire le attività di ‘ndrangheta in Emilia; nel terzo millennio capita che siano quelli domiciliati a Brescello a scendere al Sud per guidare le operazioni illecite.

Possiamo tornare a Bologna nell’aula di Tribunale dove Beatrice Ronchi, a nome della Procura Generale, ha chiesto oggi, giovedì 19 novembre, la conferma in Appello delle condanne che riguardano Giuseppe Iaquinta (19 anni in primo grado) e suo figlio Vincenzo (2 anni in primo grado per l’ex campione della nazionale di calcio). Le difese rappresentate dagli avvocati Muto e De Toni hanno chiesto l’assoluzione per entrambi come due anni fa fecero gli allora difensori della celebre famiglia Iaquinta nel primo grado a Reggio Emilia. La parola alla Corte.

 

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