L’APPELLO DI BEATRICE RONCHI

8 Marzo 2021

di Paolo Bonacini, giornalista

PROCESSO AEMILIA 92

178 pagine: quasi un libro. L’impugnazione depositata dal pubblico ministero presso la Corte d’Appello di Bologna è il lungo racconto, attraverso dettagliatissimi capitoli, dei punti “oggetto di doglianza” e degli “errori, travisamenti, imprecisioni” contenuti secondo l’accusa nella sentenza della Corte d’Assise di Reggio Emilia del 2 ottobre 2020.

Il processo è quello per gli omicidi del 1992 commessi in provincia di Reggio Emilia, aperto dopo i nuovi elementi emersi con Aemilia e in particolare con le confessioni/dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonio Valerio.

La sentenza è quella pronunciata dal dott. Dario De Luca, presidente della Corte d’Assise in cui era affiancato dall’altro magistrato reggiano Silvia Guareschi e da sei giudici popolari.

I morti sono Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo, appartenenti alla fazione della ‘ndrangheta che negli anni Novanta, tanto in Calabria quanto al nord, entrò in collisione con le famiglie storiche dei Dragone, Arena, Grande Aracri e Ciampà, scatenando una guerra senza esclusione di colpi.

Gli imputati sono i quattro del rito ordinario del processo: Nicolino Grande Aracri e Angelo Greco (attualmente in carcere per altre sentenze), Antonio Ciampà e Antonio Lerose (attualmente liberi).

Per gli stessi fatti sono già stati giudicati e condannati, con rito abbreviato, Antonio Valerio e Nicolino Sarcone.

La sentenza impugnata si concludeva con quattro assoluzioni che il pubblico ministero contesta. In primo luogo quella di Nicolino Grande Aracri in relazione all’omicidio di Nicola Vasapollo, ucciso il 21 settembre nella propria abitazione di Pieve Modolena: la DDA imputava a Grande Aracri di essere mandante e organizzatore. Poi l’assoluzione di Antonio Ciampà, a processo con l’accusa di essere mandante e finanziatore. Infine l’assoluzione di Angelo Greco e Antonio Lerose, portati a giudizio quali membri del commando che a Brescello sparò nella notte a Giuseppe Ruggiero il 22 ottobre.

L’unica condanna decisa dalla Corte (ergastolo) ha riguardato Nicolino Grande Aracri in riferimento a questo secondo omicidio.

Beatrice Ronchi, il sostituto procuratore che ha firmato la richiesta d’Appello, sostiene che la sentenza è prima di tutto viziata da una omessa valutazione di prove decisive. In particolare le dichiarazioni rese dai collaboratori Angelo Salvatore Cortese e Antonio Valerio prima del dibattimento in Corte d’Assise e acquisite agli atti. Si va dalla lontana estate del 2008, quando Cortese decise di cambiare vita e iniziò a raccontare il mondo della ‘ndrangheta crotonese ed emiliana alla quale aveva a lungo appartenuto, fino al più recente 2017 e alle dichiarazioni rese da Valerio alle Direzioni Antimafia di Brescia, Catanzaro e Bologna, a processo Aemilia in corso. Racconti che avrebbero aiutato la Corte a fugare ogni ragionevole dubbio sulla concretezza dei reati contestati e che invece secondo il PM del primo grado non sono stati minimamente presi in considerazione. Stesso ragionamento per le deposizioni di altri due collaboratori di giustizia, Giuseppe Liperoti e Salvatore Muto, rese nel dibattimento davanti alla Corte d’Assise reggiana nel giugno 2019. Alla mancata valutazione di queste prove si aggiunge poi, secondo il PM, l’errata valutazione di altre, a causa di una non corretta interpretazione di quanto dichiarato dai collaboratori, e a seguire di una illogica e contraddittoria modalità di valutazione della loro attendibilità.

