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TRASI MUNNIZZA E N’IESCI ORO

8 Giugno 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

NAVE VELENI 5

La frase del titolo, intercettata e registrata, l’ha pronunciata un trapanese “uomo d’onore”: Vincenzo Virga, la cui famiglia era specializzata nello smaltimento clandestino di rifiuti ospedalieri e pericolosi.

“Entra immondizia e ne esce oro”: non c’è modo migliore per rappresentare l’illecito business dei rifiuti sul quale tutte le mafie italiane si sono gettate a capofitto. Nell’ultimo ventennio del secolo scorso gli affari sporchi hanno contaminato l’imprenditoria, la politica, i trasporti, le relazioni internazionali. E soprattutto l’ambiente, lasciando sul terreno o sott’acqua, come abbiamo visto, una scia di morti misteriose e un numero inimmaginabile di bidoni tossici sui quali forse non riusciremo mai a conoscere la “vera” verità. Ma siccome stiamo parlando di una delle poche cose al mondo che non conosce mai crisi produttiva, i rifiuti, anche il terzo millennio non è da meno e vale la pena fare il punto sulla situazione attuale utilizzando i dati più recenti a cui possiamo attingere.

I volumi del mercato possono essere condensati in poche cifre forniti dall’ISPRA, l’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, istituito dall’omonimo ministero nel 2008. L’annuario del 2019 fissa in 30,2 milioni le tonnellate di rifiuti urbani prodotte nel 2018, con un aumento del 2% rispetto al 2017. 500 chilogrammi tondi per abitante in Italia. Il 58% finisce in raccolta differenziata: un dato ancora lontano dagli obbiettivi nazionali che prevedevano di arrivare al 65% nel 2012. Tra le sette regioni più virtuose, che quel traguardo l’hanno già raggiunto, c’è l’Emilia Romagna con il 67,3%. In discarica vanno sempre meno rifiuti (6,5 milioni di tonnellate) con una riduzione del 60% nell’ultimo decennio. Il 18% dei rifiuti viene incenerito e qui l’Emilia Romagna è seconda solo alla Lombardia con oltre un milione di tonnellate.

Questo è il mercato trasparente e legale dei rifiuti. Poi c’è quello illecito, gestito dalle “ecomafie”. Il termine risale al 1994 quando Eurispes, Arma dei Carabinieri e Legambiente presentarono il “primo rapporto sulla criminalità ambientale”. Cinque anni dopo la parola entrò purtroppo nei dizionari della lingua italiana vista la sua attualità. Nella filiera delle ecomafie un ruolo fondamentale viene svolto dal produttore del rifiuto, cioè l’imprenditore che ha la necessità di disfarsi dei quantitativi prodotti nella propria azienda. Scrive la Direzione Investigativa Antimafia, nell’ultimo rapporto divulgato a maggio 2020 e relativo al primo semestre 2019: “Non di rado la scelta d’impresa coincide con la volontà di liberarsi illegalmente dei rifiuti per abbattere i costi di produzione e acquisire una posizione di vantaggio rispetto ad altre aziende che, con trasparenza ed onestà, affrontano tutti gli oneri previsti dalle disposizioni di legge”. Nascono così anche “aziende di settore appositamente costituite e rapidamente condotte al fallimento, il cui scopo è quello di massimizzare gli introiti, soprattutto attraverso l’abbassamento della qualità del servizio e la evasione fiscale”. Quasi sempre queste “imprese senza scrupoli si avvalgono di società di intermediazione”, che preparano la “falsa documentazione di accompagnamento attestata da figure professionali compiacenti, come gli analisti chimici, per declassificare i rifiuti e spendere meno”. Anche gli Enti Locali secondo la DIA cedono spesso alle lusinghe di queste società, soprattutto quando debbono trovare soluzioni urgenti allo smaltimento rifiuti, “sia per risolvere conflitti sociali che per ovviare a esposizioni di responsabilità politica o amministrativa”.

Questa è solo la prima tappa della filiera dell’illecito, perché dopo il conferimento del produttore entrano in campo il trasporto e lo stoccaggio. “I rifiuti vengono gradualmente privati della pericolosità sia attraverso la simulazione di operazioni di trattamento e recupero, sia attraverso la falsificazione di documenti di trasporto e dei certificati di analisi. Indispensabili in questa fase sono le complicità degli autotrasportatori”. Un ruolo importante lo gioca infine “il sito di stoccaggio, funzionale al declassamento cartolare dei rifiuti con la sostituzione della documentazione di accompagnamento”. A volte gli autotrasportatori non scaricano nemmeno i prodotti, o addirittura non transitano per il sito. Ultimo anello, “assai sensibile, è la fase finale dello smaltimento” che spesso avviene “in siti non autorizzati ove i rifiuti vengono letteralmente tombati”.

La sintesi di questi traffici, per la DIA, è che siamo quasi in “un regime di monopolio nei servizi di rimozione e trasporto da parte di imprese direttamente controllate dalla criminalità organizzata: da vittime gli imprenditori sono divenuti soci delle compagini mafiose, acquisendo benefici in termini di volume di affari”. Ciliegina finale: “Le imprese mafiose del settore sono sempre più affidate a prestanome che”, come emerso nella recentissima operazione Feudo della DDA di Milano, “devono essere candidi”.

