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LE NAVI A PERDERE DI FRANCESCO FONTI (seconda parte)

31 Maggio 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

NAVE VELENI 4

Il memoriale del collaboratore di giustizia Francesco Fonti, consegnato alla Direzione Nazionale Antimafia nel 2005, ci porta dritto agli anni Novanta e alle navi della Shifco, a suo dire utilizzate per il trasporto clandestino di rifiuti tossici e radioattivi in cui riuscì ad infilarsi la ‘ndrangheta. Shifco è il nome di una società di diritto somalo proprietaria di sei imbarcazioni donate dal Governo italiano al paese africano. Una flotta di pescherecci e navi frigo che viene poi affidata ad una seconda società, la Shifco Malit srl, costituita nel gennaio del 1990 a Mogadiscio. L’oggetto sociale è la pesca nelle acque somale e la commercializzazione nel mercato italiano. È singolare il fatto che il socio di maggioranza di questa società, con 255 milioni di lire, non è somalo ma italiano, della provincia di Reggio Emilia. Si tratta del dott. Paolo Malavasi, nato a Bologna e residente a Correggio (RE), che interviene in rappresentanza della Malavasi srl, società aperta a Parma nel 1980 e poi trasferita a Cadelbosco Sopra (RE). Per inciso la sigla Malit ritorna in diverse società iscritte alle Camere di Commercio di Milano, Parma e Reggio Emilia, che condividono a grandi linee anche la ragione sociale: intermediazione e commercio all’ingrosso di prodotti della agricoltura e della pesca. L’altro socio della Shifco Malit srl è l’ing. Omar Said Mugne, in rappresentanza del governo somalo. Imprenditore (oggi deceduto) di casa a Bologna e a Reggio dagli anni Sessanta, legato agli ambienti del partito Socialista in Italia e al presidente Siad Barre in Somalia fino alla sua caduta nel 1991 in piena guerra civile. Sul fatto che le navi della Shifco trasportassero più volentieri armi per il mercato clandestino che gamberetti per il mercato italiano, si sono già scritti fiumi di parole e di libri. Soprattutto dopo la morte della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e del suo cameraman Miran Horvatin, uccisi in un agguato a Mogadiscio il 20 marzo 1994. In un taccuino di Ilaria era scritto il nome della Shifco e la giornalista era stata spesso su quelle banchine del porto di Bosaso, nella regione di Bari, dove attraccavano le navi della flotta. La sua ultima intervista avvenne lì, con il sultano dei ribelli migiurtini Abdullahi Mussa Bogar, che cinque giorni prima dell’uccisione di Ilaria sequestrò la Faarax Omar della Shifco. Nave restituita solo dopo il pagamento di 450mila dollari di riscatto. Nel libro-inchiesta “L’esecuzione” scritto da Giorgio e Luciana Alpi, genitori di Ilaria, assieme al giornalista Maurizio Torrealta, si può leggere quanto dichiarò il marinaio Moamed Samatar, imbarcato come timoniere sull’ammiraglia della flotta, la 21 Oktober II, ufficialmente impegnata sulla rotta Mar Rosso/Gaeta per il trasporto del pescato: “La nave trasportava pesce, ma anche altra merce… come armi. Penso che fossero armi, perché i container avevano la scritta ‘esplosivo, pericoloso, non toccare’. Si fermava a caricare a Tripoli, poi scaricava a Beirut. È stata anche in Irlanda. Adesso è in Iran… A bordo ho incontrato Malavasi, il padrone. Poi il suo vice Mancinelli e Mugne, l’amministratore…”

È un percorso piuttosto originale, per una nave frigo che trasporta pesci dall’Oceano Indiano a Gaeta, nel Lazio, quello che passa per Beirut, che entra nel Golfo Persico e costeggia le cliff irlandesi…

Dunque per un certo periodo, all’inizio degli anni Novanta, è la famiglia Malavasi a controllare quelle navi. Ennio Malavasi (oggi deceduto), padre di Paolo e presidente della “Malit International srl” con sede sempre a Cadelbosco Sopra, è conosciuto soprattutto come ex presidente della GIZA spa di Bagnolo in Piano (RE). Colosso dell’impiantistica agrozootecnica che operava in mezzo mondo, erede della G&G di Gibertoni e Giovanardi, crollata nel 1993 sotto il peso di 75 miliardi di disavanzo. Il suo fallimento ha lasciato in braghe di tela oltre 400 risparmiatori che avevano investito in obbligazioni emesse dalla Spa. Ennio Malavasi l’ha guidata come Presidente dal gennaio 1983 al giugno 1991, andandosene prima del disastro e passando col figlio alle attività private.