Qui sta il cuore tanto della sentenza di assoluzione che dell’attacco portato a questa sentenza da Beatrice Ronchi nella richiesta d’Appello.

Ce ne siamo occupati in gennaio, riferendo le motivazioni della sentenza in merito alla domanda per antonomasia che riguarda la composizione del commando responsabile dell’omicidio Ruggiero: c’era anche il milanese Aldo Carvelli, tra i killer a bordo della finta auto dei Carabinieri, oppure no?

Dice la sentenza che Valerio e Cortese sul tema “offrono descrizioni diverse”.  Mentre Cortese spiega che Lerose sostituiva Carvelli, non arrivato a Reggio Emilia, Valerio sostiene che Carvelli c’era e prese parte all’omicidio assieme agli altri due.

La differenza fondamentale delle due narrazioni è questa. Una contraddizione che la Corte definisce “macroscopica” e che “non consente di ricostruire processualmente, in maniera attendibile, il fatto storico che portò alla morte di Ruggiero, per una decisa e assoluta inconciliabilità delle due versioni raccontate”.

Nel ricorso Beatrice Ronchi attacca questa tesi sia in punta di diritto, sulla corretta valutazione delle prove, che nell’analisi logica delle differenti narrazioni portate in aula da Valerio e Cortese.

Poiché entrambi i collaboratori sono attendibili, ed è evidente a tutti che nessuno dei due racconta volutamente il falso; e poiché è altrettanto evidente che non c’è una “terza via” (impossibile che si sbaglino entrambi), i giudici avrebbero dovuto compiere uno sforzo motivazionale per spiegare quale dei due collaboratori è incorso (in buona fede e non per dolo) in un errore di cattiva memoria.

Scrive Beatrice Ronchi che la Corte avrebbe dovuto esaminare autonomamente le loro dichiarazioni, misurandone l’attendibilità alla luce dei riscontri o delle smentite desumibili dagli altri elementi istruttori: “La rinuncia alla ricerca di riscontri alle autonome dichiarazioni ogni qual volta, a monte, non vi sia concordanza tra i due collaboratori, definisce un atteggiamento scettico e illogico, incompatibile con una valutazione razionale della prova; razionale appunto perché fondata sulle migliori ragioni”. Il Collegio Giudicante al contrario si è limitato secondo la Ronchi a sancire un “azzeramento” delle dichiarazioni di Valerio e Cortese, senza compiere alcun sforzo per comprendere quale delle due fosse più attendibile.

Per il pubblico ministero quella più attendibile è la narrazione di Antonio Valerio, e nel ricorso riassume tutti gli elementi di prova sulla base dei quali “è possibile concludere con certezza che è stato Valerio a ricordare correttamente la presenza di Aldo Carvelli la notte dell’omicidio”. Valerio che peraltro nel confessare ha subito “il pregiudizio della condanna” (otto anni in giudicato), mentre Cortese confessò lo stesso omicidio (Ruggiero) dopo che era già stato assolto al processo degli anni Novanta. Lo fece con un atto che oggi possiamo definire di particolare valore morale, non essendo né richiesto né dovuto, ma “senza pregiudizio” di condanna. E poiché in questo caso la giurisprudenza invita a trattare con maggior rigore le confessioni, è del tutto illogico secondo Beatrice Ronchi riconoscere “pari forza e attendibilità” alle due storie diverse senza i più rigorosi approfondimenti che avrebbe richiesto il racconto di Cortese.

Tra i tanti dettagli evidenziati per dare forza alla versione dei quattro uomini nel commando (Valerio) e non solo tre (Cortese), Beatrice Ronchi cita anche le auto utilizzate per lo scappotto, cioè la fuga. Entrambi i collaboratori ricordano sia una Fiat Uno verdolina rubata per l’occasione che una Renault 19. A guidarle erano lo stesso Cortese e Raffaele Dragone, che attesero i killer dopo che questi avevano tentato di bruciare (senza riuscirci) la finta Gazzella dei Carabinieri usata per andare sotto casa di Ruggiero. Ma due auto si notano più di una e il rischio sarebbe stato insensato se la fuga avesse interessato al massimo tre killer: bastava un solo mezzo.

