UNA COLICA PER DUE PROCURE

25 Novembre 2020

di Paolo Bonacini, giornalista

SAN FLORO

Il 30 agosto 2015 nel comune di San Floro, paesino in provincia di Catanzaro a dieci chilometri dal Golfo di Squillace (che non dà mai pace, dicono i marinai) un uomo che fa la guardia al magazzino del consorzio Farma Italia, Mohon Halal, asiatico residente a Brescello (RE), è vittima di una colica renale. Chi le ha avute sa che sono una brutta bestia e quando il dolore picchia forte serve almeno una puntura di Toradol per tornare a respirare. Giuseppe Tallini e la moglie Maria Nunzia Scerbo caricano dunque Mohon in auto e lo accompagnano di corsa al pronto soccorso. Chi sono questi signori e perché l’episodio ci interessa?

Giuseppe Tallini è figlio di Domenico, esponente di Forza Italia e presidente del Consiglio Regionale della Calabria, finito nei giorni scorsi agli arresti domiciliari a conclusione dell’indagine Farmabusiness, condotta dalla Procura di Catanzaro. Maria Nunzia Scerbo è sua moglie. Mohon Halal è definito dagli inquirenti “uomo di fiducia” di Salvatore Grande Aracri, anch’egli residente a Brescello, figlio di Francesco e nipote di Nicolino Mano di Gomma. Salvatore è “l’ombra del boss di Cutro”, dice l’ordinanza del Gip di Catanzaro Giulio De Gregorio, che si staglia dietro la compagine societaria del consorzio Farma Italia. Quella sede a San Floro il consorzio l’ha aperta cinque mesi prima, nel marzo 2015, quando già possiede tutte le licenze e le carte in regola per la distribuzione di farmaci nel territorio regionale e nazionale, grazie alle buone relazioni dell’allora assessore regionale Tallini. Nel mese di luglio suo figlio Giuseppe è entrato formalmente nel Consiglio di Amministrazione di Farma Italia e il consorzio ha un fondo di 85mila euro con un potenziale bacino iniziale, tra Calabria, Puglia e Campania, di 75 punti vendita ai quali offrire i propri prodotti. Domenico e Giuseppe Tallini però ancora non sanno, in quell’estate 2015, chi sono i reali compagni d’avventura ai quali gli intermediari dell’affare, Domenico Scozzafava (ora in carcere) e Paolo De Sole (agli arresti domiciliari), si sono rivolti: i Grande Aracri.

Ad informarli è proprio la guardia sotto colica, che durante quel viaggio verso l’ospedale racconta a Giuseppe Tallini e alla moglie di lavorare grazie a Salvatore, detto (a Brescello) “Il Calamaro”. Questa sorta di confessione è una leggerezza che potrebbe creare problemi con i fornitori e nel commercio di farmaci e parafarmaci, perché la fama della famiglia cutrese nel 2015, dopo gli arresti che a gennaio hanno segnato l’avvio di Aemilia, non è certamente delle migliori. Secondo la Procura di Catanzaro, però, l’idea di legarsi alla più grande organizzazione di ‘ndrangheta mai portata a processo non crea alcun problema alla famiglia di Domenico Tallini. Che si impegna personalmente a radunare le prime farmacie del consorzio dopo aver ricevuto in cambio nel 2014, secondo l’accusa, un buon pacchetto di voti nelle elezioni regionali (9939 preferenze per lui, primo eletto del centro destra). Ma anche ruoli importanti nel consorzio per il figlio Giuseppe e la nuora Maria Nunzia.

Di quella leggerezza commessa dal povero guardiano Mohon parlano in seguito Paolo De Sole e Salvatore Grande Aracri ma dalle intercettazioni, dice il giudice De Gregorio che ha deciso le misure cautelari: “Non emerge alcuna preoccupazione in merito alle eventuali reazioni di Domenico Tallini. Reazioni che sarebbero state auspicabili in un’ottica di buona fede dello stesso”.

