Verità per Giulio Regeni

IL SIGNORE DEGLI ANELLI

L’avvocato Luca Andrea Brezigar difende al processo Aemilia uno dei tanti membri della famiglia Muto: Antonio, classe ’71. L’anno di nascita è quasi un cognome in aula, oggi in appello a Bologna come a Reggio Emilia nel primo grado.

di Paolo Bonacini, giornalista

L’avvocato Luca Andrea Brezigar difende al processo Aemilia uno dei tanti membri della famiglia Muto: Antonio, classe ’71. L’anno di nascita è quasi un cognome in aula, oggi in appello a Bologna come a Reggio Emilia nel primo grado. Perché c’è anche un Muto Antonio classe ’78, condannato a 26 anni di carcere il 31 ottobre 2018 e c’è pure un Muto Antonio classe ’73, condannato in prima istanza a 1 anno e 8 mesi del rito abbreviato di Bologna, poi definitivamente assolto dall’Appello. Il Muto Antonio classe ’71 di cui si è parlato martedì 27 ottobre alla Dozza, aveva preso complessivamente in primo grado 20 anni e 6 mesi di galera, avendo i giudici riconosciuto la sua appartenenza alla cosca di ‘ndrangheta emiliana. In appello il sostituto procuratore generale Lucia Musti ha chiesto la conferma della pena (17 anni con la riunificazione dei reati) e, se condannato, che si proceda al suo arresto. Perché Antonio Muto, ora in libertà vigilata, “non si è mai dissociato e non si è mai allontanato” dalla cosca con la quale operava, dice la dott.ssa Musti, ed esistono esigenze cautelari che consigliano il massimo rigore, cioè il carcere.

Muto Antonio classe ’71 è per inciso anche l’uomo che, secondo Vincenzo Marino detto Vichs, oggi collaboratore di giustizia, gli parlò durante una chiacchierata in una concessionaria automobilistica a Gualtieri, nel 2003, della necessità di uccidere due persone che rompevano le scatole: un giornalista (Donato Ungaro) e un assessore comunale.

L’avvocato Brezigar, nel suo discorso concluso con la richiesta di assoluzione, racconta invece una storia ben diversa da quella dell’accusa, e lo fa cercando di smontare non tanto le ricostruzioni investigative e della Procura Antimafia, ma colpendo dritto al cuore la sentenza e i giudici di primo grado, Caruso, Beretti e Rat. Colpevoli, a suo dire, di avere scritto una sentenza “monca e non motivata”, che l’avvocato del Foro di Modena paragona al “Signore degli Anelli”.

Fermiamoci un attimo perché l’accostamento suscita qualche perplessità… Anzi, è perfetto! Nel senso che per completezza della narrazione, cura dei dettagli, sviluppo delle argomentazioni, le 8587 pagine delle due sentenze di Reggio Emilia assomigliano davvero alle 1360 pagine del capolavoro di Tolkien. Che certamente non è però né monco né immotivato nel suo sviluppo. Tanto che l’autore britannico fu talmente puntiglioso, nel lavoro letterario di costruzione della “Terra di mezzo”, mondo in cui si sviluppa la saga della lotta tra il bene e il male, da meritarsi il titolo di glottoteta tra i migliori al mondo. Dove il glottoteta non è uno sportivo ma un esperto di glossopoiesi, che sarebbe l’arte della creazione dei linguaggi artificiali.

Brezigar va comunque oltre le citazioni letterarie, benchè concluda il suo intervento con una frase del romanzo “A ciascuno il suo” di Leonardo Sciascia, che l’autore siciliano usò polemicamente contro “I professionisti dell’antimafia” in un articolo sul Corriere della Sera pubblicato nel 1987: “È vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia”.

