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LA DELINQUENZA DOVE NON DOVREBBE

24 Luglio 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

ODYSSEUS

Ciò che è accaduto a Piacenza in pieno lockdown, e che l’inchiesta della Procura chiamata “Odysseus” ha portato alla luce, ha dell’incredibile.

Dieci carabinieri e un militare della Guardia di Finanza sottoposti a misure restrittive (cinque in carcere), 23 persone complessivamente indagate, con accuse che vanno dal traffico e spaccio di stupefacenti alla ricettazione, dall’estorsione all’arresto illegale, dalla tortura (!!) alla violenza aggravata, dal falso ideologico all’abuso d’ufficio alla truffa ai danni dello Stato. Reati commessi tra febbraio e luglio di quest’anno da un gruppo criminale il cui cuore si trovava nella caserma dei Carabinieri di Piacenza Levante, dove sette militari degli otto in servizio sono finiti agli arresti o sotto inchiesta. Gli altri tre carabinieri lavoravano presso il Comando Provinciale della Compagnia di Piacenza e nella caserma del Comando Provinciale delle Fiamme Gialle operava il finanziere coinvolto.

Che la loro fosse una “associazione a delinquere” lo dice uno dei carabinieri arrestati, Giuseppe Montella detto “Peppe, appuntato di 37 anni residente nel comune di Gragnano a su ovest di Piacenza, che parla in auto senza sapere di essere intercettato: “Minchia, ti devo raccontare… ho fatto una associazione a delinquere, ragazzi! In poche parole abbiamo fatto una piramide: sopra ci stiamo io, tu e lui, ok? E a noi siamo irraggiungibili”. Sotto al vertice di questa piramide ci stanno gli altri agenti, figure di intermediari e infine gli spacciatori. “Quindi è una catena” dice ancora il carabiniere Montella “che a noi non arriveranno mai”.

E invece ci sono arrivati, con un lungo e meticoloso lavoro coordinato dalla Procura piacentina della dott.ssa Grazia Pradella, che ha raccolto in sei mesi 75mila intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamenti e registrazioni video per 24 ore al giorno, grazie ai quali è stato possibile sequestrare oltre tre chili di droga, arrestare una persona in flagranza di reato e documentare le azioni illecite e violente commesse dai carabinieri. Mentre tutti noi eravamo chiusi in casa e rispettavamo il distanziamento sociale, a Pasqua, una signora telefona alla caserma dei Carabinieri per segnalare una festa con troppi partecipanti che si sta svolgendo proprio nella casa di uno di loro, a Gragnanino. La signora chiede di restare anonima perché sa che il proprietario del giardino in cui si svolge la grigliata è un militare: “E’ un vostro collega” dice alla Centrale Operativa dei Carabinieri. Non immagina neppure che l’agente della Centrale Operativa, dopo aver chiuso la telefonata, chiama immediatamente il collega che sta festeggiando per informarlo e rassicurarlo: “Guarda, io non ho scritto niente da nessuna parte e non ho detto un cazzo a nessuno”. E quando l’altro gli chiede “per togliersi uno sfizio” di ascoltare la telefonata, sentire la voce e cercare di identificare quella donna, gli risponde: “Te la faccio sentire abusivamente, non ti preoccupare”. Per inciso la grigliata tra famiglie di amici si teneva nella villa con piscina del carabiniere graduato Giuseppe Montella al quale l’abitazione è stata ora confiscata assieme ad un’auto e una una moto e 24 rapporti bancari aperti in diversi istituti di credito. Negli ultimi 20 anni di auto Montella ne aveva cambiate 10 (le ultime erano BMW, Meercedes e Audi). Di moto invece 16, tutte di grossa cilindrata.

Nella documentazione delle indagini c’è ben di peggio di una grigliata in compagnia, tanto che il Giudice per il Indagini Preliminari che applica le misure cautelari scrive nelle prime pagine della ordinanza: “Non è stato semplice rendersi conto, settimana dopo settimana, che dietro i volti sempre cordiali e sorridenti di presunti servitori dello Stato, incrociati più volte nei corridoi delle aule del Tribunale di Piacenza, potessero celarsi gli autori di reati gravissimi”. Tra questi anche la violenza, le percosse e la tortura. Il 27 marzo le intercettazioni e le immagini della Guardia di Finanza e dalla Polizia documentano l’arresto e il pestaggio di un pusher, che è a terra in mezzo al proprio sangue quando i militari commentano: “Togliamogli le manette, mettiamoci i guanti e andiamo a prendere lo scottex che abbiamo in palestra per pulire”. L’8 aprile un altro extracomunitario che spaccia viene sequestrato, picchiato più volte, torturato, dicono le carte, sia nella propria abitazione che in Caserma, per costringerlo a rivelare dove tiene la droga che poi i malviventi terranno per sé. Il 2 maggio la storia si ripete con un colombiano attirato in una trappola dagli spacciatori amici dei Carabinieri, che operano con la copertura anche del Maresciallo Maggiore della stazione di Piacenza Levante, Marco Orlando. Le intercettazioni seguono minuto per minuto i pestaggi. I due Carabinieri Montella e Cappellano iniziano a picchiare l’egiziano Elsayed Atef per farsi dire dove tiene la droga. Lui piange, grida, ripete solo: “ti giuro che non c’è niente”, ma gli altri commentano continuando a menare colpi: “Ci stai facendo perdere troppo tempo”.