Ci sono tutti gli ingredienti tipici della mafia economica che abbiamo imparato a conoscere con Aemilia, ma guardando le indagini e le operazioni condotte dalle varie Direzioni Distrettuali Antimafia, scopriamo che l’Emilia Romagna è in realtà una delle regioni meno toccate dal fenomeno. Soprattutto perché il commercio clandestino “trova cassa di risonanza in quei territori dove la produzione del rifiuto deriva da un’imprenditoria sommersa che opera totalmente in nero, per la quale lo smaltimento illegale risulta l’unica soluzione” considerato anche “il basso rischio e la facilità di guadagno”. Questi guadagni si trasformano però, ricorda la DIA, “in un grave attentato alla libera concorrenza” che si riversa sull’intera società civile: dalle imprese che operano correttamente ai lavoratori, dai cittadini truffati agli ambienti devastati.

Andiamo allora in giro per l’Italia a vedere dove e come si consuma questo plurimo attentato, ma la speranza di poter riassumere in breve spazio le indagini degli ultimi anni è vana. Sono 58 le operazioni di polizia coordinate dalle Direzioni Antimafia che hanno portato dal 2016 ad oggi a sequestri, arresti, denunce. Indagini coi nomi più strani e fantasiosi, da Quisquiliae a Cannibal Cars, da T-Rex a Fogu Malu, da Eclissi a Eclipse, da Ultima Spiaggia a Piazza Pulita. Al fondo il denominatore comune delle mafie attive e colluse nel trasporto, stoccaggio e smaltimento. Il primato spetta alla Calabria governata dalla ‘ndrangheta, con 12 grandi operazioni negli ultimi cinque anni. C’è anche la nostra “Stige” tra le altre: nostra perché interessa la meccanica di processo a Parma e gli affari della cosca Farao Marincola di Cirò Marina collegata ai Grande Aracri/Diletto/Sarcone. Nuovi Fuochi divampano in Campania, dove ancora bruciare i capannoni coi rifiuti è una pratica usuale svelata dalle ultime cinque inchieste (con nomi più simpatici, come Gatto Silvestro, Ecoboss, Green…). Undici operazioni in Sicilia contro le attività di Cosa Nostra e ancor più della Stidda, con inchieste che toccano tutte le province (Le Piramodi, Bonifica Pasquasia, Ottagono, Plastic Free…). Nove operazioni in Puglia, dove Cannibal Cars ha svelato un traffico di rifiuti in partenza da una decina di grandi porti italiani con destinazioni esotiche: dagli Emirato Arabi alla Giordania, dall’Afghanistan al Burkina Faso, dall’Etiopia al Togo alla Nigeria e all’immancabile Somalia. Non ci sono più i bidoni di rifiuti tossici che partivano da Livorno negli anni ‘90, sostituiti da più moderni e capienti container, ma la sostanza non cambia. Le regioni del nord non sono da meno: 7 operazioni in Lombardia (Fire Starter, Bianco e Nero, Mensa dei Poveri…), 6 tra Piemonte, Liguria e Veneto. Si fa prima a citare le regioni non toccate dal fenomeno, e tra queste come dicevamo l’Emilia Romagna. Un solo dettaglio per capire di cosa parliamo: al porto di Ancona, nell’ambito della operazione Raehell, della Direzione Antimafia marchigiana, sono state sequestrate 27 tonnellate di apparecchiature elettriche ed elettroniche da rottamare (cosiddette RAEE), che venivano caricate nelle stive di navi dirette alla Mauritania e al Camerun. La Direzione Investigativa ha appurato che un analogo cargo per gli stessi paesi, e con gli stessi committenti, era in partenza anche dal porto di Rotterdam in Olanda.

Lo scenario internazionale dei traffici illeciti resta uno degli elementi che rendono più difficili i controlli e la repressione di questo immenso business. Dice la DIA che la recente chiusura del mercato legale della Cina (a partire dal gennaio 2018), in relazione all’esportazione di rifiuti dall’Europa (in particolare imballaggi, plastica, carta, metalli) ha aggravato la situazione, gettando nuove imprese e attività nel pozzo buio dell’illegalità. E intanto anche in Italia i flussi delle movimentazioni illecite cambiano percorsi, come sottolinea nel 2017 in un’audizione in Commissione Parlamentare il Procuratore Aggiunto della Repubblica di Brescia, dott. Sandro Raimondi: “Si registra un’inversione di flusso dei rifiuti illeciti, che dal sud risalgono al nord ove vengono smaltiti senza alcuna contestazione da parte dei responsabili tecnici degli impianti stessi. Brescia e le zone limitrofe, a mio modo di vedere, sono diventate una nuova Terra dei fuochi…”. Un dato ancora sempre relativo all’ultimo anno: le singole infrazioni in Italia alle norme sul ciclo dei rifiuti rilevate dalle forze di Polizia sono state 3.756. Il 47% di queste nella sola Campania, che continua a mantenere il non invidiabile primato di regione capofila.

I profitti di questo capillare lavoro, secondo la DIA, “continuano ad essere esponenziali e di difficile misurazione, se non per difetto”. Ma per gli investigatori il problema è a monte delle mafie, perché il fenomeno “si alimenta costantemente grazie all’azione famelica di imprenditori spregiudicati, amministratori pubblici privi di scrupoli e soggetti politici in cerca di consenso, nonché di broker, anche a vocazione internazionale, in grado di interloquire ad ogni livello. In talune aree del nord, ormai non più considerabili come isole felici, i gruppi criminali trovano un brodo di coltura nutriente per la realizzazione degli ecoreati. Le consorterie mafiose cercano, in particolare, di penetrare quelle zone grigie in cui subentra un principio di mutua assistenza. Ciò consente alle mafie di accaparrarsi concessioni o appalti per la fornitura di beni e servizi o per la gestione delle discariche, in cambio di favori di vario genere, elargiti a politici o a funzionari pubblici. È qui che si realizza”, conclude il dossier della Direzione Investigativa sul ciclo dei rifiuti, “il circuito perfetto mafia/corruzione”.

 

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