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UNA CREPA IN PROCURA

19 Giugno 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

gibertini petroli

Martedì 16 giugno 2020 è una data da ricordare nella lunga vicenda processuale di Aemilia. Per la prima volta, da quando l’allora Sostituto Procuratore Antimafia Marco Mescolini presentò richieste di misure cautelari che portarono agli arresti del gennaio 2015, emerge una diversa valutazione dei fatti e della loro rilevanza, all’interno della stessa Magistratura che esercita l’azione penale. Magari c’erano anche prima di oggi, diversità di opinione, come è legittimo e umano, ma certamente mai si erano manifestate in aula. Martedì 16 giugno invece il Sostituto Procuratore Generale dott. Valter Giovannini, discutendo in Corte d’Appello a Bologna il caso dell’imputato e imprenditore Gino Gibertini, condannato nel 2018 a otto anni per estorsione aggravata dal metodo mafioso, ha chiesto per lui l’assoluzione, associandosi così alla richiesta dei legali difensori, Tommaso Guerini e Luca Pastorelli. In primo grado i PM di Aemilia avevano invece chiesto 17 anni di carcere.

Gino Gibertini è amministratore della SpA Fratelli Gibertini, con sede a Modena, che commercializza prodotti petroliferi in Emilia Romagna. È stato socio del Modena Calcio ed ex presidente della blasonata squadra della Panini Volley. Il volume d’affari nella vendita di benzine e lubrificanti dell’impresa di famiglia era superiore ai 100 milioni di euro nel 2012, all’epoca dei fatti. La vicenda contestata può apparire poca cosa nel mare magnum degli affari economici della cosca emiliano romagnola: una estorsione di 25mila euro ai danni di Enzo Melchiorri, un piccolo imprenditore di Castellarano (RE) che si era indebitato con lo stesso Gibertini per 51mila euro. La storia, ricostruita attraverso indagini, intercettazioni e deposizioni in aula a Reggio Emilia, si riassume in un passaggio chiave: la scelta di Gibertini di cedere il proprio credito verso Melchiorri, che non si decideva a saldare il debito nonostante le ingiunzioni di pagamento, ad un terzo personaggio. E’ Antonio Silipo, uomo della cosca Sarcone/Grande Aracri residente a Cadelbosco Sopra (RE), condannato in via definitiva nel rito abbreviato di Aemilia a 14 anni di carcere. Per questa cessione del credito Gibertini si accontenta di 5mila euro che riceve da Silipo, ma sostiene di essere soddisfatto perché quei 51mila li aveva già dati persi e inseriti a bilancio tra i crediti inesigibili. Silipo a sua volta è soddisfatto perché paga 5mila e incassa 25mila. Anche Melchiorri è soddisfatto: doveva pagare 51mila e se la cava con la metà, di cui solo 5mila in contanti e gli altri 20 con cambiali da mille euro l’una.

Se fosse andata davvero così non ci sarebbe neanche da discuterne.

Ma non è andata così secondo i due PM Mescolini e Ronchi; secondo i tre giudici del primo grado di Reggio Emilia Caruso, Beretti e Rat; secondo il giudice del rito abbreviato di Bologna Zavaglia che condanna i due presunti complici di Gibertini (lo stesso Silipo e il capo cosca Nicolino Sarcone) anche per questo reato di estorsione, con sentenza poi passata in giudicato.

La piccola storia di Gino Gibertini, contemplata al capo 65 del lungo elenco di reati contestati in Aemilia, è in realtà una delle vicende emblematiche del modus operandi della cosca in Emilia Romagna, che utilizza la cessione del credito e la minaccia estorsiva per accalappiare imprenditori e imprese locali col fine di succhiare loro il sangue. Ha molte affinità con le storie di Mirco Salsi e di Giuliano Debbi, o con quelle ancora di Omar Costi e di Augusto Bianchini. Per i quali sembra perdersi nel tempo e nelle circostanze il confine tra l’essere vittime o collusi negli affari di ‘ndrangheta.

Questo almeno dicono le sentenze di Aemilia che possiamo leggere, a partire da quella del rito abbreviato di Bologna che la dott.ssa Francesca Zavaglia ha depositatato in cancelleria quasi quattro anni fa, il 7 ottobre del 2016. C’è un “ambivalente rapporto del sodalizio ‘ndranghetista con l’imprenditoria locale tutta emiliana, che dà prova di non essere troppo turbata dal contatto con simili ambienti malavitosi e non disdegna affatto di avvalersene alla bisogna”. L’affermazione è riferita proprio al caso in questione che coinvolge tanto l’imprenditore Gibertini quando l’uomo di ‘ndrangheta Silipo. La dottoressa Zavaglia cita un altro Gibertini, il noto giornalista sportivo di Telereggio Marco (i due non sono parenti), definito “spregiudicato faccendiere emiliano, ben introdotto negli ambienti politico-imprenditoriali di Reggio Emilia, che si è prestato a fungere da anello di congiunzione tra il sodalizio e il proprio ambiente, offrendo in tal modo alla ‘ndrangheta un formidabile strumento di espansione e penetrazione”. Dice il giudice che lo stesso Marco Gibertini, parlando di un altro caso di estorsione in cui è coinvolto l’imprenditore reggiano Mirco Salsi, scrive nei suoi appunti: “Silipo esibì a Salsi una cessione del credito effettuata dalla ditta Gibertini Petroli di Modena, affermando che anche per Salsi avrebbero dovuto seguire quella impostazione”. E un altro modello simile di cessione del credito, prosegue la dott.ssa Zavaglia, è stato ritrovato durante le perquisizioni che hanno interessato un altro imprenditore reggiano processato e condannato in Aemilia, Giuliano Debbi. Se ne deduce, conclude il giudice, che “il contratto di cessione del credito in tutti questi casi è simulato. Il credito rimane in capo al committente, che incarica i calabresi dell’esenzione dal debitore in difficoltà, consapevole (l’imprenditore committente) che ciò potrà avvenire solo in quanto questi (i calabresi) utilizzino i metodi intimidatori loro propri, noti e temuti dalla comunità locale che conosce il potere della ‘ndrangheta”. Per intimidire Melchiorri, Silipo si presenta la prima volta assieme al capo Nicolino Sarcone. Quanto fosse intimidito l’imprenditore di Castellarano lo si è visto in aula a Reggio nell’udienza del 7 settembre 2016 quando ha testimoniato come persona offesa, e lo si legge nelle trascrizioni delle telefonate intercettate, quando Silipo pretende i soldi: “Melchiorri, mettiamoci l’anima in pace perché questi sono soldi che devono venir fuori in un modo o nell’altro, perché giustamente ci spettano”. E lui balbetta in risposta: “Io ho sempre dato una mano a tutti, ti dico, i tuoi paesani, io con loro ce l’ho messa tutta, li ho aiutati tutti quando hanno avuto bisogno con i lavori… perché so che sei calabrese, quindi…”