Circa un anno dopo l’episodio della colica renale di Halal, il 9 maggio 2016, negli stessi magazzini di Girello di San Floro, entra la Polizia di Stato per un controllo relativo a Farmaeko, l’altra società costruita dai medesimi protagonisti, che si occupa della distribuzione e della vendita dei medicinali. Il custode che gli agenti incrociano quel giorno non è più Halal. Si chiama Giuseppe Passafaro, è residente a Viadana, e sebbene la Polizia gli chieda di contattare l’amministratore Paolo De Sole, la sua prima telefonata è ad un altro personaggio noto sulle rive del Po: Francesco Muto classe ’67, residente a Brescello. È doveroso a questo punto ricordare che sia Giuseppe Passafaro che Francesco Muto sono stati rinviati a processo in Grimilde, l’inchiesta della DDA bolognese che indaga gli affari illeciti della cosca (post Aemilia) portati avanti a Brescello, Gualtieri (RE), Mantova e Piacenza. Muto è stato condannato nel primo grado del rito abbreviato (ottobre 2020) a 11 anni e 3 mesi; Giuseppe Passafaro, zio della moglie di Salvatore Grande Aracri (Carmelina) e padre di altri due imputati (Paolo e Francesco Pietro) andrà a processo nel rito ordinario tra poche settimane come prestanome di un conto corrente postale e per il furto di materiale edile sotto confisca. Sempre nel processo Grimilde Salvatore Grande Aracri (capo e organizzatore anche in Farmabusiness) è stato condannato a 20 anni in primo grado.

Farma Italia e Farmaeko sono dunque più vicine a Brescello di quanto non dicano gli 850 chilometri che separano in linea d’aria il paese emiliano dal comune di San Floro. Del resto il guardiano Giuseppe Passafaro alle trasferte di lavoro c’è abituato, visto che nel 2017 ha fatto parte del contingente di 8 operai mandati da Salvatore Grande Aracri a lavorare in cantieri edili del Belgio, dove la cosca si era garantita una attività di caporalato, reclutamento e sfruttamento del lavoro per conto di poco raccomandabili imprenditori albanesi. L’accordo che Salvatore aveva strappato era di 14 euro l’ora, per sei giorni lavorativi la settimana di 10 ore ciascuno. Agli operai sarebbero andati solo 8 euro l’ora comprensivi di tutto; gli altri 6 erano il guadagno della cosca. Ad aiutare Salvatore a perfezionare l’accordo, in quella occasione, era stato il fido consulente Leonardo Villirillo, condannato in Grimilde dal giudice Sandro Pecorella a 10 anni e 10 mesi. È lo stesso Villirillo che in Farmabusiness viene arrestato perché “assume un ruolo centrale nell’illustrazione del business ciminale” della vendita di farmaci e che il giudice De Gregorio considera capace di avere “voce in capitolo al pari di Salvatore Grande Aracri”. Per mandare i lavoratori in Belgio, raccontano le carte di Grimilde, la ‘ndrangheta di Brescello utilizzava una società che si chiama Viesse srls, pronta all’uso per ogni ramo economico: dalla gestione di una pizzeria chiamata “La qualunquemente mangi” all’assunzione di manodopera, dall’edilizia… ai farmaci, visto che i flussi di denaro necessari all’acquisto e alla ristrutturazione di parafarmacie nell’operazione Farmaeko al sud venivano gestiti da Salvatore Grande Aracri, Francesco Muto, Leonardo Villirillo e Francesco Lerose attraverso la Viesse di Brescello. Tanto che sui suoi conti tra il 2016 e il 2017 vengono accreditate ingenti somme in entrata provenienti dal consorzio Farma Italia e dalla società Farmaeko. Dice la sentenza del 12 giugno 2019, emessa dal giudice di Bologna Alberto Ziroldi sulle richieste di arresti presentate dal sostituto procuratore Beatrice Ronchi nell’ambito dell’inchiesta Grimilde: “La vicenda Farmaeko, in sé priva di profili di rilevanza penale, appare emblematica della capacità di infiltrazione del sodalizio ‘ndranghetistico emiliano nella economia non solo locale, ma nazionale”. La rilevanza penale l’ha individuata ora la Procura di Gratteri.

