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UN GIOVEDI’ COME TANTI…

13 Giugno 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

ROCCO CRISTELLO

Giovedì 11 giugno: alle prime luci dell’alba alcuni carabinieri provenienti dalla Brianza e da Como, assieme ai colleghi del Comando Provinciale di Reggio Emilia, perquisiscono l’abitazione di un imprenditore calabrese incensurato, di 61 anni, che abita a Sant’Ilario d’Enza, al confine tra le province di Reggio e di Parma. Tra le altre cose che trovano, motivo sufficiente per arrestarlo e portarlo al carcere della Pulce, un revolver calibro 38 special non dichiarato e 48 proiettili dello stesso calibro. Che notoriamente fanno parte del kit dell’imprenditore medio emiliano. Si chiama Domenico Cristello, ha 61 anni ed è cugino di Umberto Cristello, nato a Mileto, in provincia di Vibo Valentia, ma residente a Seregno, nella bassa Brianza a nord di Monza e di Milano, dove la famiglia di ‘ndrangheta dei Cristello, secondo la Direzione Antimafia lombarda, faceva il bello e cattivo tempo. Anche Umberto è stato arrestato all’alba di giovedì, così come l’altro cugino Carmelo, che le attività della cosca le aveva estese nei vicini comuni di Meda, Mariano Comense e Giussano. L’operazione si chiama “Freccia” ed ha prodotto 22 provvedimenti di custodia cautelare: 16 in carcere, 4 arresti domiciliari, 2 obblighi di dimora. Il boss storico della famiglia Cristello è il defunto fratello di Umberto, Rocco Cristello, ucciso a Verano Brianza il 27 marzo 2008 con 19 colpi di pistola. La famiglia inizialmente si dedicava ad esercitare il proprio controllo mafioso sulle postazioni per i carretti ambulanti della vendita di panini, ma come nei migliori film l’attività si è poi allargata e diversificata, tante che le accuse dell’operazione Freccia parlano di estorsione, porto abusivo di armi, traffico internazionale di sostanze stupefacenti, recupero crediti, ecc.

La stessa mattina di giovedì 11 giugno i Carabinieri di Reggio Emilia sono impegnati in giro per la provincia di Reggio Emilia ad eseguire perquisizioni e arresti nell’ambito della operazione “Fast Car”, coordinata dal dott. Iacopo Berardi della Procura reggiana. Ci raccontano il tenente colonnello Stefano Bove e il capitano José Ghisilieri che sotto indagine è una organizzazione criminale dedita in particolare al commercio della cocaina in provincia, da Baiso alle rive del Po passando per Reggio Emilia. 17 sono gli indagati, con 6 ordini di cattura, e 300 grammi la cocaina sequestrata per un valore superiore ai 15mila euro. I personaggi coinvolti, in buona parte originari della Campania e della Calabria, gestivano un florido mercato che ha risentito delle ristrettezze imposte dal Covid. In una intercettazione uno degli spacciatori racconta che le limitazioni di movimento gli hanno fatto perdere in media 500 euro al giorno di ricavi. La merce da vendere arrivava in buona parte dal quartiere napoletano di Scampia. Il nome dato alla operazione deriva dal fatto che i malviventi amavano scambiarsi auto veloci e potenti per consegnare la merce e gestire le attività (avete presente il film Fast & Furious?). Oltre alla droga i Carabinieri hanno sequestrato ad uno dei personaggi coinvolti anche un fucile funzionante della seconda guerra mondiale e le relative munizioni.

In queste due storie di lotta alla criminalità organizzata c’è un tratto comune che vale la pena sottolineare. Riguarda la “qualità della domanda”: cioè quanto e con quali caratteristiche il contesto socio economico in cui si opera è ricettivo in riferimento ai servizi offerti. Sul versante cocaina i comandanti dei Carabinieri confermano la diffusa presenza in provincia di una clientela molto selezionata per capacità economiche, composta in particolare da “giovani rampolli” di famiglie benestanti e di “liberi professionisti” con elevata autonomia finanziaria. La “droga dei ricchi” insomma, che non conosce crisi. Più preoccupante ancora, forse, ciò che emerge dall’indagine Freccia che colpisce la pianura lombarda così come Aemilia colpisce quella emiliana. Dicono gli inquirenti che “L’attività di recupero credito veniva sempre richiesta, e non offerta, sia da imprenditori sia anche da gente comune”. Tornano alla memoria le parole usate dal procuratore Marco Mescolini all’inizio della sua requisitoria nel primo grado del processo Aemilia: “Voi non troverete in questo processo che qualcuno degli accusati di appartenenza alla ‘ndrangheta abbia fatto il primo passo verso gli imprenditori. Non è mai stato così! E lo dimostrerò su tutti i delitti, anche quelli di cui poi gli imprenditori divengono vittime”. Spesso insomma sono gli imprenditori a rivolgersi alla ‘ndrangheta per avere quanto altrimenti non potrebbero. “Vivono come dire una luna di miele”, dice sempre il dott. Mescolini, che è destinata a finire presto con amari risvegli.