Sullo sfondo di quegli anni e dei mercati in cui operava la Giza stanno i fiumi di denaro, centinaia di miliardi di lire, che il Fondo Aiuti Italiani (Fai) e il Dipartimento Italiano per la Cooperazione (Dipco) presieduto da Paolo Pillitteri, elargivano ai progetti di sviluppo all’estero. La sola flotta Shifco in Somalia è costata allo Stato italiano 113 miliardi. Negli anni d’oro la Giza operava in quattro continenti, dalla Svizzera al Kazakistan, dal Madagascar alla Libia, dall’URSS all’Ungheria, al Messico, al Venezuela. E naturalmente operava in Somalia, dove diede vita alla Gisoma spa per l’allevamento e la macellazione di bovini da esportare. La società è andata completamente perduta assieme ai 1500 milioni investiti dall’impresa reggiana. Poco male, visto che il progetto prevedeva un finanziamento iniziale di 51 miliardi e 800 milioni. Una piccola fetta nel mare dei miliardi di lire, 1900, con i quali nasceva nel 1985 il Fai, per assicurare la sopravvivenza a tre milioni di persone minacciate da fame e sottosviluppo nell’Africa subsahariana.

Questa Gisoma è l’altro nome reggiano che Ilaria Alpi aveva scritto nei suoi taccuini. Indagava da giornalista ciò che già indagavano in Italia alcuni magistrati come il Sostituto Procuratore di Milano Gemma Gualdi, che nel 1995 dice alla Commissione Parlamentare sulle politiche di cooperazione: “Quel bestiame della Gisoma, oggi sì e domani ancora, moriva per le malattie, per la fame e il caldo. Non credo che abbiano mai macellato o esportato molta carne”. Alla stessa Commissione il giornalista Maurizio Torrealta parla facendo nomi e cognomi di funzionari del Dipartimento cooperazione al Ministero degli Esteri: “Mi hanno detto che sapevano già dagli anni precedenti che la Giza e la Shifco erano coinvolte nei traffici d’armi”.

Due fronti illeciti sui quali indagare dunque: tangenti e distrazione di fondi sui progetti, traffico d’armi sulle navi. Ma il terzo fronte che svela Francesco Fonti, rifiuti da smaltire e navi a perdere, è forse ancora più redditizio degli altri, almeno per la ‘ndrangheta che nei primi anni Ottanta riunisce il vertice supremo al santuario di Polsi per discuterne. Il memoriale di Fonti inizia da lì, da quegli incontri all’aperto, convocati da Giuseppe Nirta del gruppo di San Luca, che vedono la partecipazione di Natale Iamonte per le famiglie di Melito Porto Salvo, di Giuseppe Morabito per Africo, di Giuseppino Barbaro da Platì, di Domenico Alvaro per l’area di Sinopoli e di Salvatore Aquino per le famiglie di Gioiosa Marina: il gotha della ‘ndrangheta.

“Da queste riunioni”, scrive Fonti “non uscì però un fronte comune. C’erano divergenze, perché non si voleva che sostanze pericolose fossero sepolte in Aspromonte, territorio amato dai capi. Alla fine fu deciso che ogni famiglia avrebbe gestito le attività dei rifiuti pericolosi nel rispetto reciproco ma per i fatti propri”. La famiglia di San Luca manda allora Fonti a Roma per incontrare l’avvocato Giorgio De Stefano, cugino del boss Paolo della famiglia reggina, uomo con potenti agganci politici, per avere indicazioni sulle nazioni estere “amiche” in cui si potevano smaltire i rifiuti tossici: “De Stefano mi disse che il posto ideale era la Somalia, precisando che bisognava prendere contatti con i vertici del Partito socialista. Dopodiché ebbi un appuntamento a Roma con Pietro Bearzi, allora segretario generale della Camera di commercio per la Somalia. Ci vedemmo in un albergo dove gli dissi esplicitamente che il suo disturbo sarebbe stato retribuito con generosità”.