Non sfugge a nessuno, da questo insieme di dati, l’indissolubile legame esistente tra l’inchiesta Grimilde della DDA bolognese e l’inchiesta Farmabusiness della DDA di Catanzaro. E se non bastano i nomi e i fatti elencati aggiungiamo altri due personaggi eccellenti indagati in questi giorni in Calabria dalla Procura di Catanzaro, che stando alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti nascondevano un discreto arsenale di armi, compresi i mitici kalashnikov, tra casse di legno interrate, ingranaggi di una ruspa Fiat e di un trattore Landini (reggiano doc). Sono Giovanni Abramo e Salvatore Francesco Romano. Il primo (già condannato in via definitiva al processo Kyterion) ha rimediato altri 3 anni e 9 mesi in Grimilde; il secondo, considerato uomo di vertice a soli 32 anni e genero di Ernesto Grande Aracri, è nato a Cadelbosco Sopra (RE) ed è stato arrestato nei giorni scorsi a Reggio Emilia nella casa dei genitori. C’è altro ancora a collegare le due operazioni perché dal sud viene spesso in Emilia quel Paolo De Sole, definito truffatore seriale, che è pedina fondamentale nella costruzione del consorzio Farma Italia e che Grimilde racconta essere coinvolto nel progetto di riutilizzo dell’area ex bocciofila del comune di Brescello. Per contro indagato al sud è ora quel Giuseppe Ciampà figlio della sorella di Nicolino, Bettina Grande Aracri, che si occupava di false fatturazioni in Grimilde e che la procura di Catanzaro definisce “immigrato a Cutro nel 2010 dal comune di Brescello”.

Ma forse il più forte collegamento tra le due indagini, oltre ai vari membri della famiglia Grande Aracri, è il modus operandi che li distingue all’indomani degli arresti di Aemilia. In entrambe le operazioni la cosca cerca una sponda politica forte, autorevole, coinvolgente e da coinvolgere, capace di aprire le porte e snellire le procedure. Salvatore Grande Aracri in Emilia Romagna la trova nel presidente del consiglio comunale di Piacenza, Giuseppe Caruso di Fratelli d’Italia, funzionario dell’Agenzia delle Dogane, che ha gli agganci giusti anche per manipolare i bandi della Comunità Europea. In Calabria la trova nell’assessore al personale, poi presidente del consiglio regionale, Domenico Tallini, di Forza Italia. Salvatore è figlio di Francesco, uno dei fratelli più legati a Nicolino Mano di Gomma che invece ha solamente figlie femmine. È indubbiamente lui, neppure quarantenne all’epoca dei fatti di Grimilde e Farmabusiness, il cavallo di famiglia su cui hanno puntato i Grande Aracri per il governo delle attività tanto al nord quanto al sud. Salvatore ci ha provato e sul versante politico era arrivato in alto, ma le Procure Antimafia di Bologna e Catanzaro lo hanno accerchiato e il suo tempo è già scaduto. Le storie di ‘ndrangheta ci raccontano che le organizzazioni criminali non hanno preferenze di partito e non disdegnano affari con chiunque sia disposto a fare affari con loro. Però ci raccontano anche in Emilia Romagna che a processo e in galera (20 anni la condanna di Grimilde per Caruso) ci vanno di preferenza politici del centro destra. Il 15 dicembre prossimo, davanti al Tribunale di Modena, toccherà al senatore Carlo Amedeo Giovanardi, all’epoca dei fatti esponente del Nuovo Centro Destra, nel rito immediato stabilito dal giudice Andrea Salvatore Romito il 19 ottobre scorso. Dovrà rispondere, in concorso con altri, di minacce a corpo politico, amministrativo e giudiziario dello Stato e di rivelazione di segreti d’ufficio, con le aggravanti dell’abuso di potere, del metodo mafioso e della continuità nel reato. I fatti disvelati dal processo Aemilia riguardano le opere di ricostruzione conseguenti al terremoto del 2012 e i tentativi di Giovanardi di riammettere la Bianchini Costruzioni srl nella white list della prefettura di Modena. Era stata esclusa perché ritenuta in affari con la ‘ndrangheta emiliana dei Giglio/Sarcone/Grande Aracri che guarda caso, tra le altre cose, fornivano mano d’opera a basso costo e gestivano il caporalato nei cantieri.

Intanto a Bologna, mentre scriviamo, la Corte d’Appello ha confermato la sentenza di primo grado a 30 anni per Nicolino Sarcone, come richiesto dalla dott.ssa Lucia Musti per la Procura Generale. Il processo è quello per gli omicidi del 1992, quando vennero uccisi a Reggio Emilia Nicola Vasapollo e Giuseppe Ruggiero. Per ironia della sorte la recente sentenza del GIP relativa a Farmabusiness parla dei Vasapollo/Ruggiero come di due famiglie che nel terzo millennio nascondono le armi per conto dei Grande Aracri. Allora, nel secolo scorso, erano invece nemici giurati. Col tempo si cambia…

 

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