La domanda d’Appello diventa poi particolarmente severa nei confronti della sentenza quando abbandona l’unico elemento di contrasto tra Valerio e Cortese per richiamare le tante e comuni narrazioni dei due collaboratori, in merito alle responsabilità dei quattro imputati Ciampà, Lerose, Greco e Grande Aracri.

La “macroscopica divergenza” di cui parla la sentenza non incide minimamente, secondo Beatrice Ronchi, sul ruolo organizzativo ricoperto da Angelo Greco e Antonio Lerose nel programmare e pianificare la morte di Ruggiero. Non incide sul ruolo esecutivo di Angelo Greco, che entrambi i collaboratori descrivono come uno dei killer. Non incide sul ruolo e sulle responsabilità quale mandante e finanziatore di Antonio Ciampà detto Coniglio. Che Angelo Salvatore Cortese chiama in causa come ideatore e finanziatore della vendetta per l’uccisione di Paolino Lagrotteria ammazzato dal killer Paolo Bellini a Cutro. Vendetta consumata pianificando e portando a termine tre omicidi: i due in provincia di Reggio Emilia e quello di Dramore Ruggiero, ucciso il 6 settembre 1992 mentre giocava a carte nel circolo dei pescatori alle Colonie Padane di Cremona.

Cortese quel periodo lo conosce bene: era a Cutro e aveva partecipato all’uccisione di un altro rivale, protetto dei Ruggiero: Marcello Galdino detto Ponghino. È uno dei quattro omicidi confessati per cui andrà a processo nel giugno 2021 a Catanzaro.

Anche la sentenza della Corte d’Assise riconosce che il racconto di Cortese definisce senza ombra di dubbio il ruolo di Antonio Ciampà quale mandante e ideatore degli omicidi reggiani, tuttavia i Giudici sostengono che mancano adeguati riscontri alle sue affermazioni. Cosa che Beatrice Ronchi contesta parlando di “sorprendente lettura errata… che ha disperso e svuotato di contenuto le chiarissime dichiarazioni accusatorie di Valerio” e dell’altro collaboratore di giustizia Giuseppe Liperoti.

La richiesta di Appello si conclude con l’indicazione delle persone da ascoltare nuovamente in aula, a partire dagli stessi Angelo Salvatore Cortese e Antonio Valerio. Ma ci sono anche altri nomi nella lista e tra tutti spicca Nicolino Sarcone, capo della cosca di ‘ndrangheta reggiana e condannato a 30 anni nel rito abbreviato del processo sugli omicidi del ‘92. La sua potrebbe essere una testimonianza decisiva perché il 27 ottobre 2017 Sarcone, manifestando la volontà di collaborare con la giustizia (il tentativo non andò a buon fine) rese dichiarazioni ritenute dai Sostituti Procuratori Antimafia “di grande rilievo” proprio sugli omicidi Vasapollo e Ruggiero. Chiamato a testimoniare nell’aula della Corte d’Assise il 27 settembre 2019, Sarcone si avvalse come suo diritto, in quanto coimputato, della facoltà di non rispondere. Ora però la sentenza che lo riguarda è già passata al vaglio dell’Appello e l’11 marzo 2021 scadono i termini per il ricorso in Cassazione. È dunque evidente, dice Beatrice Ronchi, che in tempi brevi la sentenza di Sarcone andrà in giudicato e ciò comporterà per lui l’obbligo di rispondere.

L’Appello si annuncia dunque interessante e Beatrice Ronchi rappresenterà l’accusa in veste di Sostituto Procuratore Generale. La verità giudiziaria sugli omicidi del ’92 potrebbe arrivare finalmente ad un approdo sicuro, a 30 anni di distanza dai delitti.

 

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