Non sfugge, nella indagine che ha portato agli arresti di ieri, il fatto che non solo i titolari di imprese, ma anche “la gente comune”, almeno in Lombardia, trovi oggi conveniente accettare i servizi della mafia. “Affidare alla ‘ndrangheta il recupero di discrete somme di denaro in cambio di una percentuale sull’intero capitale” dicono ancora i Carabinieri dopo gli arresti di ieri, “è ormai divenuta una pratica sempre più diffusa tra gli imprenditori locali e rappresenta oggi una importante fonte di introiti per le organizzazioni criminali. Le quali, oltre a trattenere per sé una grossa percentuale del debito riscosso, riescono contestualmente ad inserirsi nelle stesse imprese committenti o, comunque, nel settore commerciale locale”.

Tale e quale la storia di Aemilia. Che sempre giovedì 11 giugno, quando il sole è già alto e prima che una bomba d’acqua costringa a sospendere l’udienza per l’assordante rumore sui tetti, registra una nuova puntata del processo d’Appello nell’aula bunker del carcere della Dozza a Bologna.

Sono già una quindicina (su 116) le posizioni dei condannati in primo grado discusse davanti alla corte presieduta dal giudice Alberto Pederiali. Quindici mini processi, calenderizzati per snellire le udienze e limitare la presenza in aula, nei quali la Corte richiama la condanna e le ragioni dell’appello, prima di dare la parola ad accusa, parti civili e difesa, che illustrano le rispettive richieste. Fino ad ora la Procura Generale ha chiesto la conferma delle condanne di primo grado, con la sola riunificazione della pena (scontata) per gli imputati soggetti a due sentenze nel processo di Reggio Emilia (rito ordinario e abbreviato). Gli avvocati difensori dal canto loro sembrano percorrere sino ad oggi due principali direttrici per contestare l’impianto accusatorio: da un lato la presunta scarsità di elementi portati a dibattimento in primo grado (soprattutto per gli imputati minori), dall’altro la non sussistenza o la non dimostrabilità dell’aggravante dell’art. 7 del d.l. 152/1991, cioè dell’aver agito per avvantaggiare l’associazione mafiosa. Una aggravante che cambia molto le cose in termini di anni di condanna. Prima dell’acquazzone, giovedì 11 giugno, si discute tra gli altri la posizione di Giuseppe Villirillo, cugino del ben più blasonato (per statura ‘ndranghetista) Romolo, e condannato a 8 anni e 6 mesi in primo grado. La Corte di Reggio Emilia lo aveva ritenuto colpevole di avere partecipato ad una estorsione che nasceva guarda caso da un recupero crediti per 250mila euro affidato a uomini della cosca Grande Aracri/Sarcone. Per capire con quale garbo la consorteria reggiana provvedeva al recupero crediti, data la propria riconosciuta forza e temibilità, prendiamo una dichiarazioni rilasciata agli inquirenti dall’imprenditori finito vittima dell’estorsione. Stefano Neffandi ricorda nell’udienza del 2016 in cui testimonia a Reggio Emilia le parole a lui rivolte da Romolo Villirillo, oggi condannato in via definitiva: “Sappi che conosciamo dove abiti”. E poi l’imprenditore aggiunge al Presidente Caruso: “Basta, non mi disse niente altro”.

È quasi una minaccia da signori, se confrontata con quelle che emergono dalle intercettazioni dell’inchiesta di Milano, dove per inciso si evidenzia un nuovo fronte di attività della cosca di ‘ndrangheta: quello della sicurezza ai locali. Particolarmente preoccupante perché se le guardie giurate, i “buttafuori” e i “gorilla” rispondono alla mafia, e magari sono armati, non c’è da stare allegri. Ma anche nel recupero crediti gi affari per gli ingenui avventori si trasformano presto in incubo. Soprattutto se ti senti dire al telefono, come emerge dalle intercettazioni: “Ve lo giuro, vi sparo dai coglioni fino alla gola e ve li faccio saltare al cervello: questo è poco ma sicuro. Io gli sparo quattro colpi in testa e gli faccio saltare il cranio. Perché adesso mi avete rotto il cazzo tutti…”

Giovedì 11 giugno finisce qui, ma già venerdì 12 giugno si ricomincia, con il processo in Corte d’Assise a Reggio Emilia dove parlano nelle arringhe difensive i due avvocati Filippo Giunchedi e Gianluca Fabbri che rappresentano Nicolino Grande Aracri. Per il loro assistito chiedono l’assoluzione: non ha progettato gli omicidi di Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero, e non vi ha partecipato. I collaboratori di giustizia che lo accusano non sono credibili e raccontano il falso per ragioni personali. “Per vanità” dice l’avv. Fabbri riferendosi ad Angelo Salvatore Cortese. Mentre del suo assistito dice invece in conclusione: “Non è uno stinco di santo, ma non è colpevole di questi delitti”. In video conferenza, dal carcere di Opera a Milano, il “non stinco di santo” ascolta in silenzio…

 

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