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LE NAVI A PERDERE DI FRANCESCO FONTI (1°parte)

27 Maggio 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

NAVE VELENI 1

C’è un uomo di ‘ndrangheta che ha lasciato un segno profondo a Reggio Emilia e a Modena in tempi ormai lontani, tra gli anni Ottanta e i Novanta. E’ stato tra i primi a raccontare dettagli e gerarchie della mafia calabrese in Emilia Romagna, da quando ha iniziato a collaborare con la Giustizia. Nel processo Aemilia sono dedicate a lui alcune righe del fascicolo d’accusa richiamato dall’ordinanza sugli arresti firmata il 15 gennaio 2015 del giudice Alberto Ziroldi. Nelle 10mila pagine della sentenza di primo grado i giudici reggiani Caruso, Beretti e Rat ricordano la sua mappa delle cellule mafiose operative nelle due province, con i capi-bastone dei vari comuni che all’epoca rispondevano alle famiglie Dragone di Cutro e Arena di Isola Capo Rizzuto.

Questo signore, che nel frattempo è morto, si chiama Francesco Fonti, e se il suo nome non vi dice nulla è bene che proseguiate la lettura. Perché si tratta di un personaggio chiave, senza il quale sarebbe impossibile collegare alcune vicende drammatiche, in parte ancora irrisolte, che attraversano la storia italiana di quegli anni. Unite da un minimo comune denominatore: passano da Reggio Emilia.

Il primo a raccontarci chi è e cosa fa Francesco Fonti è il prof. Enzo Ciconte, che firma molti approfondimenti per i “Quaderni di città sicure” editi dalla regione Emilia Romagna.  Ci dice che Fonti è nato nel ’48 a Bovalino, un piccolo comune affacciato allo Jonio in provincia di Reggio Calabria. Figlio di un artigiano e di una casalinga, studia per una laurea che non arriva mentre tra i banchi del liceo incontra i rampolli delle famiglie influenti della zona: i Cordì, i Cataldo, i Modafferi. Entra nella ‘ndrangheta come picciotto quando ancora non ha 18 anni poi emigra in Piemonte dove nel 1972 diventa camorrista ad Orbassano nella prima cintura torinese. Dice Ciconte: “E’ uno ‘ndranghetista che non spara; appartiene alla categoria di coloro che usano la testa”. Nell’agosto del 1986, sul lungomare del paese natale, riceve dai potenti capi della cosca Romeo-Pelle di San Luca l’incarico di organizzare il traffico di droga in Emilia Romagna. Il mandato è di aprire una catena di distribuzione di eroina e cocaina in particolare nelle province di Reggio e di Modena, dove Francesco Fonti si insedia acquistando, come attività di copertura, il ristorante La Perla di San Martino in Rio (RE). Lo smercio della droga assume in fretta “dimensioni davvero straordinarie”, conferma lo stesso Fonti: “Per un certo periodo riuscivo a guadagnare circa 30 milioni di lire al giorno”. La materia prima parte da Milano, dove i Romeo-Pelle sono saldamente radicati, e arriva in una regione, l’Emilia Romagna, dove c’è posto per tutti (i clan) vista l’ampiezza della domanda di droghe. La sentenza di Aemilia richiama un interrogatorio in cui Fonti assicura che i potenti boss di Reggio Calabria sapevano benissimo dell’esistenza nella omonima Reggio Emilia di un Locale che faceva riferimento alla famiglia di Antonio Dragone. Non fu necessario chiedergli l’autorizzazione per l’ingresso sulla piazza emiliana, anche perché i Romeo-Pelle erano tra i fornitori di droga della ‘ndrangheta cutrese. Con diversi degli imputati di Aemilia Fonti si incontra in carcere a Reggio Emilia dopo un arresto nel 1987: conosce Eugenio Sergio e fa arrivare a suo cugino 500 grammi di cocaina al prezzo di 80 milioni al chilo. “Fui contattato anche tramite un tale Giuseppe Ruggiero (poi ucciso nel 1992 a Brescello) da Cataldo Corigliano, che si trovava in carcere a Bologna e viveva a Novellara: mi mandò i saluti di zio Totò (Dragone)”. La sentenza del Tribunale di Reggio Emilia del 1988, poi passata in giudicato, “mandò assolti Fonti e gli altri imputati dal reato associativo, per insufficienza di prove. Furono condannati solo per spaccio di stupefacenti”.  Lo ricorda sempre Enzo Ciconte che aggiunge: “E questo nonostante la stampa locale avesse per tempo indicato il carattere mafioso di quel traffico”. Francesco Fonti viene poi trasferito in carcere a Bologna e lì conosce altri personaggi importanti della ‘ndrangheta cutrese: Giuseppe Lucente, Antonio Macrì, Giuseppe Lerose e Angelo Salvatore Cortese. Simula un suicidio tagliandosi le vene di entrambi i polsi, e quando finisce in ospedale inizia nel 1994 la sua seconda vita da collaboratore, che lo porta a svelare la partecipazione della ‘ndrangheta al business dello smaltimento di rifiuti tossici e radioattivi. Lo fa in particolare tra il 2003 e il 2005, quando consegna alla Direzione Nazionale Antimafia un esplosivo memoriale in cui racconta i dettagli dell’affondamento di tre navi colme di bidoni: la Cunsky, la Voriais Sporiadais e la Yvonne A. Lui stesso, dice, ha fatto esplodere la dinamite per mandarle a picco. Almeno altre trenta navi, aggiunge, sono state affondate grazie alla complicità tra imprenditori senza scrupoli, ‘ndrangheta e uomini dello Stato, pronti a dividersi i guadagni dell’enorme business.