La prima operazione di smaltimento risale al 1986, quando Fonti opera a Reggio Emilia e vive in una villa sulle colline modenesi. È Domenico Musitano detto “U fascista”, capo della famiglia di Platì, che deve fare sparire 600 fusti di scarti radioattivi provenienti dal centro ENEA di Rotondella, in provincia di Matera. Scrive Fonti che la richiesta è dell’allora direttore del centro Tommaso Candelieri, per rifiuti radioattivi che arrivavano da Svizzera, Francia (centrali nucleari), Germania e Stati Uniti. L’uccisione di Musitano davanti al Tribunale di Reggio Calabria per una vendetta di ‘ndrangheta provoca un leggero ritardo, ma nel 1987 si parte perché la famiglia Romeo ha dato il suo benestare. I fusti arrivano al porto di Livorno su 40 camion e vengono caricati sulla nave maltese Lynx la cui destinazione è Mogadiscio in Somalia. Nelle stive però ci stanno solamente 500 fusti e i rimanenti cento vengono spediti in Basilicata per essere seppelliti lungo l’argine del fiume Vella in comune di Pisticci. La foce morta di un altro fiume, l’Uebi Scebeli, ospiterà il grosso dei rifiuti trasportati via mare in Somalia. I 600 milioni di lire pattuiti, più altri 260 milioni di “spese vive”, vengono accreditati su di un conto segreto denominato “Whisky” presso la Banca della Svizzera italiana a Lugano e in seguito consegnati in contanti nelle mani di Francesco Fonti.

I dettagli di questa prima storia già ci dicono a che livello si addentri il collaboratore di giustizia. È così per le navi Shifco che portano i rifiuti a concimare di uranio le aride terre del Corno d’Africa, per quelle tre affossate da lui nel Mediterraneo di cui abbiamo parlato, e per le altre trenta di cui ha notizia. Risale al novembre 1992, cinque anni dopo il carico della Linx, un secondo trasporto contemporaneo a Mogadiscio, su due navi della Shifco, di armi richieste da un “signore della guerra”, Ali Mahdi, e rifiuti tossici in uscita dall’Italia. Dice Fonti che per questa operazione contattò Mirko Martini, un faccendiere residente a Piacenza che era in affari tanto con Omar Mugne quanto con il boss Sebastiano Romeo tramite il fratello Giuseppe. I due pescherecci giunsero presso il porto nuovo di Mogadiscio nel febbraio del 1993 e le operazioni di scarico furono effettuate grazie a uomini e mezzi messi a disposizione di Giancarlo Marocchino, trasportatore di Vercelli diventato potentissimo imprenditore a Mogadiscio, che fu tra i primi ad arrivare sul luogo dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Horvatin. Aggiunge Fonti alla Commissione Parlamentare nel 2013: “I rifiuti furono quindi interrati nei seguenti luoghi: un quarto al chilometro 150 della strada tra Berbera e Sillil, nella zona costiera del Bosaso, un quarto presso la foce del fiume Webi Jubba, vicino al confine con il Kenia, un quarto nel tratto di strada tra Dhurbo e Ceel Gaal nel Bosaso, e l’ultimo quarto sotto la strada Garoe Bosaso al chilometro 37,700”. Più chiaro di così…

Sempre dai verbali della Commissione si apprende che secondo Fonti il direttore del centro Enea pagò 1,2 miliardi di lire ai somali per i terreni messi a disposizione e 8,8 miliardi in contanti a Fonti per la cosca, ritirati presso la Hellenic Bank di Sarajevo, dei quali una parte fu versata a Mirko Martini e a Giancarlo Marocchino.

A questo punto una doppia domanda è d’obbligo: indagini e inchieste su questo mare di rivelazioni cosa hanno prodotto? E visto che parliamo di storie dello scorso millennio: i rifiuti scomodi continuano ad essere un business anche negli anni Duemila per la ‘ndrangheta? Un anticipo alla prima risposta sta nel titolo del resoconto stenografico della Commissione Parlamentare del 2013 che abbiamo citato: “Relazione sulla morte del Capitano di fregata Natale De Grazia”. È il Capitano di Lungo Corso, poi insignito della Medaglia d’Oro al Valor di Marina, che svolge le indagini sulle dichiarazioni di Fonti, utilizzando anche gli uomini del Corpo Forestale di Brescia che abbiamo incontrato nella precedente puntata. De Grazia muore improvvisamente dopo un pranzo in ristorante mentre si sta recando a La Spezia per rendere dichiarazioni in Tribunale sulle proprie indagini. Un anticipo alla seconda risposta sta nelle 83 pagine del “Focus Mafia & Rifiuti” che la DIA, Direzione Investigativa Antimafia, dedica al tema per la sua attualità, nell’ultimo rapporto sulle attività di contrasto alle mafie divulgato in questi giorni e relativo al primo semestre 2019. Ne parleremo nella terza puntata.

 

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