L’avvocato non mette in discussione solo la sentenza; lo fa con l’intero processo di primo grado. Mette in discussione il 416 bis, reato di appartenenza ad associazione mafiosa che definisce “Un elastico gigante” e “La borsa dell’acqua calda”. Mette in discussione l’esistenza della ‘ndrangheta perché un conto è essere beccato mentre “trasporti armi”, un conto mentre “trasferisci mattonelle” come avvenuto per Muto in Aemilia. Mette in discussione la competenza territoriale del Tribunale di Reggio Emilia e la legittimità del processo, perché “l’altalena dell’accusa che a seconda delle vicende e dei reati fa riferimento alla cosca di Grade Aracri al sud o a quella di Giglio al nord” non consente di capire dove stia questa benedetta casa madre mafiosa. Mette in discussione anche la decisione della Corte Costituzionale che ha consentito il proseguo delle udienze quando era venuta meno (secondo lui) la “potestat decidendi”, cioè la capacità di decidere del Tribunale. Mette in discussione addirittura la pressione psicologica sui alcuni testimoni esercitata (a suo dire) dal presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso durante alcuni interrogatori. Mette infine in discussione le procedure scorrette con cui sarebbero state acquisite le dichiarazioni dei tre imputati e collaborati di giustizia Giglio, Valerio, Muto.

Poi l’ultimo attacco, che i giornalisti presenti in aula (uno solo) annotano diligentemente: “Questo processo è tremendamente inquinato dai media. Hanno addirittura già fatto un film su Aemilia andato in onda ancora prima che io parlassi”.

Non è chiaro quale sia il reato che può aver commesso Sky trasmettendo un reportage sulla penetrazione della ‘ndrangheta in Emilia Romagna senza attendere l’arringa dell’avvocato Brezigar, ma la sua affermazione non è altro che l’ultimo di una lunga serie di attacchi alla stampa e alla libertà di informazione che nelle aule di Aemilia hanno caratterizzato quattro anni di udienze. Valgano per tutti: 1) La richiesta che presenta Sergio Bolognino a nome di tutti gli imputati costretti alla carcerazione preventiva il 19 gennaio 2017: processo a porte chiuse, fuori i giornalisti, perché “Siamo stanchi di leggere e ascoltare articoli e commenti che raccontano il processo in modo unilaterale, sposando le tesi dell’accusa senza mai dar voce alla difesa”. 2) Gli imputati che il 13 luglio 2017, con le braccia protese da dietro le sbarre, mandano a quel paese, anzi, “in galera!” i cronisti del processo Aemilia. 3) L’Osservatorio della Camera Penale di Modena che il 17 gennaio 2018 presenta le conclusioni di un proprio studio da quale emerge “un’informazione divenuta strumento dell’accusa per ottenere consensi e così condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza il giudicante”.

Per replicare dovrebbe essere sufficiente richiamare il breve testo dell’art. 21 della Costituzione Italiana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Ma vale anche la pena aggiungere una riflessione, su questo testo, scritta in una sentenza del Tribunale di Reggio Emilia il 6 febbraio 2012, quando in sede civile fu rigettata la richiesta di risarcimento presentata da una importante Fondazione bancaria nei confronti di una emittente locale che si era occupata dei suoi bilanci definendoli “furbetti”. Il giudice che emise quella sentenza, la n. 6908/2009, si chiamava per coincidenza Andrea Rat: “La Costituzione non protegge solo le idee inoffensive o favorevoli, ma garantisce soprattutto il diritto a esprimere anche opinioni che urtano, che scuotono, espresse con toni duri e dissacranti, purché non rappresentino attacchi gratuiti e arbitrari.”

Potremmo chiudere qui, ma in omaggio alla citazione dell’avvocato Luca Brezigar che ci manda al “Signore degli anelli”, e magari per stemperare la polemica, proviamo ad immaginare cosa potrebbero dirsi, in un ipotetico incontro, il piccolo Hobbit Frodo Baggins, eroe della Contea nel libro di Tolkien, e Antonio Muto classe ’71, ritenuto responsabile di avere partecipato assieme ad altri alla truffa delle piastrelle nel processo Aemilia.

Il portatore dell’anello direbbe: “Salve! Io Frodo”

E l’altro in risposta: “Salve! Anche io…”

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