Sono le “navi dei veleni”, vascelli fantasma degni della miglior letteratura, dei quali però troviamo traccia nella relazione della “Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti” licenziata il 28 febbraio 2018. La relatrice, on. Chiara Braga del PD, dice nelle conclusioni: “Da circa trent’anni in Italia, e in parte in Europa, si discute delle cosiddette ‘navi a perdere’. È l’ipotesi mai scartata, ma mai avvalorata da prove oggettive, sull’affondamento doloso di imbarcazioni con carichi di rifiuti pericolosi, soprattutto radioattivi. La Commissione ha approfondito con notevole sforzo investigativo il tema, partendo dalle dichiarazioni dell’ex collaboratore di giustizia Francesco Fonti, e rileva prima di tutto la difficoltà incontrata nell’accertare i fatti, dovuta soprattutto alla ristrettezza dei mezzi investigativi delle autorità giudiziarie che se ne occuparono”.

Cinque anni prima la stessa commissione, presieduta dall’on. Gaetano Pecorella del Popolo delle Libertà, chiudeva un’altra relazione con simili riflessioni: “Diverse indagini sono confluite su un percorso e un binario già noto, ma, da un punto di vista giudiziario, morto. Nessuna ha portato a risultati concreti o soddisfacenti, nonostante il grande impegno profuso dagli investigatori. Il dato che risulta evidente è che la magistratura non è stata adeguatamente supportata per affrontare indagini così complesse sia per l’oggetto sia per l’estensione territoriale, trattandosi di traffici transazionali”.

Queste affermazioni coincidenti, benché espresse da due presidenti della Commissione di opposto orientamento politico, sono importanti perché la credibilità di Francesco Fonti è stata più volte e da più parti messa in discussione. Le stesse due commissioni si dividono: la più vecchia lo considera inattendibile, la più recente credibile. Nel luogo preciso in cui Fonti ha indicato esserci la Cunsky, 500 metri sotto il livello del mare al largo di Cetraro, vicino alla costa tirrenica della provincia di Cosenza, è stata sì individuato un relitto, ma si tratta della carcassa di un piroscafo affondato da un siluro tedesco nel 1917. Altre ricerche su quel fondale non sono state fatte e ciò è bastato per mettere in discussione l’intera narrazione di Fonti. Eppure, scrive la Commissione Parlamentare nel 2018, “soggetti diversi e istituzionali, come le Nazioni Unite, assicurano che quelle tre navi sono state realmente affondate nel Mediterraneo”. Il 22 settembre 2009, mentre infuria la polemica sulla nave Cunsky in fondo al mare che potrebbe contenere rifiuti radioattivi provenienti dalla Norvegia, il giornale del Cilento chiede un commento al prof. Ciconte: “Girano molte voci di navi affondate, ma non ci sono prove incontrovertibili. Lei cosa ne pensa?”. E lui risponde: “Mi pare abbastanza evidente che pezzi di classe dirigente di altri Stati hanno acconsentito a queste operazioni, ma io non dò la colpa a loro. Io dò la colpa ai nostri apparati: sono loro che non sono riusciti a proteggerci. È evidente che se il governo italiano non fornisce i soldi, i mezzi e gli strumenti necessari, la magistratura non può andare da nessuna parte. Perché trovare le navi sotto tutti quei metri d’acqua è la cosa più complicata. Ci vogliono moltissimi soldi. E mi domando: nelle condizioni in cui siamo, senza i fondi per far uscire le volanti dei carabinieri nella città di Roma, riuscirà il governo italiano a trovare gli strumenti per finanziare operazioni così complesse?”

No, non li ha trovati. Almeno fino ad oggi. Ma cosa c’entra tutto questo con Reggio e l’Emilia, a parte lo spacciatore di droga Francesco Fonti? C’entra assai, e per aprire la porta che collega Fonti, la ‘ndrangheta, le navi dei veleni (e delle armi), le morti misteriose di persone perbene, alcune società e città emiliane, affidiamoci a un’altra frase della relazione conclusiva della Commissione Parlamentare del 2013: “Il raccordo tra lo smaltimento di rifiuti tossici e la Somalia emerse ufficialmente allorquando il Corpo forestale di Brescia informò la Procura di Reggio Calabria che, in data 11 novembre 1995, erano state segnalate al largo di Bari due navi sconosciute che stavano effettuando operazione insolite: una scavava sui fondali del mare, l’altra vi seppelliva dei containers, creando tensione fra la popolazione locale”. Attenzione: non stiamo parlando della nostra Bari, capoluogo della Puglia. C’è una Bari più lontana, una regione sull’estrema punta del Corno d’Africa in Somalia, che ha per capoluogo la città di Bosaso. Perché della cosa si sia occupato il Corpo Forestale di Brescia, e perché abbia informato la procura di Reggio Calabria, lo vedremo in seguito. Ma è là, nel mare del golfo di Aden, che si trovano nel 1995 quelle due navi e alcune altre appartenute ad una società mista italo/somala con soci… a Reggio Emilia. Vi saliremo a bordo nella prossima puntata.

 

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