Silipo: Quindi…?”

L’estorsione di Silipo è dunque certificata dalla sentenza passata in giudicato, ma il coinvolgimento di Gino Gibertini? La Corte di Reggio Emilia non ha dubbi. Intanto se c’è stata cessione del credito, non si capisce perché Melchiorri emetta le cambiali intestate a Gibertini, anche se le consegna a Silipo. Poi la dettagliatissima ricostruzione dei fatti, riassunta in oltre 50 pagine dal dott. Andrea Rat, il giudice estensore del collegio che ha scritto le motivazioni del rito ordinario, portano la Corte ad una sentenza perentoria: “Ritiene il Tribunale dimostrata, al di là di ogni ragionevole dubbio, la penale responsabilità dell’imputato per il reato a lui ascritto”. Che è quello, si legge più avanti, di essere stato “il mandante dell’azione estorsiva materialmente compiuta da Silipo, sotto la direzione di Nicolino Sarcone, nella consapevolezza che sarebbero stati utilizzati metodi tipicamente mafiosi da parte di soggetti che Gibertini sapeva appartenere al consorzio criminale”.

Gino Gibertini si è dichiarato estraneo ai fatti, sostenendo di essersi limitato ad una normale strategia finanziaria da tempo in uso presso la sua azienda, fondata sullo strumento della cessione del credito a terzi, ma “Ritiene al contrario il Tribunale che le conversazioni telefoniche intercettate dimostrino il mandato estorsivo conferito da Gibertini a Silipo e smentiscano clamorosamente i tentativi, invero illogici, dell’imputato di fornire spiegazioni alla vicenda”.

Resta da comprendere come e perché, secondo i giudici, questa e le altre vicende di estorsione svelate da Aemilia rappresentino una delle caratteristiche più “moderne” e allo stesso tempo “preoccupanti” della ‘ndrangheta calabrese operante in Emilia Romagna. Dice la sentenza di Reggio Emilia: “L’acclarata volontà del mandante di rivolgersi ad una associazione criminale affinché recuperi o riscuota il proprio credito con metodi illeciti, violenti o intimidatori, si traduce in un vero e proprio mandato estorsivo che fa cadere sotto la scure della nullità ogni atto volto a conferire apparente legittimità alle attività di recupero credito. La logica che si intravede in luce è la sinergia criminale instaurata tra imprenditoria e ‘ndrangheta, che qui corre sul crinale dello strumento contrattuale della simulazione della cessione del contratto. Alla continuità con il passato si aggiunge il quid novum, che rappresenta il tratto caratterizzante della nuova associazione mafiosa. Il riferimento va alla definitiva emersione del sodalizio dai confini all’interno dei quali era germinato e si era sviluppato, per presentarsi definitivamente all’economia e all’imprenditoria reggiana ed emiliana secondo una strategia che ha alimentato la capacità di infiltrazione della consorteria in una spirale potenzialmente senza fine. Alla fama criminale raggiunta sul territorio, alla riserva di violenza ed al suo concreto utilizzo, si sono affiancate metodologie di azione più raffinate che, prima di fare sfoggio della loro forza rude, fanno leva sulla capacità operativa del sodalizio di creare facile ricchezza illecita appetibile da più parti del ceto imprenditoriale reggiano ed emiliano che, in tale modo, si è lasciato avvicinare per entrare in affari illeciti controllati dal sodalizio”.

Se questa analisi e conclusione del Tribunale di Reggio Emilia ha un fondamento, si comprende perché la storia di Gino Gibertini e la richiesta di assoluzione avanzata per lui dal sostituto procuratore Giovannini nell’udienza del 17 giugno non possano essere considerati fatti isolati dal contesto generale. Stiamo parlando del più grande processo alla ‘ndrangheta fino ad oggi celebrato in Italia, dove il tutto è qualcosa di più della semplice somma aritmetica dei singoli capi di imputazione. Le domande sorgono spontanee: c’è unità di vedute e una strategia comune tra i PM che conducono l’accusa in Appello? La tesi assolutoria verrà riproposta anche per gli altri imprenditori considerati collusi nelle estorsioni dalla sentenza di primo grado? Un processo che ha avuto il suo punto di forza nella capacità di tenere assieme le maglie dei mille rivoli in cui si incanala e si espande l’azione mafiosa, mostrata sia nelle indagini che durante il dibattimento di primo grado, verrà derubricato in Appello nella sola trattazione separata dei singoli fatti, come se l’insieme delle parti non avesse una sua autonoma ragione e un suo senso criminale?

Le prossime udienze ci daranno risposta.

 

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