Verità per Giulio Regeni

COME STAI REGGIO? L’INIZIATIVA DELLA CGIL DEDICATA AL TEMA DELLA SALUTE MENTALE.

Si è tenuto questa mattina all’Aula Magna dell’Università di Modena e Reggio in Viale Allegri, l’iniziativa della Cgil “Come stai Reggio? La salute mentale non è una questione di classe”.

Un appuntamento nato con l’obiettivo di riportare l’attenzione, anche a seguito dei fatti di cronaca che hanno interessato il nostro territorio, sul tema del disagio psichico e sulle cause che lo determinano che sono molteplici, spesso intrecciate e attengono a una fragilità che è innanzitutto sociale e per spostare la discussione fuori dalla dimensione emergenziale e dentro la comunità.

Per farlo sono stati diversi gli interventi e le testimonianze che si sono susseguiti durante la mattinata, passando dall’approfondimento medico sanitario a quello più politico e di gestione concreta del disagio sul territorio. Sono intervenuti Gian Maria Galeazzi, Ordinario di Psichiatria Unimore, Marinella Melandri, Segreteria Regionale CGIL Emilia Romagna, Lara Carubbi e Milena Negri, Esperte in Supporto tra Pari, Michele De Pascale, Presidente Regione Emilia Romagna
Cristian Sesena, Segretario Generale CGIL Reggio Emilia ed Elena Strozzi, Segreteria CGIL Reggio Emilia moderati dal giornalista, Saverio Migliari.

Ad aprire il convegno la presentazione dei risultati dell’indagine “Come stai Reggio?” promossa nei mesi scorsi dalla Cgil provinciale, per dare voce alle esperienze dei cittadini su due fronti: la salute mentale e l’accesso alla sanità pubblica.

Sono state oltre 4.000 le persone che hanno finora risposto alle 16 domande del questionario anonimo restituendo un quadro netto dove emerge una sanità pubblica sotto forte pressione e il tema della sofferenza psichica come diffuso e ancora poco riconosciuto.

In questa fotografia la sofferenza psichica risulta un’esperienza tutt’altro che marginale. Il 53,8% dei rispondenti usa in prima persona (13,1%) o conosce persone vicine che usano (40,7%) farmaci per ansia, depressione o attacchi di panico. Il 37,8% si è rivolto almeno una volta a uno specialista della salute mentale. E c’è ampia consapevolezza del problema: il 79,3% ritiene la sofferenza psichica una patologia sottostimata e ancora poco riconosciuta.

Emerge anche un forte divario di genere laddove le donne riferiscono un contatto con la salute mentale nettamente maggiore: si sono rivolte a uno specialista nel 45,2% dei casi contro il 28,0% degli uomini, e usano farmaci in prima persona più spesso (15,5% contro 9,9%). Sono anche più propense a riconoscere lo stigma (81,9% contro 76,0%). Il dato può riflettere sia una maggiore incidenza sia una maggiore disponibilità a riconoscere e trattare il disagio.

Accedere alle cure per la salute mentale sembra poi dai dati emersi una concreta questione di classe. Infatti, tra chi si è rivolto ad uno specialista, prevale nettamente il ricorso al privato (59,8%) rispetto al servizio pubblico (20,8%). Ma il dato più eloquente è quanto questa scelta dipenda dal titolo di studio — e quindi, in larga misura, dalle possibilità economiche.

Man mano che il livello di istruzione cresce, il ricorso al servizio pubblico cala e quello al privato aumenta: si appoggia al pubblico il 28,9% di chi ha al massimo la licenza media, ma solo il 12,7% dei laureati; specularmente, il ricorso al privato sale dal 52,4% al 70,9%. La salute mentale pubblica intercetta di fatto chi non ha alternative: oggi curarsi la mente è già, nell’accesso, una questione di classe.

“In generale, il dato che più interroga è un dato di equità: a rinunciare alle cure – non solo legate alla salute mentale ma nel complesso- sono soprattutto i più fragili — pensionati e disoccupati, le persone con titolo di studio più basso e gli over 70 — mentre lavoratori e laureati riescono più spesso a ripiegare sul privato – ha dichiarato Elena Strozzi della Segreteria confederale Cgil – La copertura sanitaria privata, inoltre, è quasi esclusivamente legata al lavoro dipendente. Di fronte alle difficoltà nell’accesso alla sanità pubblica, le strade si dividono: il 67,4% di chi ha avuto problemi si è rivolto a strutture private (il 49,4% del totale), mentre il 32,6% ha rinunciato alle cure (il 23,9% del totale). Quindi quasi una persona su quattro, tra tutti i rispondenti, ha quindi lasciato cadere un bisogno di salute”.

“Abbiamo fortemente voluto quest’iniziativa per provare ad andare oltre un insopportabile stigma, quello del disagio psichico, per parlare di un problema che va oltre i casi drammatici dell’ultimo periodo e fotografa lo stato di difficoltà della nostra società – ha sottolineato Cristian Sesena, Segretario generale Cgil Reggio Emilia – Investire e destinare risorse al sistema sanitario, e al suo interno nello specifico alla salvaguardia della salute psichica, mentre al contrario si continua a tagliare risorse rendendo il tema del diritto alle cure un tema di classe e possibilità economiche, dovrebbe essere il metro di misura della qualità e tenuta della comunità e del vivere collettivo”.

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