I PM DI AEMILIA: CONDANNATE PAGLIANI E COLACINO

29 Settembre 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

PAGLIANI

Giuseppe Pagliani deve essere condannato a 4 anni di carcere, come già sentenziato il 12 settembre 2017 dalla prima Corte d’Appello di Bologna, che riconobbe provato il suo concorso esterno all’associazione mafiosa operante in Emilia Romagna.

Lo ha chiesto il PM Beatrice Ronchi lunedì 28 settembre 2020, a poco più di tre anni da quella sentenza, sostenendo che la nuova istruttoria imposta dalla Cassazione ha rafforzato le prove a carico del politico reggiano. Confermando, ha aggiunto, la sua piena consapevolezza dell’aver stretto un patto non con semplici imprenditori ma con esponenti di spicco della ‘ndrangheta emiliana.

Si avvia alla fine il processo nell’aula Bachelet di Bologna, davanti ai giudici Milena Zavatti, Domenico Stigliano e Anna Luisa Giuliana Mori, e per due imputati eccellenti la Corte dovrà nuovamente decidere tra condanna o assoluzione. Uno è Giuseppe Pagliani appunto, residente a Scandiano (RE), ex capogruppo del Popolo delle Libertà in Provincia e di Forza Italia in Comune a Reggio Emilia. L’altro è Michele Colacino, nativo di Crotone ma residente a Bibbiano (RE), condannato a 4 anni e 8 mesi nel precedente Appello per “appartenenza” alla associazione mafiosa. Anche per lui l’accusa (il procuratore generale Nicola Proto) ha chiesto la conferma della condanna. Dopo i Pubblici Ministeri hanno parlato gli avvocati di Parte Civile, poi il primo dei due difensori di Pagliani, l’avvocato Alessandro Sivelli che chiede l’assoluzione. Il secondo Roberto Borgogno, interverrà nella prossima seduta del 23 dicembre, nella quale arriverà presumibilmente anche la sentenza.

Il caso di Pagliani ruota attorno alla presunta consapevolezza del politico in merito alla statura criminale degli uomini con i quali si incontrava e di cui sosteneva le ragioni. Oggi i suoi legali sostengono che l’esponente del PdL e di Forza Italia ha sempre appoggiato nella sua azione politica l’operato del prefetto Antonella de Miro. Quando il sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi propose in consiglio comunale la cittadinanza onoraria per la De Miro anche Pagliani, allora capogruppo di Forza Italia in Sala del Tricolore, votò a favore con entusiasmo. Ma i fatti per i quali è imputato risalgono a diversi anni prima, quando Pagliani non dimostrava con le sue azioni un eguale convincimento sul valore delle interdittive antimafia dell’allora prefetto di Reggio Emilia. Illuminante è un passaggio della deposizione che l’ex prefetto (a Reggio dal 2009 al 2014) ha reso come testimone proprio nell’aula Bachelet dell’attuale processo il 24 luglio scorso. La De Miro sta parlando di una delle sue più importanti interdittive, quella nei confronti della impresa Bacchi di Boretto, quando interviene la Presidente della Corte.

PRESIDENTE ZAVATTI: “Guardi, le faccio una domanda precisa: lei ricorda se Giuseppe Pagliani ha espresso qualche commento su questo provvedimento?”

DE MIRO: “Ecco, mentre tutti esprimevano adesione a questo provvedimento, escono comunicati stampa dei sindaci di sostegno e di fiducia alla mia iniziativa, ecco, l’avvocato Pagliani, invece, l’11 aprile (del 2011) fa una dichiarazione di sostegno nei confronti della Bacchi, dichiarando che il problema non è l’azienda. Diciamo che chiunque avesse avuto la curiosità di conoscere le ragioni di un provvedimento così forte, chiunque, dico, che potesse avere un ruolo istituzionale o politico, eh, poteva venire, la mia porta era stata sempre aperta.”

PRESIDENTE ZAVATTI: “E con lei non venne a parlare l’avvocato Pagliani?”

DE MIRO: “No, no”.

No, no. Pagliani in quegli anni era occupato più ad attaccare che a dialogare con la De Miro. Lo spiega la prima sentenza d’Appello in riferimento alla partecipazione dell’ex consigliere provinciale alla famosa cena al ristorante Antichi Sapori di Villa Gaida, di proprietà di Pasquale Brescia (22 anni e 9 mesi la condanna di primo grado in Aemilia) il 21 marzo 2012, quando ricorda il commento di Pagliani con il giornalista Marco Gibertini: “Questa vicenda mi ha consacrato indiscutibilmente come il capo del centro”.

Il suo fine politico era quello, elevarsi come leader, ma per ottenerlo c’era da pagare un alto prezzo: “Il politico ha offerto ai mafiosi strumenti di attacco alle Istituzioni”, in particolare alla stessa De Miro, perché “emerge chiaramente dagli atti” dice sempre la prima sentenza d’appello “che il sodalizio calabro-emiliano pativa fortemente l’attività di contrasto posta in essere dal nuovo Prefetto, che con una peculiare capacità di lettura degli eventi nell’arco di due anni giungeva ad emanare ventidue decreti interdittivi prefettizi e numerose interdittive antimafia”.

È bene ricordare oggi che, secondo il collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio, nell’incontro di preparazione di quella cena, il 2 marzo 2012 nell’ufficio reggiano di Nicolino Sarcone, si discusse e si siglò “Il patto politico con Pagliani. Da una parte promesse di voti e finanziamenti, dall’altra promesse di lavori in regione. E in più un quieto vivere per il Prefetto, perché aveva alzato un polverone”.

Il “quieto vivere” cosa potrà mai essere?

Quando a Reggio Emilia si diffuse (mesi dopo) la notizia di quella cena, il caso arrivò in Consiglio Provinciale, allora presieduto da Sonia Masini, anch’essa nel mirino degli attacchi politici di Giuseppe Pagliani. Nella seduta del 18 ottobre 2012 venne approvato alla unanimità dai presenti (Partito Democratico, Italia dei Valori e Lega Nord) un ordine del giorno che diceva: “Il Consiglio Provinciale, considerate le notizie pubblicate circa la partecipazione di Giuseppe Pagliani ad un incontro conviviale nel quale erano presenti persone oggetto di indagine con imputazioni gravissime in riferimento alla grande criminalità organizzata, in particolare alla ‘ndrangheta, ritiene gravissima dal punto di vista politico la partecipazione del massimo esponente politico della opposizione in Consiglio e invita Giuseppe Pagliani a fornire immediate spiegazioni… e ritiene che, in considerazione delle rilevanti implicazioni politico istituzionali del gravissimo episodio, il capogruppo PdL debba rassegnare le dimissioni dal Consiglio Provinciale di Reggio Emilia”.

Quella richiesta (votata anche dalla Lega Nord, partito di opposizione!) spinse alcuni parlamentari del PD (Marchi, Castagnetti, Pignedoli e Soliani) a presentare due interrogazioni al ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, una alla Camera e una al Senato, nel novembre del 2012. Si chiedeva una valutazione dell’episodio (la cena) e le eventuali misure di sua competenza che il Ministro intendesse adottare.

Otto anni dopo abbiamo cercato negli archivi del ministero le risposte alle due interrogazioni, ma le pratiche risultano protocollate come ancora in corso.

Non c’è fretta…

 

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