Un gruppo di carabinieri che assomiglia alla banda di Arancia Meccanica insomma; che si crede intoccabile, irraggiungibile, al di sopra di ogni sospetto. E che finisce incastrato per ironia della sorte grazie alla segnalazione iniziale di un altro carabiniere, fatto evidentemente di pasta diversa, che dà il via alle indagini. È il maggiore Rocco Papaleo, attuale comandante della Compagnia di Cremona, che segnala alla Procura di Piacenza (dopo averle registrate) le affermazioni piuttosto anomale di un marocchino coinvolto nel giro della droga. Si dichiara informatore dei Carabinieri di Piacenza Levante grazie all’amicizia con l’appuntato Montella, che di solito lo ricompensa per le sue soffiate, racconta, con partite di droga conservata in caserma dentro un contenitore chiamato la “scatola della terapia”. Bisognava essere convincenti e stare in riga, dice, perché era facile fare arrabbiare quei carabinieri e venire minacciati e intimiditi. Aggiunge che parte del denaro sequestrato ai trafficanti di stupefacenti gli stessi carabinieri se la tenevano per sé o la utilizzavano per organizzare feste con prostitute e transessuali.

Sono elementi sufficienti per restare a bocca aperta, in una città che aggiunge ferite a ferite. Un caso simile risale al 2013, quando sei poliziotti vennero arrestati a Piacenza per spaccio di stupefacenti e favoreggiamento della prostituzione. Poi l’arresto dell’ex presidente del Consiglio Comunale Giuseppe Caruso nell’ambito della operazione antimafia Grimilde, il cui processo di primo grado è iniziato in queste settimane alla Dozza di Bologna. E un’altra tegola arriva dalla lontana Sicilia, dove l’imprenditore napoletano Giampiero Falco, che risultava impegnato nelle associazioni antiraket, è stato indagato dalla Direzione Distrettuale antimafia di Caltanisetta per bancarotta fraudolenta e riciclaggio, con l’obbiettivo di favorire personaggi vicini alla mafia siciliana. Cosa c’entra Piacenza? Giampiero Falco è fratello di Maurizio, Prefetto della città emiliana dal settembre 2017 al luglio di quest’anno, quando è stato sostituito dal vice prefetto di Palermo, Daniela Lupo, cresciuta in questi anni alla scuola di Antonella De Miro. Maurizio Falco è diventato prefetto di Latina.

Tornando all’inchiesta Odysseus, la preoccupazione per l’accaduto emerge dal comunicato congiunto dei sindacati militari di Aeronautica, Esercito, Finanza e Carabinieri, che segnalano “Il problema della trasparenza all’interno delle organizzazioni militari. Alla luce degli avvenimenti di valenza penale oggetto di cronaca ci chiediamo se siano davvero i sindacati militari a minare la coesione interna delle forze armate o, piuttosto, consuetudini e comportamenti penalmente ed eticamente riprovevoli legittimati da un sistema di gestione interna che non soggiace ad alcun controllo, se non quello postumo della magistratura che interviene, purtroppo, a fatti ormai compiuti”.

Fanno eco a questa preoccupazione le poche ma significative righe dell’ “Epilogo” che chiude l’ordinanza sugli arresti firmata dal giudice Luca Milani e depositata in cancelleria in un giorno che ci ricorda il passato: 19 luglio.

Dice il GIP: “Saranno gli eventuali processi a fare luce sui fatti e sulle responsabilità delle vicende illustrate, rispetto alle quali gli indagati hanno tutto il diritto di difendersi nelle opportune sedi. Ma nel chiudere la stesura di questo provvedimento il pensiero non può che andare al caso, il quale ha voluto che la data di conclusione del presente lavoro sia la stessa in cui, 28 anni fa, servitori dello Stato – di tutt’altro spessore rispetto agli odierni indagati – persero la vita compiendo il loro dovere. A loro si dedica questo atto di giustizia”.

28 anni fa, il 19 luglio 1992, morivano a Palermo, nell’attentato di via D’Amelio, il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.

 

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